L’avventurosa solitudine dei fari narrativi

Letture per esplorare il mondo

…per quattro generazioni, otto membri di un’unica famiglia, quella degli Stevenson, progettarono e costruirono lungo le coste della Scozia ben novantasette fari (…), tra il 1790 e il 1940.


Ho letto  l’ultima opera di Claudio Visentin, Luci sul mare – Viaggio tra i fari della Scozia sino alle isole Orcadi e Shetland (Ediciclo Editore, 10 febbraio 2022), e ne ho scritto su Azione.

La versione integrale del testo – per chi desidera leggerlo ma non ha accesso al cartaceo – si trova online (non richiede iscrizioni perché è un settimanale d’approfondimento gratuito) a questo indirizzo.

Su Il Ciclope di Paolo Rumiz che cito, si trova un approfondimento qui!

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La quarta fase è il «decadimento finale»

Giorgio Falco, mentre mostra il suo Flashover (a sinistra, il moderatore Roberto Falconi) durante la seconda edizione del Festival di letteratura Sconfinare, di Bellinzona; Piazza del sole, il 9 ottobre 2021. (Photo Ma.Ma.)

«La maschera di Flashover è personalizzabile (…) è la maschera di Hollywood per tutti. Uno stile di vita da raggiungere indebitandosi. Come il cugino padrone, l’incendiario.»

(così, Giorgio Falco, ospite del recente Festival Sconfinare di Bellinzona)

Ho parlato di Flahover. Incendio a Venezia di Falco e Ragucci (Einaudi), intervistando l’autore del testo sul settimanale «Azione» (per leggere l’articolo integrale, vedi il cartaceo per chi può, oppure basta seguire il link – non richiede iscrizioni perché è un settimanale d’approfondimento gratuito). (Ringrazio la redazione e in particolare Simona Sala per lo spazio concessomi).

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Un coraggio d’altri tempi

«Le piccole virtù» di Natalia Ginzburg

Ho letto il libro «Le piccole virtù» di Natalia Ginzburg. La prima edizione risale al 1962, ma riporta testi apparsi su riviste italiane tra l’autunno 1944 e la primavera 1960 (secondo Wikipedia). Letta oggi, questa raccolta di undici racconti, mi «irrita», per cui a tratti ho faticato perché mi veniva voglia di chiuderlo e sbatterlo sul tavolo. Non per la scrittura. Certo che no. Ma per le considerazioni che vengono fatte. Sono prevalentemente testi autobiografici, o pezzi da opinionista, di costume, di società, di politica,… Ed è bene quindi che io li tratti da quel che sono e non come racconti o narrativa.

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«Nantucket non è l’Illinois»

«Moby Dick» di Herman Melville

E io che pensavo che il protagonista fosse il Capitano Achab, mentre è Ismaele; che il capodoglio fosse l’antagonista di un eroe, e non il simbolo della vittoria della pace, della natura; che la storia trattasse di una caccia alla balena, mentre mi sono ritrovata tra le mani una parabola aggiuntiva alla Bibbia, o una libera interpretazione della storia di Ismaele, quello che si ritrovò in mezzo a un deserto, e di Giona, che rimase tre giorni e tre notti nel ventre di una balena; e che credevo fosse un romanzo, mentre è un trattato enciclopedico sulle balene; e che anzi, pensavo fosse una storia di avventura, mentre sono stata investita da qualcosa di molto letterario.

Ma certo, parlo di Moby Dick, che scoperta pazzesca. Ci sta dentro così tanta materia narrativa e allegorica che credo di non averci capito quasi niente, pur godendone. Andiamo però con ordine.

LA TRAMA
Il narratore e protagonista (sì, lo è!, frega niente se altri la pensano diversamente) è un marinaio mercantile che chiede al lettore di chiamarlo Ismaele. Il coprotagonista è Nantucket, l’isola da cui salperà con il suo nuovo amico cannibale. Ok scherzo, non è Nantucket che è però un nome che mi piace tantissimo. Il coprotagonista è il mare. Achab serve solo per creare problemi. Dicevo, Ismaele, pieno di entusiasmo, decide di imbarcarsi su una baleniera, quasi per curiosità mi vien da dire, che non per altro. Pare scorrergli la vita e il buonumore nelle vene a ‘sto giovanotto di buona volontà. Il resto si sa: partono, quel testone del capitano è in fissa con la Balena bianca alla quale ha pure dato un nome (Moby Dick) perché in un precedente incontro gli ha masticato per benino una gamba, lasciandolo monco, e, quando la trova, mette nei casini tutti lasciando capire diversi capitoli prima come andrà a finire.

OLTRELATRAMA
La prima parte è bellissima. Ma proprio tanto, così tanto che per la prima volta quasi mi viene da innamorarmi, tanto da farmi sentire in colpa con il mio preferito, che resta I Miserabili di Hugo.
Poi cambia. Non che diventi brutto, eh. Ma tutta quella magia, quella immaginazione scorrevole e avventurosa e ingenua, e piena di voglia di scoperta che ti spinge a sapere come continua, ecco, tutta quella roba lì, quando salgono sul Pequod svanisce quasi interamente.
Anzi, la delusione più grande l’ho avuta quando si è presentato il capitano Achab. Ma perché? Stava riuscendo così bene la mitizzazione di un uomo di cui tutti parlavano ma che non si vedeva mai. Mi aspettavo infatti che anche la scena madre, pur avendolo come protagonista interno, fosse non vissuta ma raccontata come una rievocazione, così come rievocati sono anche tanti altri eventi. No, dopo l’imbarco, non c’è più molta narrazione, ma capitoli di saggistica enciclopedica. E mi dispiace tantissimo. Sono interessanti e ben esposte queste “schede”, ma a me piaceva la storia, la scoperta, l’esplorazione, il confronto tra i due che anche se continua, no, non è più la stessa cosa.
Forse a causa della “fatica”. Dal momento in cui Ismaele e il suo amico cannibale salgono sulla baleniera, inizia la vera parabola e a quel punto il lettore – io – si sente come un estraneo, come un clandestino a bordo di una vicenda che si riveste di molti significati, purtroppo, non tutti accessibili. Da qui la fatica: è così evidente che ci sono più livelli di lettura che diventa faticoso concentrarsi su tutti e aver la pretesa di comprenderli. E di fatto credo di non averci capito molto, non nel dettaglio, ecco, pure avendo ben vissuto con l’equipaggio l’intera vicenda.

CITAZIONI
Mi è rimasto molto addosso il capitolo dedicato al colore bianco. Ma sarebbe troppo lungo da riportare.

Fantastica è poi la descrizione dell’isola
«XIV • NANTUCKET
Durante la traversata non successe più niente che vale la pena di menzionare; così dopo una bella corsa arrivammo senza incidenti a Nantucket.
Nantucket! Prendete la carta geografica e cercatela. Osservate come se ne sta in un vero e proprio angolino del mondo: lì, lontana dalla costa, più solitaria del faro di Eddystone. Guardatela: una pura e semplice collinuccia, una spalla di sabbia; tutta spiaggia, senza sfondo. C’è più sabbia lì di quanta ne potete usare in vent’anni per surrogato della carta assorbente. Qualche spiritoso vi dirà che le erbacce, laggiù, ve le debbono coltivare perché da sole non crescono; che importano cardi dal Canadà; che un tappo per fermare la perdita d’un barile d’olio debbono mandarlo a cercare oltremare; che a Nantucket portano in giro i pezzi di legno come a Roma le schegge autentiche della santa croce; che la gente pianta funghi velenosi davanti a casa per mettervisi all’ombra d’estate; che un filo d’erba fa un’oasi, tre fili a un giorno di marcia una prateria; che vi si calzano scarpe da sabbie mobili, un po’ come in Lapponia le scarpacce da neve; che vi si vive così chiusi, recinti, inserrati da ogni parte, avvolti e radicalmente isolati dall’oceano, che a volte perfino alle sedie e alle tavole si trovano attaccate piccole arselle, come ai dorsi delle testuggini marine. Ma queste esagerazioni provano soltanto che Nantucket non è l’Illinois.»

«Ogni cosa umana che si ritenga completa deve essere proprio per questo infallibilmente difettosa (…) Sono l’architetto non il costruttore».

Il Marco Polo interiore che c’è in noi?

«Le città invisibili» di Italo Calvino

Ho finito di leggere “Le città invisibili” di Italo Calvino e non mi sento di dire molto.
Ho avuto l’impressione che ci siano da capire cose che non capisco. Capisco che un certo Marco Polo racconta le città che ha visitato, ma capisco anche che questo Marco Polo è forse lo stesso Calvino che si è fatto navigatore dei suoi luoghi, immaginari o, come dice lui in un’intervista, interiori. Ma è davvero solo questo?

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