Un romanzo zeppo di buoni valori, e altri mondi possibili

«Dune» di Frank Herbert (1. e 2. volume; 3. episodio; 4. episodio; 5. episodio; 6. episodio)

Riporto qui di seguito – in un’unica pagina – ciò che ho scritto, a tappe, dei libri del ciclo dune: sei episodi del genere della fantascienza che eccezionalmente non mi sono dispiaciuti. Anzi. Questi i titoli.

  1. «Dune» (1965)
  2. «Messia di Dune» (1969)
  3. «I figli di Dune» (1977)
  4. «L’imperatore Dio di Dune» (1981)
  5. «Gli eretici di Dune» (1984)
  6. «La rifondazione di Dune» (1985)
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Un racconto a tratti ironico, a tratti malinconico

«L’ombra di quel che eravamo» di Luis Sepúlveda

Lo lessi, tempo fa. Tre libri, i due più noti e poi un terzo, per adulti (diciamo così), e mi era piaciuto: «L’ombra di quel che eravamo». Così ne scrissi all’epoca, era il 2010:

Luis Sepúlveda è riuscito a farmi leggere a cuor leggero, e con la mente aperta, una storia immersa in un contesto storico dai ricordi dolorosi, dove le cicatrici, anche se in parte rimarginate, non riescono a guarire del tutto. Una vicenda leggera, un po’ spruzzata di giallo, dal sapore a tratti ironico, a tratti malinconico, ma allo stesso tempo anche colma di amore e di speranza. Amore per la vita, passata e presente, ma soprattutto speranza per quella futura. Un libro in cui si vuol far vincere la giustizia sopra ogni sconfitta, grazie al tempo, grazie a un destino… anche in questo caso, paradossalmente ironico seppur tragico. Quasi a voler dire, ma senza la medesima retorica, che: «Ognuno, alla fine, raccoglie quel che ha seminato» e che «Tutto passa!».

LA TRAMA
Quattro anziani si ritrovano con il desiderio di far rivivere la loro giovinezza mettendo a segno l’ultimo colpo, dopo anni di vita da pensionati. A trascinarli un vecchio anarchico chiamato L’ombra.

Lo ricordo ancora quel libro lì. Resta sebbene il Coronavirus se lo sia portato via. Adiós!

Il destino, esiste?

«Il Grande Gatsby» di Francis Scott Fitzgerald

«Non esiste destino; se esiste, lo abbiamo costruito noi stessi»

Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald è a dir poco avvincente, e a suo modo anche commovente. Mi ha incuriosita e pure un poco inquietata, perché intreccia una vena sottile di follia a un’arteria di apparente normalità, che di normale ha poco, come la vita. È un romanzo di grande tensione narrativa anche se pare che capiti poco, o tanto ma senza strombazzamenti.

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Frammenti sparsi di una cronaca incompiuta

«Hamburg» di Marco Lupo

Frammenti sparsi di una cronaca incompiuta. E in bianco e nero. Mi viene da dire questo del libro che ho appena finito. E dico libro perché ha poco o niente del romanzesco. Sembra piuttosto un saggio incompiuto. Parlo di «Hamburg» di Marco Lupo. Un bel libro che non saprei bene riassumere.

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Il delirio di un saggio ubriacone

«Antichi Maestri» di Thomas Bernhard

Ubriaco, sì! Se di alcol, di vita, di dolore, di malinconia, di solitudine, di rabbia, disperazione o di arte è uguale… Ho letto gli «Antichi Maestri» di Thomas Bernhard. Per una volta concordo davvero con tutto il bene e il bello che ne ho sentito dire. Anzi. A me pare ci sia anche di più. Non solo voce, non solo forma, ma pure contenuto, perché c’è, tanto che io ci ho trovato una storia molto commovente.
Qui di seguito dico un po’ di cose, qualche pensiero a caldo; ne dico anche troppo, lo so, ma comunque non abbastanza. So che all’inizio ho avuto opinioni divergenti tra loro, dalla sorpresa alla noia del ridondante, dal sentirmi divertita al dirmi interessata. Poi tutto ha preso un suo senso.

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L’eccesso descrittivo

«Il Gattopardo» di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

La prima descrizione dell’olimpo palermitano risuona come quella del portale della chiesa di Umberto Eco ne “Il nome della rosa”. È il primo pensiero che ho fatto dopo poche pagine de “Il Gattopardo“ di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, finito di leggere ieri. Un’impressione che ha trovato poi riscontri in tutto il romanzo, trasformandosi da esercizio positivo in un accumulo di parole noiose e dispersive.

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La bellezza nella forma

«Dracula» di Bram Stocker

Che singolare esperienza è stata la lettura di “Dracula”, il romanzo di Bram Stocker. Mi ha fatto la stessa impressione che mi fece leggere due o tre racconti di Edgar Allan Poe. Entrambi gli autori vengono spesso descritti come narratori di storie cupe e ricche di orrore, eppure – sarà che ormai la storia di Stoker è sin troppo nota o sarà che l’età mi gioca contro – io che pure son parecchio sensibile non ho percepito nessun pericolo, nessuna tensione, nessuna paura e manco un eventuale disagio per le ambientazioni. Anzi.
E pensare che non ho mai visto nemmeno un solo minuto di film che riguardi Dracula o altri vampiri in generale. Manco un fumetto. Riassumendo, non spaventa, ma è comunque un romanzo magnifico. E forse anche proprio perché non è così spaventoso, cioè magari è bello proprio perché non punta davvero su questo ma sulle relazioni che intercorrono tra i personaggi. Secondo me.

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«Il taccuino di Ginevra» tutta la vita!

«Atlante occidentale» di Daniele Del Giudice

Ho appena chiuso la quarta di copertina del romanzo intitolato «Atlante occidentale» di Daniele Del Giudice e la cosa che mi è piaciuta di più, che ho trovato più “autentica” e interessante e bella a modo suo e scevra persino di cliché è l’annesso, cioè l’inserto del «Taccuino di Ginevra» dove non c’è un tentativo di comprensione della città sul Lemano, non si percepisce la presunzione di fare discorsi alti, non ci sono letture filosofeggianti (che non tutte nel romanzo mi hanno convinta), ma soprattutto dove c’è un personaggio “scrittore” che riconosco come vero, anzi dove tutti i personaggi sono credibilissimi e non spolverati o imbellettati. «Il taccuino di Ginevra» mi è piaciuto molto. Ma il libro letto in verità è un altro e si intitola per l’appunto «Atlante occidentale». Non che sia un brutto libro, eh! No, no. Anzi. L’idea in sé mi piace molto: il confronto tra la concretezza di un metafisico del CERN e l’immaginazione di uno scrittore ha un fascino che subisco da tempo, e corrisponde ad esempio alla frizione che mette in moto il motore narrativo della serie tv “Castle, detective tra le righe”, cioè il confronto del modo di pensare di un poliziotto rispetto a quello di un giallista. (Divertentissimo). Realtà contro immaginazione.

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«Fin che c’è abbandono (lavoro?!), c’è speranza»

«Works» di Vitaliano Trevisan

«…in un lavoro come questo le divagazioni non esistono, o meglio sono l’opera»

Ecco, per dire del contenuto di “Works” di Vitaliano Trevisan, parafraserei questa sua citazione: «…in un lavoro come questo, la realtà, la vita, la biografia, la verità del narratore non esistono, o meglio sono l’opera». Non storia, ma autobiografia attraverso i lavori e i mestieri di cui il narratore ha fatto esperienza.

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