Un’identità. Una vita divisa in più vite.

«Il fu Mattia Pascal» di Luigi Pirandello

È fantastico. Contiene un mondo. Parlo del noto fu Mattia Pascal, che arrivo a leggere tardi alla maniera mia. E pensare che Luigi Pirandello ha un modo di scrivere che mi piace tanto, pari – non mi stancherò di ripeterlo – a quello di Friedrich Dürrenmatt, che per me sembrano dello stesso stampo.

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Un «troiaio» fiabesco, con errori narrativi, per mano di un dio molto uomo

«Genesi» di A.D. per conto di Dio

Bon!, ho finito la Genesi, che m’è parsa tutto un fornicare, far figli, menarsi, figlie con padri, fratelli con sorelle, padroni con serve, schiave consegnate per far sesso e poi maltrattate, tradimenti, smarrimenti, incasinamenti, angeli, distruzioni, nomi e anni, un sacco di nomi e un sacco di anni. E fanciulli abbandonati, e pupi scacciati, e mamme casuali, e padri di tutti, eh, ci credo, fan figli pure senza rendersene conto. Un casino! Allo stesso tempo ci ho ritrovato un sacco di cose sentite mille volte, anche se qui hanno preso un posto preciso in un arco narrativo. Tipo la colomba della pace… che ancora non ho ben capito in che senso c’entra la pace. Mica lo sapevo che era stata mandata tre volte a cercare terra da Noè mentre si trovava sull’arca, per vedere se trovava terre emerse: la prima volta tornò senza nulla, per cui non aveva trovato terra, la seconda volta tornò con un ramo d’ulivo per cui era segno che aveva trovato terra, e la terza volta non tornò. Cioè… mi è piaciuto. 😊 Come una bambina che capisce finalmente una fiaba.

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«Il taccuino di Ginevra» tutta la vita!

«Atlante occidentale» di Daniele Del Giudice

Ho appena chiuso la quarta di copertina del romanzo intitolato «Atlante occidentale» di Daniele Del Giudice e la cosa che mi è piaciuta di più, che ho trovato più “autentica” e interessante e bella a modo suo e scevra persino di cliché è l’annesso, cioè l’inserto del «Taccuino di Ginevra» dove non c’è un tentativo di comprensione della città sul Lemano, non si percepisce la presunzione di fare discorsi alti, non ci sono letture filosofeggianti (che non tutte nel romanzo mi hanno convinta), ma soprattutto dove c’è un personaggio “scrittore” che riconosco come vero, anzi dove tutti i personaggi sono credibilissimi e non spolverati o imbellettati. «Il taccuino di Ginevra» mi è piaciuto molto. Ma il libro letto in verità è un altro e si intitola per l’appunto «Atlante occidentale». Non che sia un brutto libro, eh! No, no. Anzi. L’idea in sé mi piace molto: il confronto tra la concretezza di un metafisico del CERN e l’immaginazione di uno scrittore ha un fascino che subisco da tempo, e corrisponde ad esempio alla frizione che mette in moto il motore narrativo della serie tv “Castle, detective tra le righe”, cioè il confronto del modo di pensare di un poliziotto rispetto a quello di un giallista. (Divertentissimo). Realtà contro immaginazione.

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«Fin che c’è abbandono (lavoro?!), c’è speranza»

«Works» di Vitaliano Trevisan

«…in un lavoro come questo le divagazioni non esistono, o meglio sono l’opera»

Ecco, per dire del contenuto di “Works” di Vitaliano Trevisan, parafraserei questa sua citazione: «…in un lavoro come questo, la realtà, la vita, la biografia, la verità del narratore non esistono, o meglio sono l’opera». Non storia, ma autobiografia attraverso i lavori e i mestieri di cui il narratore ha fatto esperienza.

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Urca! Che “genio”! Che voce!

«La bella di Lodi» di Alberto Arbasino

Che narratore! Bello bello bello! Che quasi mi sento un poco innamorata, poco, eh, ma che bella lettura.

Parlo de “La bella di Lodi” di Alberto Arbasino, un libro prestatomi da un’amica che ringrazio tanto tanto. Ma proprio tanto.

L’ho letto pure in fretta. È così colloquiale e di casa, e senza pretese ma tanto raffinato nonostante la grettezza di personaggi, storia, espressioni, ambiente. È tutto così famigliare e riconoscibile e materialmente umana questa vicenda che solo una voce come quella usata poteva rendere così bene. 

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Una valanga di parole

«La morte a Venezia» di Thomas Mann

“Quell’impronta di gioia che è a sua volta fonte di gioia per coloro che amano le opere d’arte più di qualsiasi contenuto interiore e più di ogni pregio per eminente che sia”

Mi è rimasta addosso una valanga di parole. Ho letto il lungo racconto “La morte a Venezia” di Thomas Mann. Non sono certa di aver capito tutto, la storia sì, ma tutte quelle parole che ha usato per descriverla, non so. Se non che me l’hanno ovattata invece di rendermela vivida. Ho come la percezione di aver guardato accadere cose attraverso una fitta nebbia. Come se tutte quelle parole avessero avuto lo scopo di offuscare invece che chiarire.

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Vorrei scrivere qualcosa di più

«David Copperfield» di Charles Dickens

Vorrei scrivere qualcosa, come faccio sempre, sul libro che ho appena finito di leggere: “David Copperfield” di Charles Dickens, ma non so bene che cosa dire. 
Mi sono segnata pochissime cose durante la lettura. Ad esempio mi sono chiesta se non ricordavo male che inizia come I fratelli Karamazov, con il narratore che dice che saranno poi i lettori a decidere se è lui o no l’eroe del romanzo.
Poi mi sono segnata l’appunto secondo cui all’inizio mi pareva in parte un trattato sull’opportunismo e dall’altra la messa in scena del classico “Te le suono per il tuo bene”. Mi sono poi voluta ricordare di due momenti. Uno dolcissimo, che è il bacio sulla fronte della moglie dell’oste che serve una birra a David, quand’è ancora ragazzino, e l’altro alla fine, in uno dei momenti in cui mi sono commossa di più, cioè quando finalmente lui e Agnese si dichiarano. 
Ma mi pare poca cosa rispetto all’enormità di storia contenuta in questo libro, e non so spiegarmi il motivo.

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Uno Spoon River senza tombe

«Pedro Páramo» di Juan Rulfo

Ecco: è così che mi sono sempre immaginata la pre-morte, così, intendo, come se l’è immaginata Juan Rulfo scrivendo «Pedro Páramo». Che è per me il morire più ricco che si possa immaginare, un onirico viaggio impalpabile nelle cose di un nostro passato sconosciuto, uno svelamento di altro, magari utile a capire quel che è stato e che rimanda all’origine del tutto, un chiudere il cerchio. Sì, ovvio che mi è piaciuto questo libro. Decisamente. È stato come camminare attraversando le pareti del mio cervello, come essere a casa. Un po’ più in là, dentro la nebbia rada. Tra sconosciuti da incontrare e storie da ascoltare.

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IL racconto dimostrativo allegorico della dinamica di gruppo di un sistema di potere

«La caduta» di Friedrich Dürrenmatt

Che a me piaccia Friedrich Dürrenmatt, e non perché io sia svizzera come lo era lui ma perché gli riconosco una genialità narrativa fuori dal comune, è cosa di cui non faccio mistero. Non tutti i suoi titoli sono però allo stesso livello di godimento. Alcuni li ho quasi dimenticati, ma altri mi sono rimasti a tal punto che li uso spesso come esempi in tanti discorsi della quotidianità (penso a Greco cerca Greca o a La panne, di cui posterò due o tre righe in seguito). Ecco, «La caduta» (racconto di 60 paginette) è squittissimo e mi sa che finirà a rimpolpare l’elenco di quei titoli di cui mi posso servire per mostrare quel che meno mi riesce facile d’inventare sul momento.

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