«Autobiografia di Alice Toklas» di Gertrude Stein
Ho l’edizione einaudiana con la traduzione di Cesare Pavese e l’interessante e utile introduzione di Richard Bridgman. Non mi è dato a sapere il contenuto degli altri volumi, ma in questo si trova anche la cronologia della vita di Gertrude Stein dal 1864 al 1967. Diciamolo subito: mi piace come è scritto, la lingua usata. Trovo naturalmente affascinante la vita piena di incontri di queste due donne. Ma – come credo sia per tutti – a incantarmi è il gioco narrativo del falso genere: in quanto autobiografia avrebbe dovuto essere scritto da Alice Toklas, altrimenti sarebbe dovuto essere definito «biografia». Da qui il gioco narrativo. E chissà quale sia la verità: l’introduzione getta infatti altri dubbi rafforzando il gioco, come se ce ne fosse il bisogno. Così che difficilmente ci si rende conto di chi ha davvero scritto queste pagine. Essendo le due donne anche compagne di vita io non ho dubbi che inevitabilmente sia stata scritta da entrambe. Così come si conclude il ritratto che la Stein fece di Alice (chiamandola Ada): «Tremare era tutto vivere, vivere era tutto amare, una allora era l’altra» (Geography and Pays, p. 16; e Yale Collection of American Literature). Convinzione che non mi toglie comunque il gusto della lettura. Anzi: mi piace immaginare la Toklas molto più eroica di quanto non va trapelare.
LA TRAMA
Giardinaggio e arte, buone maniere e orgogli, si mescolano all’interno di infiniti incontri mondani molto ristretti, tra l’intenditrice di opere pittoriche e autrice in cerca di successo, Gertrude Stein, e giovani oltre che ancora sconosciuti artisti come Picasso, Matisse, Hemingway, Scott Fitzgerald, James Joyce, Ezra Pound, Virginia Woolf… con i rispettivi partner che più facilmente si intrattennero con la Toklas, io narrante della propria autobiografia scritta dalla sua amata amica. Una carrellata di mini ritratti che danno giusto un assaggio dei vari personaggi-personalità, senza mai andare davvero oltre l’incontro. Stringati gli incontri, come stringati sono i loro resoconti.
OLTRELATRAMA
Pare abbia avuto molto successo questo libro e non stento a crederlo: si parla del 1933, di due donne unite non solo da una relazione professionale, di un’intenditrice (sebbene alcuni dei protagonisti menzionati smentirono questa sua competenza, in verità mai vantata nel romanzo, dato che a me pare alludere più che altro a un suo genio intuitivo e non a conoscenze tecniche), che ha incontrato il mondo intero delle arti, dando l’impressione di aver vissuto in quell’epoca non solo al pari degli uomini di intelletto, ma addirittura un filo sopra di loro. Capisco bene il fascino che può produrre una vita simile. Ma in una come me, alla quale non interessa come vestiva Picasso, o che cosa mangiava Matisse, dopo un po’ la storia si svilisce nell’elenco di personalità più che di persone, più di incontri diplomatici che non relazioni, tanta superficie e poco pathos. Mi ha fatto in somma un po’ l’effetto di «Due vite» di Trevi, anzi, forse con ancora maggior distanza. E va bene, eh. Diciamo che a me, come contenuto generale, interessa meno, ma mi piace la forma della scrittura e alcuni contenuti collaterali. Cioè ci sono succose battute, sui personaggi ma anche parametaletterari come quando dice: «La Chiesa cattolica fa una netta distinzione tra un isterico e un santo. La stessa cosa è vera nel campo dell’arte. C’è una sorta di sensibilità isterica che ha ogni apparenza della forza creativa, ma il vero creatore possiede un’energia individuale che è tutt’altra cosa». Oppure quando afferma che «Gertrude Stein pensava di aver avuto a sufficienza gloria e tumulto. Non che lei, come ogni volta tiene a spiegare, possa mai aver gloria che basti. “Dopo tutto – sostiene sempre – nessun artista ha bisogno delle critiche, ma soltanto del riconoscimento. Se ha bisogno delle critiche non è un artista”».
La più bella però sta a pagina 3 del romanzo, scritto da Gertrude Stein – giova ricordarlo – fingendosi l’io narrante della Toklas, che afferma quanto segue: «Posso dire che soltanto tre volte nella mia vita ho incontrato il genio, e ogni volta dentro di me ha strillato un campanello e non potevo sbagliarmi; e dirò, in ciascuno dei tre casi, ciò avvenne prima che pubblicamente fosse stata riconosciuta la qualità di genio alla persona in questione. I tre geni di cui intendo parlare sono Gertrude Stein, Pablo Picasso e Alfred Whitehead». E secondo me ci vuole un gran coraggio… e un bel po’ di genio, in effetti.

