Un visibile narrare, con “stile” – 01

1 di 4, per la prima miniserie: un visibile narrare, con “stile”.

Marocco, deserto orientale; l’ho scattata nel 2010

Non c’è reportage di viaggio che non contenga un’alba o un tramonto.

«Stiamo a mirarla: i’ ti pur prego et chiamo, / o Sole; et tu pur fuggi, et fai d’intorno» (Petrarca).

Insomma, a chi non piacciono i cieli infuocati?

Ma allora perché quelle «robe lì» – «robe belle» che restano belle anche se sono ormai scontate da essere compresi nei cosiddetti cliché (topos romantici, in questo caso) – non si «dovrebbero» più usare nelle opere artistiche, siano esse fotografiche, letterarie, giornalistiche o cinematografiche, e via elencando? A volte viene da chiederselo. In fondo mantengono la loro magia, quell’incanto che – se non ne abbiamo pieni gli occhi – ci fa ancora dire oh!, cioè, ad esempio io che non vedo il mare aperto tutti i giorni (e anzi a volte trascorrono anni da una volta all’altra», beh, quando mi ci trovo davanti a quella massa d’acqua infinita resto soggiogata dal suo flusso ondeggiante e mi sento socchiudere gli occhi per prendere la brezza in volto respirando a pieni polmoni, e resto frastornata dal suo vociare basso e rabbioso. Ma questa è la realtà.

Che cosa accade però ai tramonti e alle albe narrative?

Ieri, dopo aver scaricato il reportage di una collaboratrice di «Azione», mi sono messa a scorrere le fotografie scattate alle Barbados. Nome esotico che rimanda al mar dei Caraibi, alle spiagge bianche e alla sabbia fine, a un cocktail colorato sotto un ombrellone di paglia. Non le ho ingrandite, le fotografie, ho solo sbirciato le miniature sulle quali ho notato un barcone vecchio e scrostato, tombini arrugginiti, scogliere spigolose, un mare che vi schiuma contro come al nord, una grotta, cartelli scoloriti, asfalto crepato, strade guaste…, e poi sono finita su di Lei, sulla Foto con la «F» maiuscola, e m’è scappato un “oh!”, del quale mi sono subito imbarazzata. Davanti ai miei occhi, sullo schermo del computer, uno scorcio di spiaggia sul finire del giorno, le punte cadenti di un paio di palme con il tronco che fuoriesce di lato e, sotto le fronde, tra queste e l’orizzonte del mare, un sole rosso-rosa crepuscolare che, irraggiandosi attraverso poche nuvole piazzate là come a farlo apposta, colorava i contorni rendendo «tutto bello». Stop! Ecco il punto.

Tutto il mondo – come scrivevo sul diario venticinque anni or sono, di ritorno da una spedizione di due mesi in Centroamerica –, tutto il mondo, di notte, alla luce calda dei lampioni, tutto il mondo diventa «bello». E allo stesso modo, ogni cosa diventa «bella» al tramonto o all’alba. Con più precisione, tutto il mondo diventa «ugualmente bello», senza distinzioni, se ammantato da quella luce lì. Così come, ovunque, un gabbiano farà alzare lo sguardo al cielo, o lo farà abbassare a terra, o volteggiare sopra la foresta di un’isola vergine o tra i grattacieli di New York, vale a dire che, ovunque, tutto il mondo diventa il gabbiano che ugualmente è bianco pur essendo uccello spazzatura in tutto il mondo.

Il «bello» che resta pur «bello», se riportato nelle opere letterarie o nelle immagini o nel cinema, fate voi, ebbene perde completamente di senso, perché quel che conta in un’opera è lo sguardo di chi la crea, che tutto può essere fuorché uguale allo sguardo di tutti gli altri: a che serve altrimenti un’opera?, se non per alzare veli e mostrare quel che non si fa notare da sé? O peggio, se non per dar forza a ciò che normalmente fa distogliere gli sguardi da sé? Vale per tutto, s’intende, per le parole, per i detti antichi, per le immagini, per le storie, per le dichiarazioni d’amore, per le condoglianze, per una visione architettonica, per le idee, per le notizie…

Detta altrimenti: quando un artista o un giornalista (perché sì, anche il giornalismo ha il compito di mostrare la realtà svelandola senza orpelli) si accomoda nei cliché, sui luoghi comuni – dei quali non si negano valore, saggezza o bellezza – perde ogni volta l’occasione di offrire un punto di vista diverso, di mostrare le Barbados per quello che sono quando non sono avvolte dalla luce dell’alba o del tramonto. E sì, si potrebbe dire ugualmente delle metafore, dell’enfasi, delle espressioni euforiche, ma in quel caso si parla di fuochi d’artificio, finzioni e trucchi da mentalisti che se non sono ben gestiti fan fare gran brutte figure, anche se pochi forse se ne rendono conto: a volte preferiamo divertirci senza porci troppe domande, lasciamo uscire i nostri impuniti «oh!» senza rifletterci su.

Io a un certo punto mi sono annoiata, e così ho preferito fermarmi a ragionarci, e l’ho fatto durante il laboratorio «La cura dello stile» condotto da Giulio Mozzi, all’interno del quale si ha la possibilità di esercitare il proprio sguardo, partendo non dalle immagini ma definendo o manipolando queste ultime attraverso la scelta delle parole, delle forme di scrittura, del ritmo delle frasi. Perché in fondo, si potrebbe pur parlare di tramonti, albe e gabbiani, ma magari usando altre parole e modi diversi.

La cura dello stile

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