«Fin che c’è abbandono (lavoro?!), c’è speranza»

«Works» di Vitaliano Trevisan

«…in un lavoro come questo le divagazioni non esistono, o meglio sono l’opera»

Ecco, per dire del contenuto di “Works” di Vitaliano Trevisan, parafraserei questa sua citazione: «…in un lavoro come questo, la realtà, la vita, la biografia, la verità del narratore non esistono, o meglio sono l’opera». Non storia, ma autobiografia attraverso i lavori e i mestieri di cui il narratore ha fatto esperienza.

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Urca! Che “genio”! Che voce!

«La bella di Lodi» di Alberto Arbasino

Che narratore! Bello bello bello! Che quasi mi sento un poco innamorata, poco, eh, ma che bella lettura.

Parlo de “La bella di Lodi” di Alberto Arbasino, un libro prestatomi da un’amica che ringrazio tanto tanto. Ma proprio tanto.

L’ho letto pure in fretta. È così colloquiale e di casa, e senza pretese ma tanto raffinato nonostante la grettezza di personaggi, storia, espressioni, ambiente. È tutto così famigliare e riconoscibile e materialmente umana questa vicenda che solo una voce come quella usata poteva rendere così bene. 

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Una valanga di parole

«La morte a Venezia» di Thomas Mann

“Quell’impronta di gioia che è a sua volta fonte di gioia per coloro che amano le opere d’arte più di qualsiasi contenuto interiore e più di ogni pregio per eminente che sia”

Mi è rimasta addosso una valanga di parole. Ho letto il lungo racconto “La morte a Venezia” di Thomas Mann. Non sono certa di aver capito tutto, la storia sì, ma tutte quelle parole che ha usato per descriverla, non so. Se non che me l’hanno ovattata invece di rendermela vivida. Ho come la percezione di aver guardato accadere cose attraverso una fitta nebbia. Come se tutte quelle parole avessero avuto lo scopo di offuscare invece che chiarire.

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Vorrei scrivere qualcosa di più

«David Copperfield» di Charles Dickens

Vorrei scrivere qualcosa, come faccio sempre, sul libro che ho appena finito di leggere: “David Copperfield” di Charles Dickens, ma non so bene che cosa dire. 
Mi sono segnata pochissime cose durante la lettura. Ad esempio mi sono chiesta se non ricordavo male che inizia come I fratelli Karamazov, con il narratore che dice che saranno poi i lettori a decidere se è lui o no l’eroe del romanzo.
Poi mi sono segnata l’appunto secondo cui all’inizio mi pareva in parte un trattato sull’opportunismo e dall’altra la messa in scena del classico “Te le suono per il tuo bene”. Mi sono poi voluta ricordare di due momenti. Uno dolcissimo, che è il bacio sulla fronte della moglie dell’oste che serve una birra a David, quand’è ancora ragazzino, e l’altro alla fine, in uno dei momenti in cui mi sono commossa di più, cioè quando finalmente lui e Agnese si dichiarano. 
Ma mi pare poca cosa rispetto all’enormità di storia contenuta in questo libro, e non so spiegarmi il motivo.

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Uno Spoon River senza tombe

«Pedro Páramo» di Juan Rulfo

Ecco: è così che mi sono sempre immaginata la pre-morte, così, intendo, come se l’è immaginata Juan Rulfo scrivendo «Pedro Páramo». Che è per me il morire più ricco che si possa immaginare, un onirico viaggio impalpabile nelle cose di un nostro passato sconosciuto, uno svelamento di altro, magari utile a capire quel che è stato e che rimanda all’origine del tutto, un chiudere il cerchio. Sì, ovvio che mi è piaciuto questo libro. Decisamente. È stato come camminare attraversando le pareti del mio cervello, come essere a casa. Un po’ più in là, dentro la nebbia rada. Tra sconosciuti da incontrare e storie da ascoltare.

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IL racconto dimostrativo allegorico della dinamica di gruppo di un sistema di potere

«La caduta» di Friedrich Dürrenmatt

Che a me piaccia Friedrich Dürrenmatt, e non perché io sia svizzera come lo era lui ma perché gli riconosco una genialità narrativa fuori dal comune, è cosa di cui non faccio mistero. Non tutti i suoi titoli sono però allo stesso livello di godimento. Alcuni li ho quasi dimenticati, ma altri mi sono rimasti a tal punto che li uso spesso come esempi in tanti discorsi della quotidianità (penso a Greco cerca Greca o a La panne, di cui posterò due o tre righe in seguito). Ecco, «La caduta» (racconto di 60 paginette) è squittissimo e mi sa che finirà a rimpolpare l’elenco di quei titoli di cui mi posso servire per mostrare quel che meno mi riesce facile d’inventare sul momento.

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Chi scrive cosa di chi?

«Trilogia di New York» di Paul Auster

«Nelle storie che scriveva, a importargli non era il rapporto con il mondo, ma il rapporto con le altre storie».

A qualcuno potrebbe non essere piaciuto molto, e lo capisco. La “Trilogia di New York” di Paul Auster non punta di certo a emozionare e meno ancora la si può definire narrazione scorrevole, è anzi semmai un romanzo metaletterario (un po’ astruso). Cosa che di solito a me non piace moltissimo, perché è un genere basato spesso sull’autoreferenzialità e, be’, non è roba per me. Questo libro, tuttavia, in una parola, mi è parso “geniale” e aggiungo pure originale e persino coinvolgente.

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Basterebbe anche solo la seconda metà

«Ombre» di Ernst H. Gombrich

Il libro letto sulla tratta Locarno-Lugano questa mattina – godendomelo parecchio grazie a un prestito molto apprezzato – è il catalogo di una mostra dedicata alle ombre nell’arte, e “Ombre” è il titolo, mentre Ernst H. Gombrich, è l’autore.

La mia recente passione (od ossessione? Curiosa l’assonanza delle due parole) per le ombre, non mi permette di avere un’oggettiva visione d’insieme (ma tanto non sono mai oggettiva).
La prima parte era un po’ generica, non per questo inutile (una rinfrescata ci stava) però, con osservazioni circa le tre caratteristiche principali dell’ombra: quella sull’oggetto che rimane non rischiarato, quella portata che viene proiettata ad esempio su un muro, e quella congiunta, molto attaccata all’oggetto, utile a dargli una dimensione tridimensionale ad esempio (v. Trompe l’oeil).

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La caricatura dell’Italia di Nonna Elsa

«La Storia» di Elsa Morante

Ovvero la caricatura dell’Italia degli anni della seconda guerra mondiale e della vita in generale, narrate da “nonna Elsa”.

Un altro libro (forse il terzo o il quarto) che, pur essendo portato e citato per essere un grande romanzo, a me non è piaciuto. E come mia abitudine mi permetto di dirlo, consapevole di attirare lo sdegno di chi ne sa più di me: per cui mi scuso a priori.

Lo dico subito anche per togliermi il mattone dal cervello: dopo la prima pagina avevo già stabilito che era una scrittura di quelle che a me non solo dicono poco ma persino mi irritano. Tanto. Ché più “bugiarda” (perché ampollosa, forzata, caricaturale, eccetera) non poteva essere. Per me. Sia chiaro: per il mio gusto e la mia percezione personale.
Il resto della lettura (faticosissima) me lo sono concesso solo nel tentativo di trovare qualcosa che mi convincesse di sbagliarmi. Girata l’ultima pagina, confermo la prima impressione che mi è entrata fino al midollo.

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Un libro sulla colpa e sul limite

«Pastorale americana» di Philip Roth

Un paio di minuti dopo aver finito un libro, di regola, mi metto a scrivere la nota che si srotola senza quasi pensarci. Mi ritrovo così a digitarla su telefonino e pubblicarla su fb senza nemmeno rileggere. Ho finito il romanzo “Pastorale americana” di Philip Roth già ieri. Ci ho dormito su la notte. Ci ho ragionato questa mattina e sono ancora restia a dire quello che penso. A fermare quello che penso. E questo credo sia già un grande risultato. L’ho vissuto come un libro sul tema della colpa, direi quasi sull’origine della colpa, e del superamento dei limiti: in buona sostanza per me è un libro che esplora o rivisita il peccato originale. E sembra dire: nell’accogliere il cambiamento o l’abbattimento di un valore morale o etico o sociale dove si pone il nuovo limite?

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