Una valanga di parole

“Quell’impronta di gioia che è a sua volta fonte di gioia per coloro che amano le opere d’arte più di qualsiasi contenuto interiore e più di ogni pregio per eminente che sia”

Mi è rimasta addosso una valanga di parole. Ho letto il lungo racconto “La morte a Venezia” di Thomas Mann. Non sono certa di aver capito tutto, la storia sì, ma tutte quelle parole che ha usato per descriverla, non so. Se non che me l’hanno ovattata invece di rendermela vivida. Ho come la percezione di aver guardato accadere cose attraverso una fitta nebbia. Come se tutte quelle parole avessero avuto lo scopo di offuscare invece che chiarire.

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Un mondo di sciacalli, e una protagonista indigesta

L’ho finito. Ho finito di leggere la storia di «Madame Bovary» di Gustave Flaubert. Uno strazio. 
Vediamo se riesco a non farmi linciare, pur senza tradire il mio pensiero. Dunque, prima la carota: sono al corrente dell’importanza storica che questo libro ha avuto nella letteratura e in particolare quella ottocentesca. Ovvero sono al corrente del fatto che negli anni Cinquanta del Milleottocento, Flaubert ha osato descrivere il malcostume di una donna traditrice, o adultera per restare nell’epoca, dissacrando l’immaginario collettivo di un certo romanticismo, e sono ben chiare anche le “provocazioni” verso la chiesa, per non parlare del realismo che trova la sua massima espressione nella descrizione precisa della vita provinciale. Ha osato così tanto, ne sono al corrente, d’aver subito un processo per oltraggio alla morale e alla religione (durante il quale a onor di cronaca fu assolto). È stato persino coniato un neologismo: il bovarismo, per indicare la fuga dalla realtà, e il perdersi nei sogni per combattere la monotonia, o qualcosa di simile. Bene. Sono al corrente. Anche del fatto che la storia si basa su un fatto realmente accaduto. E che, sì, certo che è ben scritto, altrimenti come sarebbe riuscito a rendermi tutto così insopportabile? Anzi, dico di più: lo ammiro per aver osato tanto, per aver creato una protagonista tanto antipatica… ci vuol coraggio da vendere, davvero. Ma, ecco, se volete punirmi, dopo avermi fatto rileggere La Storia della Morante, costringetemi a rileggere la Bovary. Ché io davvero ne faccio decisamente a meno di storie così irritanti e, come si usa scrivere oggi, così «unsentimental».

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Che voce oltretombale!

«A misura d’uomo» di Roberto Camurri

Ecco: sembra proprio questo, sembra che il narratore provenga da un altrove sospeso, da dove ci racconta ciò che sa, perché di fatto a Davide, Valerio e Anela è già accaduto tutto. Parlo dei tre personaggi del romanzo di Roberto Camurri: «A misura d’uomo».

LA TRAMA
Non saprei davvero riassumerla, o forse non voglio. Si parla di amore, di amicizia, di passioni, di vita, di tentazioni, di accudimenti, di memoria, di dolori emotivi, di colpa, di ingenuità, di bisogno di leggerezza…

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Non ho ceduto alla tentazione

«Oracolo manuale per scrittrici e scrittori» di Giulio Mozzi

Quale tentazione? Quella di leggere “L’oracolo manuale per scrittrici e scrittori” di Giulio Mozzi come fosse un manuale, invece di farlo come “oracolo”. Singolarità unica per un libro di consultazione divinatoria, dico, questa ambivalenza. Anzi, più che unica, quasi contraddittoria! Ed è questo il bello. Il gioco.

Lo so perché ne ho parecchi di questi gingilli: dal libro dei mutamenti I Ching, ai tarocchi, al noto libro delle risposte, ad altri oracoli non meno divertenti; ma nessuno di questi è da leggersi come un manuale (anche se vien la tentazione di sfogliarli prima così da individuare la risposta che si vuole, per poi sceglierla per caso…).

L’oracolo di Mozzi, invece, fa una doppia eccezione: 1. uno la risposta proprio non vuole saperla in anticipo (cioè non si pongono a questo libro domande con un carico di speranza, ma con curiosità, secondo me); 2. contiene consigli utili per chi scrive, che vanno “al di là del caso”.

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Vorrei scrivere qualcosa di più

«David Copperfield» di Charles Dickens

Vorrei scrivere qualcosa, come faccio sempre, sul libro che ho appena finito di leggere: “David Copperfield” di Charles Dickens, ma non so bene che cosa dire. 
Mi sono segnata pochissime cose durante la lettura. Ad esempio mi sono chiesta se non ricordavo male che inizia come I fratelli Karamazov, con il narratore che dice che saranno poi i lettori a decidere se è lui o no l’eroe del romanzo.
Poi mi sono segnata l’appunto secondo cui all’inizio mi pareva in parte un trattato sull’opportunismo e dall’altra la messa in scena del classico “Te le suono per il tuo bene”. Mi sono poi voluta ricordare di due momenti. Uno dolcissimo, che è il bacio sulla fronte della moglie dell’oste che serve una birra a David, quand’è ancora ragazzino, e l’altro alla fine, in uno dei momenti in cui mi sono commossa di più, cioè quando finalmente lui e Agnese si dichiarano. 
Ma mi pare poca cosa rispetto all’enormità di storia contenuta in questo libro, e non so spiegarmi il motivo.

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Gente in caduta libera

«La buona e brava gente della nazione» di Romolo Bugaro

Ho letto la prima edizione – uscita alla fine degli anni Novanta – del romanzo «La buona e brava gente della nazione» di Romolo Bugaro, di cui se ho ben capito uscirà presto una nuova edizione.

Faccio una premessa: ogni giudizio e persino qualche pregiudizio (potrebbe capitarmi in questo contesto) presente nella nota che segue non è stato maltrattato e manco enunciato nel libro di Bugaro; la colpa è tutta da attribuire a me.

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Un disastro umano prodotto dalla cattiva comunicazione

«La mite» di Fëdor Dostoevskij

Mi viene da fare due considerazioni sul terzo testo che leggo di Dostojevski, e la prima la faccio a caldo quasi fuori contesto: non ho (avevo) ancora uno scrittore “preferito”, ma più leggo e più mi è chiaro che Dostojevski sta proprio nelle mie corde. Lui e Victor Hugo. E pure Friedrich Dürrenmatt. Che per me sono molto simili, con una lingua diversissima e sensibilità non del tutto aderenti l’un l’altra, ma hanno lo stesso tipo di occhio. Quello che si posa sulle cose umane. 
Ma veniamo al libro in questione: ho letto “La mite”.

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Dialogo interiore sul selvaggio nella letteratura

«In territorio selvaggio» di Laura Pugno

Un bel viaggio nei pensieri (e nel corpo) di Laura Pugno, la poetessa, la donna, la bambina, la timorata, la romanziera, la filosofa, la ricercatrice del confronto con il selvaggio. Da cui prende il titolo il libriccino pubblicato da Nottetempo: “In territorio selvaggio”, che ho appena finito di leggere. Un piccolo libro importante. Per me.

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Uno Spoon River senza tombe

«Pedro Páramo» di Juan Rulfo

Ecco: è così che mi sono sempre immaginata la pre-morte, così, intendo, come se l’è immaginata Juan Rulfo scrivendo «Pedro Páramo». Che è per me il morire più ricco che si possa immaginare, un onirico viaggio impalpabile nelle cose di un nostro passato sconosciuto, uno svelamento di altro, magari utile a capire quel che è stato e che rimanda all’origine del tutto, un chiudere il cerchio. Sì, ovvio che mi è piaciuto questo libro. Decisamente. È stato come camminare attraversando le pareti del mio cervello, come essere a casa. Un po’ più in là, dentro la nebbia rada. Tra sconosciuti da incontrare e storie da ascoltare.

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IL racconto dimostrativo allegorico della dinamica di gruppo di un sistema di potere

«La caduta» di Friedrich Dürrenmatt

Che a me piaccia Friedrich Dürrenmatt, e non perché io sia svizzera come lo era lui ma perché gli riconosco una genialità narrativa fuori dal comune, è cosa di cui non faccio mistero. Non tutti i suoi titoli sono però allo stesso livello di godimento. Alcuni li ho quasi dimenticati, ma altri mi sono rimasti a tal punto che li uso spesso come esempi in tanti discorsi della quotidianità (penso a Greco cerca Greca o a La panne, di cui posterò due o tre righe in seguito). Ecco, «La caduta» (racconto di 60 paginette) è squittissimo e mi sa che finirà a rimpolpare l’elenco di quei titoli di cui mi posso servire per mostrare quel che meno mi riesce facile d’inventare sul momento.

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