Un Don Chisciotte con il teschio in mano…

«Don Ponzio Capodoglio» di Giorgio Pressburger

Ho letto «Don Ponzio Capodoglio» di Giorgio Pressburger (Marsilio, 2017) e dico subito che è un libro che si presta a più letture e stimola più riflessioni, un po’ come tutti i libri belli, insomma.

Non amo molto riassumere le trame, ma qui vale la pena farlo un pochino, ché c’ha il suo perché. Dunque: prendete un uomo segaligno con una fissazione (sì, tipo Don Chisciotte). Poi dategli come compagna una donna grossa grossa, di 150 chili per intenderci, con un’apertura mentale ben diversa della sua, non si sa se per saggezza o per pigrizia (sì, tipo Sancho Panza, ma più alta e con delle cosce così!). Quindi prendete una gatta che si fa i fatti propri sebbene venga considerata alla stregua di una delle amiche più care che si possano avere, soprattutto per lei (sì, tipo ronzinante ma molto più basso e bianco, forse come il ciuchino di Sancho). A questo punto inventate una buona motivazione per farli partire in un viaggio avventuroso (sì, come per salvare Dulcinea del Toboso, solo che in questo caso la ricerca è della propria identità). Spolverate il tutto con qualche botta e qualche legnata. Metteteci scene al limite del caricaturale e otterrete l’avventurosa storia di una specie di enorme balena con la quale godrete nello spendere qualche ora di buona compagnia letteraria.

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Intenso e un po’ mistico

«Nudi come siamo stati» di Ivano Porpora

“Tu sarai un artista, un grande artista. Ma ci sarà del dolore, attorno a te. Come una pietra, sarai… pesante, come una pietra, buona per accendere il fuoco, sarai un’arma buona nelle mani di qualcuno e un sasso per rompere nelle mani di altri. Il dolore che dispenserai non sarà a causa tua, ma sarà dovuto alla tua… natura di pietra.” (Pag. 255).

L’estratto appartiene al romanzo “Nudi come siamo stati” di Ivano Porpora (Marsilio, 2017). Il libro mette in risalto – con una scrittura rotonda e lo stile ricercato – in modo magistrale (pare esagerato, forse, ma è quel che è parso a me) le relazioni, di cui la maggioranza sono viziate, complesse, malate, dolorose, pericolose, ma anche tutte utili e fondamentali: tra discepolo e maestro, tra figli e padri, tra amanti, tra fratelli, tra amici, sociali, famigliari, tra gente di paese. Da una coppia si espandono gli interscambi verso il mondo e viceversa.

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Dalla parte di Davide

«Il giro del miele» di Sandro Campani

Sono stata sin dall’inizio e resto dalla parte di Davide. Ho finito di leggere “Il giro del miele” di Sandro Campani (Einaudi).
Sì. Mi è piaciuto. La voce del narratore (che poi in verità sono quasi due: quella di chi parla a noi e l’altra di chi parla al narratore) ti diventa talmente famigliare, già dalla prima pagina, da trascinarti dentro quell’atmosfera lì, dentro casa sua, dentro le vite delle persone di cui racconterà.
Tuttavia ho trovato l’avvio un po’ faticoso – colpa mia, lo so, che difetto di memoria. Parlo delle prime dieci pagine nelle quali vengono praticamente menzionati tutti i protagonisti senza specificare davvero il tipo di relazione che c’è fra loro. Io ad esempio ho capito molto dopo che Giuliana era la sorella di Davide e non la madre. Fatta chiarezza nei rapporti e mandati a memoria i personaggi principali, poi è stata tutta una goduria.

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A lezione da Rizzolatti

«In te mi specchio» di Giacomo Rizzolatti intervistato da Antonio Gnoli

Ho finito di leggere “In te mi specchio” (Rizzoli): un saggio sotto forma di intervista che Antonio Gnoli fa a Giacomo Rizzolatti. Tema centrale: i neuroni a specchio. La chiacchierata tra i due è molto scorrevole e gli argomenti sono trattati in modo assai divulgativo. Il libro è interessantissimo: se la prima parte è dedicata alla biografia del neuroscienziato, dall’altra viene rispolverata la storia della ricerca neuronale, fino alla scoperta dei mirror e ciò che essi hanno aiutato e stanno aiutando a capire (in particolare per quanto riguarda l’autismo). Ma non solo. A lezione da Rizzolatti – per quello che mi ha dato questo libro – ci andrei subito come allieva fissa… per dire.

Il sentimento nelle cose

«L’ombra abitata» di Alberto Ongaro

Ho letto “L’ombra abitata” di Alberto Ongaro (versione e-Book di 497 pagine).
Devo dirlo. Stavo per scrivere un commento non del tutto positivo. Certo, la penna scorre fluidamente. L’immaginario è ricco anche se inizialmente è un po’ ricoperto da un romanticismo postmoderno che mette in risalto il lato sentimentale delle cose, ma in modo direi comunque del tutto sobrio: tra queste cose, la fotografia messa in mostra in un’esposizione, nella quale il protagonista è convinto di aver intravisto una sua ex, parte di una giovinezza mai dimenticata e vissuta in quella Parigi del primo dopoguerra; ma anche le vie, i negozi, il barbiere, l’albergo, la custodia di uno strumento musicale, gli interni di una camera, una singolare scultura di gesso che diventa la tangibilità del ricordo che il protagonista aveva di sé…
Ben riuscita è di certo la lady metropolitana che usa e getta gli uomini, ma che pare sempre nascondere una verità. Eppure per tutta la prima parte, va detto, il ritmo è assonnato, o così l’ho percepito io: quasi come se per viaggiare nei ricordi occorra rallentare di molto il passo.

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Lode alla piccola danza macabra

«Il culto dei morti nell’Italia contemporanea» di Giulio Mozzi

Ho letto questo libro. E mi è piaciuto parecchio: l’ho trovato talmente limpido, penetrante, rispettoso della morte e della vita, e poetico e provocatorio d’apparirmi come un concentrato di dolore e rinascita e di trasformazione e ribaltamenti, con qualche bella stoccata ironica. 
Ho trovato frastornante la terza parte, soprattutto alcuni testi, o meglio quasi tutti: in primis il pezzo intitolato «Uccisioni rituali di animali, e altri riti». 

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Un gioco di narratori, di storie Matrioska

«Invisibile» di Paul Auster

Su “Invisibile” di Paul Auster. Mi trovo un po’ in difficoltà a mettere in chiaro le idee. Ci provo con delle domande.
Nel complesso mi piaciuto? Sì.
La storia? In verità non mi è parsa questa grande storia, ma l’autore è sempre riuscito a tenermi interessata e a incuriosirmi abbastanza per farmi continuare a leggere. Ultimamente noto sempre di più questa cosa, cioè che le “storie” non mi affascinano davvero, ad affascinarmi sono altre cose, dei particolari, dei meccanismi. Questo per dire che non saprei definire se la storia sia bella o brutta, ma non per colpa della storia; sento che sono io a non “subire” (almeno in questo periodo) il fascino di nessuna storia. Questa in ogni caso ti porta a continuare a leggere. 

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Spunti, riflessioni, monologhi e considerazioni di spessore

«Parole private dette in pubblico» di Giulio Mozzi

Mi rallegro di quante cose siano ancora in grado di sorprendermi. Sono mesi e mesi – e ne ho pure già parlato altre volte – che sento (e leggo) frasi sia di autori affermati sia di aspiranti scrittori volte a sostenere che si scriva solo per gli altri. Non che io scriva romanzi per me: non sono folle. Ma ho sempre pensato che dipendesse da quello che si scrive, per dire: un diario dovrebbe essere l’opposto di una scrittura “pubblica”. Ora, ammetto che sono una cocciuta: “imparo” o “accetto come insegnamento” solo quello che capisco.

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Fiabe dalle morali inenarrabili

«Fiabe così belle che non immaginerete mai» di Ivano Porpora

Dunque, ho letto “Fiabe così belle che non immaginerete mai” di Ivano Porpora, uscito per le edizioni LiberAria.

In pratica una raccolta di racconti (incredibilmente dal tratto – secondo me – molto maschile; se poi a qualcuno interessa potrei cercare di spiegare il senso di questa affermazione, forse senza riuscirci) con sfumature sagge ma anche parecchie spruzzate giocosamente demenziali.

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Un libro utile

«La mia dislessia – Ricordi di un premio Pulizer che non sapeva né leggere né scrivere» di Philip Schultz

È un libro utile per comprendere un po’ i meccanismi mentali di chi ha disturbi d’apprendimento, come la dislessia. Ho finito di leggere il libro “La mia dislessia – Ricordi di un premio Pulizer che non sapeva né leggere né scrivere” di Philip Schultz.
Non so quanti lo potrebbero apprezzare alla pari di quanto lo abbia apprezzato io; un dislessico non può fare a meno di riconoscercisi. Anche se per quel che mi riguarda alla fine mi è venuto da pensare: “Ma quanta rabbia ha ancora in corpo quest’uomo?”

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