Non ho ceduto alla tentazione

«Oracolo manuale per scrittrici e scrittori» di Giulio Mozzi

Quale tentazione? Quella di leggere “L’oracolo manuale per scrittrici e scrittori” di Giulio Mozzi come fosse un manuale, invece di farlo come “oracolo”. Singolarità unica per un libro di consultazione divinatoria, dico, questa ambivalenza. Anzi, più che unica, quasi contraddittoria! Ed è questo il bello. Il gioco.

Lo so perché ne ho parecchi di questi gingilli: dal libro dei mutamenti I Ching, ai tarocchi, al noto libro delle risposte, ad altri oracoli non meno divertenti; ma nessuno di questi è da leggersi come un manuale (anche se vien la tentazione di sfogliarli prima così da individuare la risposta che si vuole, per poi sceglierla per caso…).

L’oracolo di Mozzi, invece, fa una doppia eccezione: 1. uno la risposta proprio non vuole saperla in anticipo (cioè non si pongono a questo libro domande con un carico di speranza, ma con curiosità, secondo me); 2. contiene consigli utili per chi scrive, che vanno “al di là del caso”.

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Gente in caduta libera

«La buona e brava gente della nazione» di Romolo Bugaro

Ho letto la prima edizione – uscita alla fine degli anni Novanta – del romanzo «La buona e brava gente della nazione» di Romolo Bugaro, di cui se ho ben capito uscirà presto una nuova edizione.

Faccio una premessa: ogni giudizio e persino qualche pregiudizio (potrebbe capitarmi in questo contesto) presente nella nota che segue non è stato maltrattato e manco enunciato nel libro di Bugaro; la colpa è tutta da attribuire a me.

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Un disastro umano prodotto dalla cattiva comunicazione

«La mite» di Fëdor Dostoevskij

Mi viene da fare due considerazioni sul terzo testo che leggo di Dostojevski, e la prima la faccio a caldo quasi fuori contesto: non ho (avevo) ancora uno scrittore “preferito”, ma più leggo e più mi è chiaro che Dostojevski sta proprio nelle mie corde. Lui e Victor Hugo. E pure Friedrich Dürrenmatt. Che per me sono molto simili, con una lingua diversissima e sensibilità non del tutto aderenti l’un l’altra, ma hanno lo stesso tipo di occhio. Quello che si posa sulle cose umane. 
Ma veniamo al libro in questione: ho letto “La mite”.

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Dialogo interiore sul selvaggio nella letteratura

«In territorio selvaggio» di Laura Pugno

Un bel viaggio nei pensieri (e nel corpo) di Laura Pugno, la poetessa, la donna, la bambina, la timorata, la romanziera, la filosofa, la ricercatrice del confronto con il selvaggio. Da cui prende il titolo il libriccino pubblicato da Nottetempo: “In territorio selvaggio”, che ho appena finito di leggere. Un piccolo libro importante. Per me.

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Uno Spoon River senza tombe

«Pedro Páramo» di Juan Rulfo

Ecco: è così che mi sono sempre immaginata la pre-morte, così, intendo, come se l’è immaginata Juan Rulfo scrivendo «Pedro Páramo». Che è per me il morire più ricco che si possa immaginare, un onirico viaggio impalpabile nelle cose di un nostro passato sconosciuto, uno svelamento di altro, magari utile a capire quel che è stato e che rimanda all’origine del tutto, un chiudere il cerchio. Sì, ovvio che mi è piaciuto questo libro. Decisamente. È stato come camminare attraversando le pareti del mio cervello, come essere a casa. Un po’ più in là, dentro la nebbia rada. Tra sconosciuti da incontrare e storie da ascoltare.

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IL racconto dimostrativo allegorico della dinamica di gruppo di un sistema di potere

«La caduta» di Friedrich Dürrenmatt

Che a me piaccia Friedrich Dürrenmatt, e non perché io sia svizzera come lo era lui ma perché gli riconosco una genialità narrativa fuori dal comune, è cosa di cui non faccio mistero. Non tutti i suoi titoli sono però allo stesso livello di godimento. Alcuni li ho quasi dimenticati, ma altri mi sono rimasti a tal punto che li uso spesso come esempi in tanti discorsi della quotidianità (penso a Greco cerca Greca o a La panne, di cui posterò due o tre righe in seguito). Ecco, «La caduta» (racconto di 60 paginette) è squittissimo e mi sa che finirà a rimpolpare l’elenco di quei titoli di cui mi posso servire per mostrare quel che meno mi riesce facile d’inventare sul momento.

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Chi scrive cosa di chi?

«Trilogia di New York» di Paul Auster

«Nelle storie che scriveva, a importargli non era il rapporto con il mondo, ma il rapporto con le altre storie».

A qualcuno potrebbe non essere piaciuto molto, e lo capisco. La “Trilogia di New York” di Paul Auster non punta di certo a emozionare e meno ancora la si può definire narrazione scorrevole, è anzi semmai un romanzo metaletterario (un po’ astruso). Cosa che di solito a me non piace moltissimo, perché è un genere basato spesso sull’autoreferenzialità e, be’, non è roba per me. Questo libro, tuttavia, in una parola, mi è parso “geniale” e aggiungo pure originale e persino coinvolgente.

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La forza del sistema di immagini

[Questo articolo era stato preparato l’anno scorso per il sito “I libri degli altri”, ma siccome hanno poi chiuso la sezione “Immersioni”, lo pubblico qui.]

L’INTRO

«Un sistema di immagini è una strategia di motivi, una categoria di immagini impresse nel film che si ripete visivamente e sonoramente dall’inizio alla fine, con persistenza e grande variazione, ma con altrettanta grande sottigliezza; è una forma di comunicazione subliminale che rafforza la profondità e la complessità dell’emozione estetica.»

Così scrive Robert McKee nel volume «Story» (Omero editore, Roma, 2010), bibbia degli sceneggiatori, e utilissimo anche per i romanzieri o scrittori di racconti. Ed è proprio il sistema di immagini che, secondo me, funziona molto bene e salta all’occhio di qualsiasi lettore del romanzo «Fahrenheit 451» di Ray Bradbury (Mondadori, per la collana Oscar Moderni, Milano, 2016 – ndr: si cita non la prima edizione, ma la versione dalla quale vengono tratte le seguenti citazioni; ne riportiamo solo alcune prese dalle prime 30 pagine).

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Basterebbe anche solo la seconda metà

«Ombre» di Ernst H. Gombrich

Il libro letto sulla tratta Locarno-Lugano questa mattina – godendomelo parecchio grazie a un prestito molto apprezzato – è il catalogo di una mostra dedicata alle ombre nell’arte, e “Ombre” è il titolo, mentre Ernst H. Gombrich, è l’autore.

La mia recente passione (od ossessione? Curiosa l’assonanza delle due parole) per le ombre, non mi permette di avere un’oggettiva visione d’insieme (ma tanto non sono mai oggettiva).
La prima parte era un po’ generica, non per questo inutile (una rinfrescata ci stava) però, con osservazioni circa le tre caratteristiche principali dell’ombra: quella sull’oggetto che rimane non rischiarato, quella portata che viene proiettata ad esempio su un muro, e quella congiunta, molto attaccata all’oggetto, utile a dargli una dimensione tridimensionale ad esempio (v. Trompe l’oeil).

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«L’arte è una malattia. L’amore, un’illusione»

«Il ritratto di Dorian Gray» di Oscar Wilde

Che gran bel libro: geniale, audace (se penso poi che fu scritto nel 1890), sì, e sfacciatamente bello!

LA TRAMA
La conosceranno tutti, ad ogni modo: ci sta questo artista, un pittore, che è innamorato della bellezza di Dorian che si fa ritrarre. A quest’ultimo viene dato in dono l’opera che però gli fa crescere l’invidia per sé stesso, perché lei, l’opera, non invecchierà, mentre lui, sempre più narcisista, sì. Il giovane – corrotto soprattutto dalle parole di Henry – fa una specie di patto col diavolo come dice una “donnaccia” verso la fine della storia: Dorian manterrà la sua giovinezza mentre il quadro invecchierà e si imbruttirà. Affronterà ogni emozione con sempre maggior cinismo in nome di una bellezza che più che arte è per l’appunto una malattia, una macchia che lo inghiottirà poco a poco. Sfiora l’amore che non riesce tuttavia a salvarlo, anzi. Supererà in breve il suicidio della sua amata (da lui stesso cagionato), e farà un sacco di male un po’ a tutti nell’arco di un ventennio. Di fatto quel che accade è che tutto ciò che lui “tocca” viene rovinato. Non spoilero il resto, che come me magari ci sono altri che non lo hanno ancora letto. Restando in tema di arte, in pratica: Basil è l’artista, Dorian, l’opera, ed Henry, il mercificatore dei due, il diavolo stesso.

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