Un visibile narrare, con “stile” – 01

1 di 4, per la prima miniserie: un visibile narrare, con “stile”.

Marocco, deserto orientale; l’ho scattata nel 2010

Non c’è reportage di viaggio che non contenga un’alba o un tramonto.

«Stiamo a mirarla: i’ ti pur prego et chiamo, / o Sole; et tu pur fuggi, et fai d’intorno» (Petrarca).

Insomma, a chi non piacciono i cieli infuocati?

Ma allora perché quelle «robe lì» – «robe belle» che restano belle anche se sono ormai scontate da essere compresi nei cosiddetti cliché (topos romantici, in questo caso) – non si «dovrebbero» più usare nelle opere artistiche, siano esse fotografiche, letterarie, giornalistiche o cinematografiche, e via elencando? A volte viene da chiederselo. In fondo mantengono la loro magia, quell’incanto che – se non ne abbiamo pieni gli occhi – ci fa ancora dire oh!, cioè, ad esempio io che non vedo il mare aperto tutti i giorni (e anzi a volte trascorrono anni da una volta all’altra», beh, quando mi ci trovo davanti a quella massa d’acqua infinita resto soggiogata dal suo flusso ondeggiante e mi sento socchiudere gli occhi per prendere la brezza in volto respirando a pieni polmoni, e resto frastornata dal suo vociare basso e rabbioso. Ma questa è la realtà.

Che cosa accade però ai tramonti e alle albe narrative?

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