Pensieri più che corpi

«Due vite» di Emanuele Trevi

«Due vite» di Emanuele Trevi, che potevano essere anche tre, ha vinto il Premio Strega di quest’anno e, come pare essere la tendenza più letteraria di questi tempi, ha poco o nulla del romanzo romanzesco. Anzi, di questa, più che di altre opere mi viene da dire che sembra in tutto e per tutto un saggio narrativo: una bi-bio- autobiografia, e anche molto metaletteraria.

Non c’è trama. L’autore si fa narratore interno assumendo parte del ruolo di personaggio che interagisce con le «due vite» di altrettanti autori: Pia Pera e Rocco Carbone, dei quali non ho avuto piacere fino a oggi di leggere alcun libro. Ed è stato forse quest’ultimo fattore a determinare un mio minor coinvolgimento rispetto ad altre letture. Un contenuto che mi pare abbia invece molto convinto chi della Repubblica delle lettere ha probabilmente percorso pezzi di strada con loro, o che comunque ha avuto modo di incrociarli sulla via. Un lettore che non conosca almeno le opere di Pia e Rocco, e che manco si immagina come fossero fisicamente (per me Pia doveva essere piccolina e Rocco, un gigante) potrebbe rischiare di conservare poco o niente di questo testo a copertina chiusa; l’unica immagine che è rimasta a me, forse, è quella dell’incidente stradale di Rocco, e anche questa è frammentata.

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La letteratura come status symbol

Rispondo qui a chi mi chiede la ragione per cui leggo se non mi piace farlo, e non sono pochi.


Ho iniziato a leggere per colpa di un biondino (e pensare che i biondini non sono il mio tipo, però mi pareva carino). Mi portò in una libreria di Milano, per il primo appuntamento. Una libreria! A Milano! Un incubo.

Feci finta di nulla, ovviamente. Entrai e compresi che non solo mi aveva portata in una libreria ma stava pure comperando un sacco di libri. Mi dissi che qualcosa avrei dovuto prendere anche io. Avevo già venticinque anni e non avevo mai letto alcun libro, nemmeno un fumetto, nemmeno a scuola. Mi stava simpatica la parola “filosofia” (nello sport che praticavo, si parlava spesso di filosofia di vita). Era inoltre ovvio che avrei dovuto prendere il librettino più piccolo… metti che poi avrei anche dovuto leggerlo!

Finii sull’Apologia di Socrate scritta da Platone. (Tanto per far capire quanto siano importanti i consigli di lettura…). Ci misi una vita per portarlo a termine. Lavoravo in un posto dove avevo molto tempo morto, tempo libero, e così appena potevo mi ci mettevo, tutti i giorni. Circa tre ore per pagina, dizionario alla mano, e mal di testa pazzeschi.

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Un giardino delle delizie a Roma, Gadda come Bosh

«Quer pasticciaccio brutto de via Merulana» di Carlo Emilio Gadda

Quale statura antignomica, ed eccelsa letterarietà volgare, esatta, alla romana, da cui il romanzesco per antonomasia.

E va ben!, lo so: scarno tentativo, il mio, di fare il verso a «Quer pasticciaccio brutto de via Merulana» di Carlo Emilio Gadda, cercando di nominare il giusto, nell’elogio mio del suo, come fa lui nelle cose della vita, delle storie. Torno in me: che gran bel romanzo!, dicevo. Strabordante di parole e ricolmo di immagini.

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Una genesi più realistica della genesi

«Cent’anni di solitudine» di Gabriel García Márquez

Ho pubblicato su facebook le righe che seguono, in merito al notissimo romanzo di Márquez, scatenando uno scambio di circa quattrocento commenti, se non di più. Alle prime considerazioni, riporto il contenuto anche di alcune delle mie precisazioni. Quindi questa scheda ha una forma diversa dalle altre.

«Ho letto Cent’anni di solitudine e di nuovo non c’entra niente con l’idea che me ne ero fatta sentendone parlare (1). Sembra un libro della Bibbia, una genesi più simile alla genesi che mi ero immaginata dovesse essere, che non a quella che ho poi letto.

E mi sorprende tanto il successo che ha avuto, perché non è esattamente un romanzo romanzesco e mi viene da pensare che oggi forse non verrebbe pubblicato un libro simile fosse a firma di un esordiente (2).

Ancora non ho nemmeno capito se e quanto mi interessa. (3) Da una parte l’ho trovato abbastanza folle da essere «geniale», dall’altra non mi ha dato davvero gusto o piacere leggere queste pagine. Ciò non significa che non mi piaccia (4). Cioè: riconosco che è ben riuscito, riconosco la follia del progetto, intuisco molti rimandi anche simbolici, intravedo delle chicche sociologiche, e delle chimere idealistiche, mi pare chiara la sperimentazione di un genere diverso, capisco che tutto questo abbia un suo portato, una sua importanza letteraria, non trovo nulla che mi infastidisca, cioè che non mi piace, ma mi vien da dire che non mi dice niente questo tipo di lettura (5).

Non mi appassiona. Non mi lascia nulla addosso. Non mi accende lucine in testa. E andrebbe bene se non sapessi che invece è un libro considerato eccezionale e bellissimo per tantissimi (6). Ecco, quando non riconosco una bellezza oltre la “tecnica” io mi interrogo sui miei limiti di comprensione. O di percezione. O di aderenza a uno specifico immaginario. Senza purtroppo trovare facilmente risposte (7).»

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Un’epica biografia

«La ragazza con la Leica» di Helena Janeczek

Vinse il Campiello e lo Strega, due anni or sono. Ne prendo atto.
Ho letto «La ragazza con la Leica» di Helena Janeczek.

LA TRAMA

È la biografia di Gerda Taro: nata a Stoccarda nel 1910, travolta a morte da un carro armato durante la guerra civile spagnola, a Madrid il 26 luglio 1937.
Professione: fotografa di guerra e amante dell’ungherese Robert Capa, altrettanto fotografo con il quale lavorò. Civettuola e furba, indipendente e appassionata.
Essendo morta giovanissima, è passata alla storia come un’eroina coraggiosa. Ed è questa mitizzazione che ho amato poco. Forse anche a lei non sarebbe piaciuta se prendo per buono quanto è scritto nel libro stesso: “Si schermiva Gerda, divertita e forse neanche troppo; l’idea che qualcuno la venerasse le sembrava incredibile, una fandonia per sminuire il suo lavoro e il suo impegno”.

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