Un visibile narrare, con “stile” – 03

3 di 4, per la prima miniserie: un visibile narrare, con “stile”.

…presa da internet, dovrebbe rappresentare una competizione di schiaffi

di Manuela Mazzi

«Quando il sole tramonta in Basilicata, il cielo si tramuta in un polmone che espettora sangue, la luce fa tossire più che commuovere».

Questa descrizione è tratta dal romanzo «La straniera» di Claudia Durastanti (La Nave di Teseo, 2019).

Si resta dunque in tema di tramonti. Ma che effetto fa leggere queste parole? Che immaginazioni producono nel lettore? Qual è il significato che le parole usate in queste due righe si portano appresso?

Torno al confronto tra arte e arte, tra fotografia e scrittura, grazie al quale è facile osservare che «albe» e «tramonti» immortalati in un negativo non portano il senso che a loro viene attribuito dalle equivalenti parole che li definiscono. Mi spiego.

È noto il portato di senso aggiuntivo di questi due vocaboli (un portato di senso non meno cliché dell’uso che se ne fa): banalmente l’alba ci rimanda alla nascita, il tramonto alla morte, tanto per rimanere sul semplice. Un portato, dicevo, che non può essere presente però nella fotografia.

È infatti complicato capire a che ora sia stata scattata un’immagine (se di sera o di mattina) davanti a un paesaggio sospeso nel tempo, come lo sono tutti gli scatti che immortalano un pezzo di terra o di mare scuro e un pezzo di cielo giallo-arancio con al centro magari un cerchio pieno «bruciato» (così nella fotografia si definisce l’eccesso di luce che rende la parte bruciata completamente bianca).

L’impossibilità di stabilire se è mattina o sera ci impedisce di attribuire alla fotografia il portato di senso extra che hanno le parole «alba» e «tramonto», a meno che non si giochi con la luce (molto chiara o molto scura, o neri pieni contro sfumature leggere con contrasti lievi, al di là di quando scattiamo davvero la foto). In questo senso, mi vien da dire che il bianco e nero potrebbe persino tornare di fondamentale aiuto. Scelgo la forma migliore, attraverso lo strumento più adatto, non più per emozionare ma per conferire all’immagine un senso altro, ad esempio drammatizzando, oppure enfatizzando il chiarore.

Comporre un’opera ci porta a interrogarci sulla resa che vogliamo per la stessa.

Qualcuno a questo punto sarà rimasto inorridito dalla mia affermazione e starà stigmatizzando l’arte fatta a tavolino. Si potrebbe aprire una parentesi mangia-spazio circa la consapevolezza dell’artista in contrapposizione alla spontaneità del gesto artistico. Ma anche in questo caso, non me la sento di porli in competizione perché mi paiono, di nuovo, due approcci diversi in quanto diversi sono i loro obiettivi. E contestualmente, ciò pur rimanendo nel perimetro delle cosiddette opere letterarie: in un caso si agisce plasmando ad arte parole e forme, nell’altro si agisce per mezzo della propria espressione liberando parole e forme; chi offre maestria e il proprio sguardo sul mondo, chi invece offre sé stesso o l’espressione di sé come opera su cui appoggiare lo sguardo. Entrambi sono per me approcci onesti che producono, se lavorati senza artifici, opere altrettanto oneste.

La luce, si diceva, ha un fondamentale ruolo in una qualsiasi narrazione. È in particolare ciò che aumenta o diminuisce il carico di «emozioni», e nella fotografia, senza di essa non esisterebbe alcuna immagine (letteralmente fotografia significa «scrivere con la luce»). Per tradurre la luce in una narrazione composta da parole, abbiamo a disposizione la retorica. Della quale si può fare buon uso o cattivo uso. Con la quale si crea tutto, bene o male. Grazie alla quale possiamo affinare la nostra voce, e se scrivessimo con un pennino, guiderebbe persino la nostra mano facendole fare gesta più calcate, con colate di inchiostro, o permettendole di svolazzare in leggeri ghirigori.

La retorica per la scrittura è la luce nella fotografia, e dunque – per prendere di nuovo in prestito le parole di Cartier-Bresson («L’immaginario dal vero»): «Niente baccano, e non intorbidare l’acqua prima di pescare. Mai fotoflash, per rispetto alla luce, anche quando non c’è, altrimenti un fotografo diventa insopportabilmente aggressivo». Così, l’eccesso di cattiva retorica: la luce artificiale, non adatta, invadente, che vuole forzare quella naturale è una manipolazione che rischia di compromettere il valore dello scatto. Così vale per la scrittura, anche se le enfatizzazioni, la drammatizzazione, la metafora azzardata, i colori forti, i calci negli stinchi sembrino divenuti di moda, come se si giocasse a chi tira le sberle più forti; a proposito, sapevate che esiste il campionato di schiaffi?

È forte, secondo me, lo schiaffo che la Durastanti dà ai suoi lettori nel passaggio citato in apertura: «Quando il sole tramonta in Basilicata, il cielo si tramuta in un polmone che espettora sangue, la luce fa tossire più che commuovere». Il romanzo «La straniera» (che, al di là di questa estrapolazione, ho letto con piacere e consiglio), per chi non lo conoscesse, non è un giallo, non è manco un noir, non ha al suo interno nulla che possa rendere funzionale questa descrizione, che resta per l’appunto solo una descrizione (la protagonista sta rientrando a casa sua, dopo un girovagare per il mondo). Da qui lo schiaffo, la forzatura data da una drammatizzazione non utile ai fini della storia, che è come avere davanti agli occhi un’immagine ritoccata al computer dove i colori sono stati caricati di intensità e di contrasto fino a cancellarne qualsiasi sfumatura; e invece di farmi fare «oh!» per un bel tramonto, mi fa venir su uno schifato «bleah!» perché negli occhi mi resta il volto di un morto di tisi dalla cui bocca cola sangue.

Mi sono interrogata sulla ragione di questa scelta e la mia ipotesi è che, proprio per fuggire al cliché del «bel tramonto», l’autrice potrebbe aver cercato di trasformarlo in altro, ottenendo tuttavia un effetto peggiore, non meno di quello di un aspirante che cerchi di scrivere narrativa di genere «con la bella scrittura» che sarebbe, come dice Giulio Mozzi: «Come se i calciatori, per nobilitare il loro sport, scendessero in campo in giacca e cravatta». C’è modo, ma occorre o rinunciare al tramonto, oppure trovare soluzioni diverse, la migliore delle quali, si sarà capito forse a questo punto, potrebbe essere la semplicità – almeno per cominciare – che di più onesta non se ne trova.

Al laboratorio «La cura dello stile» condotto da Giulio Mozzi (resta un solo posto libero!) oltre ad esercitare lo sguardo, partendo non dalle immagini ma definendo o manipolando queste ultime attraverso la scelta delle parole, delle forme di scrittura, del ritmo delle frasi, si dedicherà attenzione ai registri linguistici e si affronterà l’uso di alcune precise figure retoriche. Per farne buon uso.

In alternativa è già previsto un nuovo corso, inedito al cento per cento, per la prossima primavera. Ufficialmente non sono ancora aperte le iscrizioni, ma si accolgono di buon grado eventuali prenotazioni. (Seguendo questo link, si trovano informazioni sul nuovo corso: «La cura di una scena»).

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