Un visibile narrare, con “stile” – 02

2 di 4, per la prima miniserie: un visibile narrare, con “stile”.

Messico, Playa del Carmen; (Ma.Ma., 2007)

È mattina, sera o sono le due del pomeriggio?

Tramonto. «…o Sole; et tu pur fuggi, et fai d’intorno» (Petrarca). I cieli infuocati. Quelle «robe lì», «robe belle».

Non a caso, nel mio testo precedente ho usato tre registri linguistici diversi per descrivere il tramonto: uno «alto» (elevato), uno «medio», uno «basso» (semplice). Non a caso perché questa è una parte fondamentale nello studio degli stili di scrittura.

Più comunemente per mostrare la distinzione tra i tre livelli di stile linguistico si usa una sola parola, più che un’espressione: volto, viso, faccia possono determinarne una più immediata comprensione.

Quella che viene chiamata «dottrina degli stili» ha radici antiche e si rifà a trattati di retorica che qui evitiamo di citare, anche perché la sottoscritta non ha ancora avuto modo di leggerseli per intero (e perché li trovate citati ovunque altrove). Basti sapere che la scelta delle parole, ma anche delle espressioni, e nondimeno pure la scelta delle immagini che proponiamo stabilisce lo stile delle nostre opere, e dunque anche la loro fruibilità e il loro posizionamento.

Non è nuova la dicotomia tra opere di intrattenimento e opere che aspirano a un valore più artistico. Normalmente si attribuisce un maggior valore all’espressione artistica, rispetto alla fruizione meno impegnativa delle opere che si propongono come intrattenimento. Per quello che mi riguarda sono due contesti separati di uguale portata, semplicemente hanno obiettivi diversi e non per questo di maggior o minor valore.

Il problema è che tale «pregiudizio» ha creato una schiera di aspiranti autori che, pur desiderando scrivere opere di intrattenimento per il grande pubblico, tentano di impiegare un linguaggio aulico nella speranza di non apparire come autori di serie «B»), come se il registro linguistico alto, e in tal senso ci riferiamo a quello antico e per l’appunto imbellettato, possa dar lustro al contenuto dei loro romanzi. Ma chi vorrebbe leggersi, oggi, un giallo scritto come scriveva Petrarca? (Esagero, eh).

Amando io anche la fotografia e ragionando per immagini, mi preme trasferire da arte ad arte il concetto contenuto-stile: se il bianco e nero fa ancora oggi tendenza artistica (esprimere senza i colori la stessa emozione, per molti è sinonimo di grandi competenze e bravura, ed è dunque in tal caso più immediato parlare di «arte fotografica», questo non perché il colore non sia un importantissimo veicolo di informazioni, ma perché il gioco tra morbidezza e durezza delle ombre del bianco e nero ha una gamma maggiore di sfumature rispetto a quelle che «tecnicamente» sono ottenibili con il colore, così spiegava Henri Cartier-Bresson nel suo libro «L’immaginario dal vero»), si diceva, se ciò è ancora valido oggi, siamo certi che il «contenuto» di un tramonto non produca in chi l’osserva una più immediata emozione se a colori?, e in bianco e nero la perdita di informazioni non sarebbe in questo caso deleteria?

La risposta è nota dai fotografi: le ore «colorate» del giorno sono dette «ore blu» e «ore d’oro» proprio perché la ricchezza dei colori non è sostituibile dalle sfumature di grigio che tendono a non far comprendere nemmeno a quale ora del giorno l’immagine è stata scattata. Il bianco e nero, per contro consente di approfittare di molti altri momenti della giornata, anche in presenza di forte pioggia, condizione notoriamente difficile da gestire a colori.

Che cosa faccio per dire? «Il contenuto non può mai essere disgiunto dalla forma», così Cartier-Bresson. Molti autori letterari tendono infatti a favorire la «forma» annunciando il loro totale disinteresse per il contenuto. E con ancora maggior effetto imbarazzante, molti aspiranti di narrativa d’intrattenimento, come dicevo, tendono a scrivere adottando impunemente una «bella scrittura» che nulla ha che fare con uno stile ricercato e attuale, con una voce interessante, ma che suona solo come lingua «vecchia» e inefficace (il simil vintage nella letteratura non credo abbia grande successo).

Per questo credo sia fondamentale tenere sempre in considerazione entrambe le cose, non davvero per poter “informare”, non per veicolare messaggi precisi, ma perché anche una semplice divagazione, una pausa, un’inquadratura vuota, per poterle rendere al meglio, per poter permettere loro di esprimere il massimo potenziale, necessitano di una minima considerazione. Secondo me.

Ciò non significa che non si possa aspirare a scrivere romanzi d’intrattenimento con una voce autoriale, ma il contrario: la voce autoriale non è giocoforza legata a un alto registro linguistico; ed è pur vero che non necessariamente bisogna concentrarsi sui tramonti; non sarebbe male invece appoggiare uno sguardo diverso sulle cose del mondo, micro o macro che siano prima di scegliere la forma con cui raccontarle.

Al laboratorio «La cura dello stile» condotto da Giulio Mozzi, oltre ad esercitare lo sguardo, partendo non dalle immagini ma definendo o manipolando queste ultime attraverso la scelta delle parole, delle forme di scrittura, del ritmo delle frasi, si dedicherà attenzione ai registri linguistici. Per dare forza al contenuto, senza costringerlo in un contenitore che non gli si addice.

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