Chi scrive cosa di chi?

«Trilogia di New York» di Paul Auster

«Nelle storie che scriveva, a importargli non era il rapporto con il mondo, ma il rapporto con le altre storie».

A qualcuno potrebbe non essere piaciuto molto, e lo capisco. La “Trilogia di New York” di Paul Auster non punta di certo a emozionare e meno ancora la si può definire narrazione scorrevole, è anzi semmai un romanzo metaletterario (un po’ astruso). Cosa che di solito a me non piace moltissimo, perché è un genere basato spesso sull’autoreferenzialità e, be’, non è roba per me. Questo libro, tuttavia, in una parola, mi è parso “geniale” e aggiungo pure originale e persino coinvolgente.

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La forza del sistema di immagini

[Questo articolo era stato preparato l’anno scorso per il sito “I libri degli altri”, ma siccome hanno poi chiuso la sezione “Immersioni”, lo pubblico qui.]

L’INTRO

«Un sistema di immagini è una strategia di motivi, una categoria di immagini impresse nel film che si ripete visivamente e sonoramente dall’inizio alla fine, con persistenza e grande variazione, ma con altrettanta grande sottigliezza; è una forma di comunicazione subliminale che rafforza la profondità e la complessità dell’emozione estetica.»

Così scrive Robert McKee nel volume «Story» (Omero editore, Roma, 2010), bibbia degli sceneggiatori, e utilissimo anche per i romanzieri o scrittori di racconti. Ed è proprio il sistema di immagini che, secondo me, funziona molto bene e salta all’occhio di qualsiasi lettore del romanzo «Fahrenheit 451» di Ray Bradbury (Mondadori, per la collana Oscar Moderni, Milano, 2016 – ndr: si cita non la prima edizione, ma la versione dalla quale vengono tratte le seguenti citazioni; ne riportiamo solo alcune prese dalle prime 30 pagine).

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Basterebbe anche solo la seconda metà

«Ombre» di Ernst H. Gombrich

Il libro letto sulla tratta Locarno-Lugano questa mattina – godendomelo parecchio grazie a un prestito molto apprezzato – è il catalogo di una mostra dedicata alle ombre nell’arte, e “Ombre” è il titolo, mentre Ernst H. Gombrich, è l’autore.

La mia recente passione (od ossessione? Curiosa l’assonanza delle due parole) per le ombre, non mi permette di avere un’oggettiva visione d’insieme (ma tanto non sono mai oggettiva).
La prima parte era un po’ generica, non per questo inutile (una rinfrescata ci stava) però, con osservazioni circa le tre caratteristiche principali dell’ombra: quella sull’oggetto che rimane non rischiarato, quella portata che viene proiettata ad esempio su un muro, e quella congiunta, molto attaccata all’oggetto, utile a dargli una dimensione tridimensionale ad esempio (v. Trompe l’oeil).

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«L’arte è una malattia. L’amore, un’illusione»

«Il ritratto di Dorian Gray» di Oscar Wilde

Che gran bel libro: geniale, audace (se penso poi che fu scritto nel 1890), sì, e sfacciatamente bello!

LA TRAMA
La conosceranno tutti, ad ogni modo: ci sta questo artista, un pittore, che è innamorato della bellezza di Dorian che si fa ritrarre. A quest’ultimo viene dato in dono l’opera che però gli fa crescere l’invidia per sé stesso, perché lei, l’opera, non invecchierà, mentre lui, sempre più narcisista, sì. Il giovane – corrotto soprattutto dalle parole di Henry – fa una specie di patto col diavolo come dice una “donnaccia” verso la fine della storia: Dorian manterrà la sua giovinezza mentre il quadro invecchierà e si imbruttirà. Affronterà ogni emozione con sempre maggior cinismo in nome di una bellezza che più che arte è per l’appunto una malattia, una macchia che lo inghiottirà poco a poco. Sfiora l’amore che non riesce tuttavia a salvarlo, anzi. Supererà in breve il suicidio della sua amata (da lui stesso cagionato), e farà un sacco di male un po’ a tutti nell’arco di un ventennio. Di fatto quel che accade è che tutto ciò che lui “tocca” viene rovinato. Non spoilero il resto, che come me magari ci sono altri che non lo hanno ancora letto. Restando in tema di arte, in pratica: Basil è l’artista, Dorian, l’opera, ed Henry, il mercificatore dei due, il diavolo stesso.

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La passione di Gesù

«Lo Straniero» di Albert Camus

Adesso dico una delle mie bestialità: può essere che io ci abbia visto la passione di Gesù, nel libro di Albert Camus intitolato «Lo Straniero» (1942)?
Ci sto ragionando. Intanto posso dire che ricorderò questo libro come il libro della «passione», sì, ma anche del caso e delle coincidenze. Non a caso!
Anzitutto il caso vuole che mentre lo sfogliavo mi è stato chiesto di leggere un racconto di Carver, «Lo scompartimento», che molto ha che fare (secondo me). In secondo luogo si è rivelato essere per caso il libro che rileggerò quando mi chinerò (finalmente, ma chissà quando) sul progetto che mi ronza in testa dalla primavera del 2016 (è perfetto il modo, l’ambientazione ma soprattutto la resa della scissione tra l’agire “passivo” del protagonista e l’aspettativa dettata dalle solite convenzioni sociale, se così si può dire) e, infine, perché ci ritrovo per caso una certa mia indolenza verso certi fatti della vita, che nell’ordinarietà del comune vissuto viene poco compresa. 
Quindi sarò giocoforza “di parte” per gratitudine. Battuta a parte, non credo di sbagliarmi nel definirlo un bel libro.

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Un inno alla ribellione personale, sociale, idealistica…

«Le assaggiatrici» di Rosella Postorino

Un inno alla ribellione personale, sociale, idealistica, sentimentale, erotica, cercata e a volte agita, ma sempre in costante lotta contro una resistenza morale, neanche troppo sotterranea, fatta di senso del dovere, di ricerca del giusto, del lecito, dell’accettazione dell’abominio in nome di cause superiori, di ruoli definiti dal potere, dallo stato sociale, dal desiderio carnale, dalla paura, eccetera eccetera. Un inno alla ribellione, in somma, tra desiderio e rassegnazione, come viene descritto il pianto del bambino Thomas nel viaggio della fuga verso Berlino, sul treno alla fine della seconda parte.

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La caricatura dell’Italia di Nonna Elsa

«La Storia» di Elsa Morante

Ovvero la caricatura dell’Italia degli anni della seconda guerra mondiale e della vita in generale, narrate da “nonna Elsa”.

Un altro libro (forse il terzo o il quarto) che, pur essendo portato e citato per essere un grande romanzo, a me non è piaciuto. E come mia abitudine mi permetto di dirlo, consapevole di attirare lo sdegno di chi ne sa più di me: per cui mi scuso a priori.

Lo dico subito anche per togliermi il mattone dal cervello: dopo la prima pagina avevo già stabilito che era una scrittura di quelle che a me non solo dicono poco ma persino mi irritano. Tanto. Ché più “bugiarda” (perché ampollosa, forzata, caricaturale, eccetera) non poteva essere. Per me. Sia chiaro: per il mio gusto e la mia percezione personale.
Il resto della lettura (faticosissima) me lo sono concesso solo nel tentativo di trovare qualcosa che mi convincesse di sbagliarmi. Girata l’ultima pagina, confermo la prima impressione che mi è entrata fino al midollo.

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La parabola della nascita di una comunità

«Cattedrale» di Raymond Carver (il singolo racconto)

La cripta romanica della chiesa San Vittore di Muralto.

È capitato che con un’amica – aggiungo di penna, ma non solo – abbiamo letto ad alta voce un racconto. E lo rifaremo con altri. È una sua idea. Una bella idea. Un’idea utile. Un modo diverso e molto concreto di ragionare sulla scrittura. Mi ha proposto un racconto di Raymond Carver che si intitola «Cattedrale». Lo so, è tra i più conosciuti. Lo avevo già sentito citare a più riprese, persino io, eppure non l’avevo ancora mai letto. 😊 E con il senno di poi, credo sia il racconto perfetto per avviare un’esperienza come questa: questione di incontri e condivisioni.

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Se lo immagini poi diventa reale…

«Storia di due donne e di uno specchio» di Edoardo Zambelli

«- Perché non provi a immaginarlo?
– Perché se lo immagino poi diventa reale»

È questa una delle citazioni, secondo me, più rappresentative del libro che ho appena finito di leggere. Uh! Quante cose avrei da dire sul nuovo romanzo di Edoardo Zambelli intitolato «Storia di due donne e di uno specchio» (Laurana Editore, 2018). Ci proverò, tralasciando comunque molto altro, purtroppo.

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Un libro sulla colpa e sul limite

«Pastorale americana» di Philip Roth

Un paio di minuti dopo aver finito un libro, di regola, mi metto a scrivere la nota che si srotola senza quasi pensarci. Mi ritrovo così a digitarla su telefonino e pubblicarla su fb senza nemmeno rileggere. Ho finito il romanzo “Pastorale americana” di Philip Roth già ieri. Ci ho dormito su la notte. Ci ho ragionato questa mattina e sono ancora restia a dire quello che penso. A fermare quello che penso. E questo credo sia già un grande risultato. L’ho vissuto come un libro sul tema della colpa, direi quasi sull’origine della colpa, e del superamento dei limiti: in buona sostanza per me è un libro che esplora o rivisita il peccato originale. E sembra dire: nell’accogliere il cambiamento o l’abbattimento di un valore morale o etico o sociale dove si pone il nuovo limite?

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