La forza del sistema di immagini

[Questo articolo era stato preparato l’anno scorso per il sito “I libri degli altri”, ma siccome hanno poi chiuso la sezione “Immersioni”, lo pubblico qui.]

L’INTRO

«Un sistema di immagini è una strategia di motivi, una categoria di immagini impresse nel film che si ripete visivamente e sonoramente dall’inizio alla fine, con persistenza e grande variazione, ma con altrettanta grande sottigliezza; è una forma di comunicazione subliminale che rafforza la profondità e la complessità dell’emozione estetica.»

Così scrive Robert McKee nel volume «Story» (Omero editore, Roma, 2010), bibbia degli sceneggiatori, e utilissimo anche per i romanzieri o scrittori di racconti. Ed è proprio il sistema di immagini che, secondo me, funziona molto bene e salta all’occhio di qualsiasi lettore del romanzo «Fahrenheit 451» di Ray Bradbury (Mondadori, per la collana Oscar Moderni, Milano, 2016 – ndr: si cita non la prima edizione, ma la versione dalla quale vengono tratte le seguenti citazioni; ne riportiamo solo alcune prese dalle prime 30 pagine).

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In immersione con Primo Levi

Ringrazio la redazione del sito I libri degli altri (sebbene nel frattempo abbiano chiuso la rubrica) per aver pubblicato un mio articolo di “analisi” sull’uso dei tempi verbali che Primo Levi fa nel libro “Se questo è un uomo”. Siccome non si trova più sul sito citato, ripropongo il pdf della pubblicazione.

Inoltre ringrazio Demetrio Paolin, autore di “Conforme alla gloria” (Voland edizioni – romanzo selezionato tra i dodici libri fanalisti al Premio Strega 2016) e autore di diversi studi critici su Primo Levi, per essersi reso gentilmente disponibile a chiarirmi un dubbio.

Emozionare o manipolare?

Ho avuto un pensiero che riguarda il manoscritto finito di revisionare da poco (v. Inediti – L’ombra del tarando): saprei – credo – come dargli una sferzata in più per suscitare un po’ di quel pathos di cui l’ho privato apposta. E potrei farlo senza attingere a quel tipo di retorica che amo poco. Il tutto per scendere a patti con la necessità di suscitare maggior partecipazione del lettore durante la lettura. Anche se una delle ragioni che mi hanno spinta a scriverlo in quel modo lì era quella di “invitare” tacitamente il lettore ad attivare un’immedesimazione meno imboccata, come dire, ad accendere le antenne.

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Un trattato sul desiderio/vizio

«La coscienza di Zeno» e «Continuazioni» di Italo Svevo

A tratti divertente (soprattutto per paradosso), in altri casi malinconico, spesso frustrante, come nelle normali cose umane fatte di decisioni sbagliate, debolezze e pose convenzionali. Ma anche di libero arbitrio, godimenti e variazione di esperienze. Vita e morte. Parlo de “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo. La normalità riprodotta sulla carta. Dunque? Dove sta l’interesse di leggere una cosa così? Per quello che mi riguarda sta tutto nel coraggio della consapevolezza. Quasi a dire: sì, facciamo quello che vogliamo ma facciamolo assumendocene tutte le responsabilità. O almeno senza mentire a noi stessi. Da qui la nota e costante autoanalisi agita dall’io narrante.

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Quanta immedesimazione…

«Martin Eden» di Jack London

L’ho già detto a più riprese durante queste settimane di lettura: so che può sembrare da un certo punto di vista “strano” e dall’altro anche molto presuntuoso, ma tant’è!, ho preso l’impegno con me stessa di cercare di essere il più possibile sincera nel fornire queste note di lettura, per cui non posso certo astenermi ora che la persona “compromessa” sarei io. Quel che dico è che mi immedesimo molto in “Martin Eden” di Jack London…

LA STORIA:
La faccio spiccia (come sempre, via!): Martin Eden è un marinaio poco colto, tanto da sentirsi a disagio in certi ambienti borghesi, ma abbastanza intelligente per ragionare con la sua testa e mettersi a studiare. Il caso lo porta nel salotto di una famiglia distinta. Qui conosce una donna che gli fa perdere la testa. Per lei si istruirà così da diventare una persona alla sua altezza, e tenterà anche di diventare scrittore. Dopo vari fallimenti, alla fine – come si intuisce sin dall’inizio – la sua caparbietà verrà premiata, ma ormai sarà troppo tardi…

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«Avrei potuto sorprendevi con una storia, e invece ho scelto gli effetti speciali»

«Il Maestro e Margherita» di Michail Bulgakov

«Avrei potuto sorprendevi con una storia, e invece ho scelto gli effetti speciali» (non è una citazione).

Ho appena girato l’ultima pagina de “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov e non so bene che cosa dire, o forse sì, lo so, ma non oso. Diciamo che forse un giorno lo rileggerò e mi piacerà. Forse.
Non che non sia scritto bene, eh. Ci mancherebbe che mi permettessi di fare affermazioni di questo genere su un classico tanto decantato. E anche l’immaginario è bello ricco. Sì: decisamente ricco, sin troppo magari. Ricchissimo di immagini e di personaggi, almeno in termini numerici (cambiano i nomi, ma a me sembrano tutti uguali, amici del Diavolo a parte; che poi nel mio, di immaginario, non sono nemmeno “amici” – cioè extrapersonaggi -, ma sono il Diavolo stesso che si moltiplica e si incarna, quindi un’unica trinità 😉 ).

Ma veniamo alla storia.

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Quanto paesaggio…

«Il deserto dei tartari» di Dino Buzzati

Se nelle mille pagine dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij ho trovato molti personaggi così ben caratterizzati da mettere in ombra persino quel paio di luoghi descritti, ne «Il deserto dei tartari» di Dino Buzzati, ricordo praticamente un solo personaggio e la sua vita perfettamente rappresentata nell’apatico paesaggio raccontato in tutti i modi possibili, nonostante la sua apparente (ma neanche tanto apparente) immobilità. Quello che mi ha colpito, in fondo, è il gioco frustrante messo in atto: laddove le relazioni “dovrebbero” modificare una situazione, qui, ogni relazione – e iniziano tutte con un buon proposito – alla fine rimette sempre il pallone al centro; non si arriva mai nemmeno davanti alla porta, figuriamoci fare gol; la situazione non viene mai modificata, o quasi mai…

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Passione, follia, conversione, relazione, psicologia, investigazione… c’è tutto

«I fratelli Karamazov» di Fëdor Dostoevskij

È il mio primo libro di oltre mille pagine. Il primo che leggo. È un romanzo pazzesco (nel senso stretto del termine, ché parecchi personaggi sembrano pazzi per davvero). Premetto che farò dello spoiler.

Scritto da Fëdor Dostoevskij, si intitola “I fratelli Karamazov”. È un classico, e non lo dico io. Una precisazione non così ingenua come potrebbe sembrare. Non dico io che è un classico, perché fino a un paio di anni fa “io” avevo un’idea di ciò che dovevano esser i classici totalmente distorta da ciò che sempre di più mi si svelano. Credevo che i classici fossero irraggiungibili e non (solo) per la quantità di pagine delle quali alcuni sono composti, ma per il contenuto, per la lingua, per il punto di vista, per tutto quello che volete: credevo non fossero alla mia portata, che non fossero alla portata di una non lettrice, che non fossero alla portata di una senza studi alle spalle. Cazzate. Lo ripeto: cazzate!
E un giorno vorrò fare un bel discorsetto a chi mette in giro queste stupidaggini solo per darsi un tono (immagino).

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Grande autoanalisi, sull’amore poi… da restarne turbati

«Memorie dal sottosuolo» di Fëdor Dostoevskij

Ho letto le Memorie dal sottosuolo, romanzo del 1864 di Fëdor Dostoevskij. E ora mi prendo due minuti per scrivere meglio quello che ne penso. L’ho letto a metà del libro dei Fratelli Karamazov, quasi fosse un intermezzo. Forse anche per questo ci ho visto a tratti lo Starec, dei tempi della sua giovinezza prima della conversione. Ma ciò non mi ha comunque distolta dalla voce del narratore, quell’io che si è messo in gioco.

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