La quarta fase è il «decadimento finale»

Giorgio Falco, mentre mostra il suo Flashover (a sinistra, il moderatore Roberto Falconi) durante la seconda edizione del Festival di letteratura Sconfinare, di Bellinzona; Piazza del sole, il 9 ottobre 2021. (Photo Ma.Ma.)

«La maschera di Flashover è personalizzabile (…) è la maschera di Hollywood per tutti. Uno stile di vita da raggiungere indebitandosi. Come il cugino padrone, l’incendiario.»

(così, Giorgio Falco, ospite del recente Festival Sconfinare di Bellinzona)

Ho parlato di Flahover. Incendio a Venezia di Falco e Ragucci (Einaudi), intervistando l’autore del testo sul settimanale «Azione» (per leggere l’articolo integrale, vedi il cartaceo per chi può, oppure basta seguire il link – non richiede iscrizioni perché è un settimanale d’approfondimento gratuito). (Ringrazio la redazione e in particolare Simona Sala per lo spazio concessomi).

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Il marinaio con… il cappellino da baseball

Per chi ama Corto Maltese, Hugo Pratt, o anche solo il mondo dell’avventura, il fumetto in generale, la storia anche se solo sfiorata, e quel tocco di mistero che non manca mai.

Ho parlato di Oceano nero sul settimanale «Azione» (Seguendo il link si può leggere l’articolo per intero). (Ringrazio la redazione e in particolare Simona Sala per lo spazio concessomi).

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I picchiatori a Falò

Servizio Falò
Note dolenti
23 settembre 2021

Questa sera, alle 21.10, sulla Rsi, un documentario di Elisabeth Alli parte dal Breve trattato sui picchiatori della Svizzera italiana negli anni Ottanta, per fare il punto della situazione sulla violenza giovanile di oggi.

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Tra i libri che ho amato di più…

«Il mondo vivente» di Giulio Mozzi

È tanto tanto tanto bello. Tra i libri che ho amato di più leggere. Ci ho ragionato molto su “Il mondo vivente” (GiallaOro – PordenoneLegge / LietoColle) di Giulio Mozzi, ci ho pensato come al libro di un autore sia come al libro di un amico (se posso permettermi di dire una cosa privata in pubblico). Libro che non contiene finzione. È memoria. È storia personale. Mi ha ricordato quello che pensai all’inizio con “Parole private dette in pubblico” ma da dentro casa, e non solo come “conversazioni sullo scrivere”. Mi sono chiesta perché “scoprirsi” tanto? E il perché era tutto lì nell’opera: c’è l’uomo ma anche lo scrittore e dunque è diritto di tutti, anche non sentire o sentire quello che gli andrà di sentire. Che ce n’è di roba da sentire.

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«Un prodotto del mio agire»

Dato che mi si cita in questo articolo, condivido con piacere.

«Lo stile non precede la scrittura, ma si forma in essa»

Articolo di Giulio Mozzi

Quando scrissi il mio primo racconto, il 16 e 17 febbraio del 1991 — è passato un bel po’ di tempo —, non avevo nessuna idea di stile. Sapevo scrivere, sì, e sapevo anche in una certa misura controllare la mia scrittura: sette anni passati a lavorare in un ufficio stampa, di cui quasi quattro sotto la direzione di Guido Lorenzon — che stimavo, e tutt’ora stimo, moltissimo — non erano passati invano. Ma scrivere in un ufficio stampa, rispetto allo scrivere narrativa, è una cosa diversa; non aliena, ma diversa. Ero in un periodo in cui scrivevo molto: soprattutto mi scambiavo lettere con Laura Pugno, che avevo conosciuta il 30 aprile del 1988: era di dieci anni più giovane di me, ma aveva una consapevolezza di ciò che voleva alla quale io non sono mai arrivato, e una relazione col linguaggio già intensissima e per me, ora come allora, misteriosa. Avevo, negli anni, scritto molto: negli anni della scuola superiore riempivo quaderni e quaderni — non ricordo cosa scrivessi: sicuramente non storie, a quel che ricordo (perché sì, io sono quello che distrugge il proprio passato: quei quaderni non li ho più da molti anni) cercavo di imitare i libri che leggevo. La mia memoria è tutta un buco, e l’unica immagine che ho è questa: io che scrivo, con la mia grafia allora minutissima, su un’agenda telefonica dalla copertina gommata azzurra, cercando di riprodurre Proust. Avevo letto Du côté de chez Swann, in francese, restandone affascinato e non capendone in sostanza niente; ma cercavo di riprodurre quell’andatura delle frasi, quella scrittura eternamente sospesa, quell’andar dietro a sensazioni e particolari instancabilmente. Se mi fosse stato domandato perché facevo quel che facevo, non avrei saputo cosa rispondere.

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Una chiacchierata sui picchiatori

La videochiacchierata si trova anche su YouTube: https://youtu.be/cQu5eUGVNUc

«Si dice spesso che la realtà superi la finzione, questo è un caso in cui la finzione si è imposta sulla realtà. E questo, devo dire, è segno di una certa qualità dell’opera. Perché tanto più un’opera narrativa persuade e convince, tanto più ha una sua forza e un suo valore». (Giulio Mozzi)

Dire che si tratti proprio di una video-presentazione, forse è fuorviante. È più che altro una chiacchierata tra me e l’editor della collana ‘fremen’, Giulio Mozzi. Collana per la quale è uscito a marzo il mio ultimo libro che si intitola “Breve trattato sui picchiatori nella Svizzera italiana degli anni Ottanta”. E proprio di questo abbiamo chiacchierato.

Il video-incontro ha avuto luogo martedì, 8 giugno, in diretta, su facebook, grazie alla pagina «Scrittori a domicilio» che ci ha ospitati.

Non è tuttavia necessario avere un profilo facebookiano, per poterci rivedere in differita, perché è stata caricata anche su YouTube.

Questi i due link di riferimento per guardare e ascoltare la videochiacchierata:

Su Facebook: https://lnkd.in/d6Yx8pT

Su YouTube: https://youtu.be/cQu5eUGVNUc

Picchiatori a nudo su La1

Mercoledì, 5 maggio, dalle 12.45 alle 13.30, nello studio di Filo_diretto de La1 – Rsi, si parlerà del Breve trattato sui picchiatori nella Svizzera italiana degli anni Ottanta con tre ospiti, tra i quali l’autrice, che sarei io, Ma.Ma., Giulio Mozzi in videocollegamento, editor e curatore della collana ‘fremen’ di Laurana Editore, e Andrea Jacot-Descombes, antropologo. Per questa opportunità ringrazio Roberta Nicolò. (Se interessa, si può rivedere la trasmissione anche QUI).


Nel frattempo segnalo i nuovi articoli usciti negli scorsi giorni.

«Sembra difficile immaginare che in un paese così 
'ordinato e tranquillo, dove si sta bene' come la Svizzera, 
ci fossero delle bande agguerrite sparse sia nelle aree metropolitane 
che nelle periferie. Leggere per credere: 
nel libro si racconta di capibranco, gregari, picchiatori liberi e gang».
                                                                             
                                                            (Rossana Cacace, direttrice del Corriere dell'italianità)

Il primo è comparso sul Corriere dell’italianità; il secondo sul Corriere del Ticino; il terzo è un’intervista su Pangea; e infine, oggi è comparso un articolo sull’Illustrazione ticinese.

«Il libro, scritto in forma di trattato, è divertente e aneddotico 
e si legge col sorriso sulle labbra (...) A una distanza di trent'anni 
e i relativi costi fisici subiti dalle vittime, il tutto assume 
le sembianze di un gioco, magari pericoloso. Fu vera gloria? 
Probabilmente no, anche se la vita un po' fracassona 
della nostra giovinezza ci appare sempre più piacevole di quella 
che fu nella realtà. In ogni caso, eravamo vivi e vegeti, perbacco!». 

                                                                                                   (Sergio Roic, Corriere del Ticino)

Come dicevo, uscito il 25 marzo, il Breve trattato sui picchiatori nella Svizzera italiana degli anni Ottanta si è inserito inaspettatamente all’interno di un filone della cronaca che lo ha portato alla ribalta, in quanto tema d’attualità. E lo conferma anche Natascha Fioretti sull’Illustrazione Ticinese dicendo che: «In un certo senso il trattato di Manuela Mazzi non poteva trovare momento più opportuno di questa pandemia per uscire».

 «Ogni tanto mi capita di essere d’accordo con Giulio Mozzi. 
Per esempio, quando descrive la scrittrice 
Manuela Mazzi come una persona “empatica, altruista 
e dotata di un’intelligenza straordinariamente prensile”. 
O quando dice che il suo strano oggetto – non so come chiamarlo 
e tra poco vi spiegherò perché – merita di essere accostato 
a certe Vite di Giuseppe Pontiggia o Ermanno Cavazzoni 
e ha un titolo, Breve trattato sui picchiatori 
nella Svizzera italiana degli anni Ottanta che è “settecentescamente spropositato”.» 
                                                                                                                     
                                                                                  (Francesco Consiglio per Pangea)

Prima di questi, sono apparsi: il servizio su il Quotidiano, l’articolo nell’Azione e il notiziario della Rsi-Radio, quindi due pagine d’approfondimento ne La Regione, un’intervista su 20minuti e Tio, e sono andate in onda due trasmissioni radiofoniche sempre per la Rsi: Diderot – Le voci dell’attualità e UnoOggi (prima parte della mattinata, e a seguire, nella seconda parte) .

E io continuo a ringraziare per tanta attenzione.


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Cronaca di cazzotti

«Un po’ racconto di personaggi mitologici, un po’ reportage giornalistico, 
il libro è un simil-trattato di quegli anni in quei posti, 
soprattutto là su quella Piana che separa Locarno da Bellinzona. 
Un prodotto atipico per il panorama letterario (e non solo ticinese) 
del quale abbiamo voluto parlare proprio con l’autrice.»
                                                                                                                             (Filippo Zanoli)

Uscito il 25 marzo, il Breve trattato sui picchiatori nella Svizzera italiana degli anni Ottanta si è inserito inaspettatamente all’interno di un filone della cronaca che lo ha portato alla ribalta, in quanto tema d’attualità.

«Il Breve trattato evoca anche un’epoca 
della nostra storia attraversata da conflitti politici e sociali, 
tensioni – e transizioni – identitarie, discriminazioni 
e disuguaglianze sociali. Inevitabili i confronti con l’attualità»
                                                                                                   (Sarah Tognola ed Elisa Manca)

Dopo il Quotidiano, l’articolo su Azione e il notiziario della Rsi-Radio, sono apparse due pagine d’approfondimento su La Regione, un’intervista su 20minuti e Tio, e sono andate in onda due trasmissioni radiofoniche sempre sulla Rsi (vedi qui di seguito).

E io ringrazio per tanta attenzione.

 «Ah, se soltanto i dentisti potessero parlare.  
Forse solo loro potrebbero raccontare meglio
delle statistiche l’epopea dei picchiatori del Canton Ticino.» 
                                                                                                                     (Beppe Donadio)
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Picchiatori in libreria

«Questo è un racconto monumentale, 
come sempre è il ricordo 
della gioventù e dell’adolescenza selvatica».
(Ermanno Cavazzoni)

A distanza di sei anni dall’ultima pubblicazione,
domani, 25 marzo, arriva in tutte le librerie d’Italia e del Canton Ticino
il mio nuovo libro:

Breve trattato sui picchiatori
nella Svizzera italiana degli anni Ottanta

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Vince il male

«Le ripetizioni» di Giulio Mozzi

“Le ripetizioni” atteso e quasi insperato romanzo di Giulio Mozzi è uscito ieri nelle librerie per l’editore Marsilio. Un libro pericoloso, un libro che mi ha fatto un sacco di male. Da qui, la bravura autoriale. Se uno scrittore può fare con le parole ciò che ha fatto Giulio Mozzi con me lettrice, deve per forza essere bravo, considerata la mia dichiarata incapacità di «emozionarmi» con la letteratura. E io glielo riconosco: ha scritto un romanzo pazzesco a pluriinneschi ritardati fattualmente devastanti. Questo romanzo è il male.

Non lo rileggerò.

LA TRAMA

C’è un uomo. Mario. Che è più uomini. Che è più voci. Che ha un suo modo di guardare e vedere la realtà e in particolare un suo rapporto conflittuale con i ricordi: Mario sostituisce la realtà con la finzione; trasforma finzioni in realtà, o possibili realtà. È un uomo che cerca di ricostruirsi attraverso il recupero di pezzi di storia e insegue relazioni emotive senza pathos, mai da protagonista, sempre da passivo. È un uomo con più vite, dissociato, spaesato. Un uomo che vive secondo ciò che gli viene fatto vivere. Un ospite del mondo. Un osservatore ed esecutore delle volontà altrui. Un cronista che riporta la sua partecipazione senza assumersi la responsabilità di farvi parte. Un narratore inaffidabile. È un uomo curioso. Che cerca di capire, mai giudicante. Un uomo molto dolce. Attento a non far male di sua iniziativa. Accudente. Altruista. A cui affidarsi. Gentile ed educato. Servizievole. Disponibile. Tanto. Ma soprattutto un uomo profondamente affascinato dal male, quello prodotto attorno a lui, e un uomo di così poca volontà da non riuscire né a rendersene conto né a ribellarsi a quell’attrazione che rimuove giorno dopo giorno. Un uomo che proprio per questo si troverà per tutto il romanzo confrontato con il male a più riprese, dal male della perdita, al male delinquenziale, a quello militaresco, sino alla totale perversione sessuale, e alla violenza estrema che qui sarà mostrata in tutta la sua carnalità.

Come accettare quella parte di sé che potrebbe farlo fuori, rimanendo nella realtà? Ma che cosa è vero? Sono veri i ricordi?, o sono falsi ricordi, ricostruzioni di storie, profumi… le fotografie, forse esistono solo le fotografie, anche se non combaciano con la memoria.

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Un «Antichi maestri» portoghese

«Sostiene Pereira» di Antonio Tabucchi

Sarà Lisbona ad aver emotivamente modellato la penna di Tabucchi? Lisbona – pur non essendoci mai stata, ma ho visto «Lisbon story» di Wim Wenders – la percepisco proprio così, con quel clima lì, molto sospeso, un po’ onirico, impalpabile. Un immaginario, a dire il vero, che non mi fa simpatizzare con la malinconia che ne consegue, perché la riconosco. Come dire: è una parte di me che non amo.

Anche nel lungo racconto: «Sostiene Pereira», Tabucchi torna sui temi che già ho trovato in «Notturno indiano». Di quest’altro testo ho scritto un mese fa. Trovavo: “…bello il sistema di immagine legato alle ombre e alla ricerca della luce. Alla notte e ai risvegli faticosi. Alla morte e alla reincarnazione / resurrezione”. Dove morte e vita, non sono necessariamente quelle della carne, ma quelle della mente, in questo libro più ancora che in «Notturno indiano».

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Il fumo era grigio

È uscito a dicembre il numero 1 della rivista «Paper Club 1978» sul tema «Woman Celebration» per la casa editrice «AI magazine books» di Christina Magnanelli Weitensfelder, a cura di Marco Candida (che ringrazio per avermi coinvolta nel progetto).

Tra i racconti che vi compaiono, anche il mio testo che si intitola Il fumo era grigio.

(Le altre firme sono: Cynthia Collu; Eva Clesis; Elisa Eliselle Guidelli; Dunia Elfarouk; Sara Durantini; Paolo Galli; Andrea Malabaila; Marino Magliani; Paolo Ciampi; Danilo Arona; Angelo Marenzana)

Il mio racconto vuole celebrare la forza di una donna (una per tutte) che supera il proprio passato pur senza poterlo dimenticare, anzi, raccogliendolo e affrontandolo come si possono affrontare i fantasmi che ci restano attaccati addosso: con accoglienza e consapevolezza.

Questo l’incipit del racconto Il fumo era grigio:

«A venti ero ancora vergine. Sarebbe stato l’ultimo anno, anche se ancora non lo sapevo. I venti non sono come i diciotto. A diciotto una pensa cambi tutto e non cambia niente. A venti una pensa non cambi niente, e poi ci resti fregata, ché ti cambia tutto. I miei venti sono durati un anno, poi sono diventati quarantatré. Poi sette e il mondo si è risolto capovolgendosi. (...)»

(...Continua sulla rivista)

La strenna: «Cene di Natale»

Inaugurata il 14 dicembre 2020, la Pandemica pseudoedizioni ha per scopo la pubblicazione in pdf dei racconti di un gruppo di autori che si sono riuniti in tempo pandemico per tenersi compagnia, scrivere, e «contagiare» tutti con letture diversificate e GRATUITE.

A esordire è la raccolta «Cene di Natale», racconti o versi, e in ogni caso testi brevi, che gli autori – tra i quali, anche io – regalano ad amici, ma non solo, quale strenna natalizia.

Per poter ottenere il regalo basta cliccare sulla copertina oppure su download.

Trama, tensione, tenzone e tentazione

«Il diavolo a rovescio» di Sabrina Caregnato

Era da un sacco di tempo che non leggevo una storia “storia!” in un romanzo. Una storia di quelle con una trama forte e convincente, senza essere dozzinale. Di quelle con la tensione narrativa dei gialli più riusciti pur non essendo un giallo; con personaggi così caratterizzati e psicologicamente profilati senza essere un libro psicologico; con un portato di erotismo e spietatezza senza essere pornografico; con un’ambientazione ricchissima senza essere invadente; con un clima storico senza essere pesante; con un lessico così forbito e ricercato senza l’aspirazione di essere letterario nel senso “ristrettivo” del termine, cioè di nicchia.

È stato un bel piacere leggere «Il diavolo a rovescio» di Sabrina Caregnato, Libro/mania editore.

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Sette miliardi e un atollo

«La questione dei cavalli» di Arianna Ulian

Un giorno mi sono svegliata Momo. Per chi non lo sapesse ancora, Girolamo detto Momo, è il piccolo co-protagonista de «La questione dei cavalli» di Arianna Ulian, romanzo uscito da poco come prima opera della collana Fremen, diretta da Giulio Mozzi per l’editore Laurana di Milano. Arianna è un’amica. Sì. Meglio dirlo subito prima di ricevere qualche contestazione. A dirla per bene, spesso agli amici faccio il favore di non scrivere note ai loro libri che leggo. Ma quando mi capita di leggere libri di amici che tanto mi piacciono…

Dicevo, un giorno, dopo averlo letto, mi sono svegliata Momo. Stavo dalla parte di qua a guardare con un binocolo i cavalli morenti. Sette cavalli isolati su un isolotto, come i sette miliardi che siamo sulla terra. Si disfacevano per colpa di figuranti nei panni sbagliati, gente che invece di fare quello che dovevano fare si distraevano, voltavano le spalle all’isola, si ubriacavano tra loro, e intanto i cavalli deperivano, e io guardavo e pensavo che non avevo potere, che anche se avessi gridato, oh! Vecchi sanpietrini sbeccati!, mo svegliatevi però perché quei cavalli stanno morendo e voi scartabellate scartoffie e roba burocratica e il tempo passa, e per tutti gli zoccoli incrostati, quanto siete stupidi, ed è possibile che animali così potenti e perfetti e dignitosi debbano restare proprio per la loro potenza irruente, là a morire per colpa di chi ne ignora quasi l’esistenza? E pensavo a tutto questo, mentre mi sistemavo un cappellino, e mi struggevo.

Un giorno mi sono svegliata Momo e quel giorno ho capito quanto mi era rimasta dentro quella storia, descritta con una lingua così potente.

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Un libro sulla solitudine

«Giuda» di Amos Oz

Dovrebbe essere un libro sul tradimento, dato il titolo: «Giuda». Parlo del romanzo di Amos Oz, uscito nel 2014 per Feltrinelli. Ma a me è parso piuttosto un libro sulla solitudine. Anzi, di più: sull’abbandono, e pure peggio: è un libro sull’esclusione. Dove tutti i personaggi sembrano dei superstiti, che sia un popolo intero, o un vecchio di cui non curarsi più. Che siano in fuga, o rinchiusi in quattro mura. Giuda compreso. È un libro che incuriosisce, fa riflettere, e produce piccole scosse di dissesto, lasciando al lettore il compito di ricomporre i pensieri alla fine e anche dopo, e chissà per quanto. Un romanzo, in somma, che fa il suo dovere e lo fa per la narrazione, per gli stimoli e anche per lo stile asciutto, che si fa leggere senza intoppi. Liscio ma non banale, tanto che mantiene una gran bella tensione narrativa per tutta la lettura.

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«Geografie di…»

Palagnedra – Centovalli – Ticino Svizzera (© Photo Ma.Ma.)

In tempo di Coronavirus ho scritto anche un altro racconto, oltre a quello pubblicato dalla Neo. Edizioni nell’antologia «L’ultimo sesso al tempo della peste». Anche in questo caso è entrato a far parte di un progetto letterario un po’ particolare. Si tratta di un’iniziativa della radio ReteDUE della RSI (che ringrazio) organizzata in collaborazione con l’Associazione Svizzera degli scrittori di lingua italiana (altro ringraziamento). Ho partecipato con curiosità e interesse, così come hanno fatto diversi altri colleghi di penna. Più precisamente siamo in tutto trenta gli autori che hanno aderito al progetto che si intitola «Geografie di…»

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«…mai sapere troppo delle sembianze degli altri»

«Notturno indiano» di Antonio Tabucchi

Ho portato a termine il viaggio d’ombre racchiuso nel lungo racconto “Notturno indiano” di Antonio Tabucchi.

LA TRAMA
Il protagonista, sorta di alterego del narratore, forse persino dell’autore (lo lascia intendere lo stesso Tabucchi nella Nota iniziale) parte per l’India alla ricerca di un vecchio amico, che non saremo mai certi voglia davvero ritrovare. Seguendo un percorso prestabilito si dà per regola di non dormire mai due notti di seguito nello stesso posto. Nel suo viaggio farà incontri d’ogni genere, vagherà tra strade avvolte dalla miseria e giacerà in alberghi lussuosi. E lo farà quasi sempre da animale notturno.

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«Il viaggio come fuga da sé stessi non funziona»

«Il Ciclope» di Paolo Rumiz

«Il viaggio come fuga da sé stessi non funziona. E nemmeno si viaggia per conoscere il mondo. Viaggiamo per conoscere noi stessi.»

Lo ha detto Paolo Rumiz, con grande semplicità, ma altrettanto tono serio da togliere all’intera affermazione qualsiasi sospetto di ovvietà. (Ma ovvio per chi? Forse per me che del viaggio penso la stessa cosa). Perché è netta la verità data dall’esperienza e non da una teoria astratta (e io mi sorprendo sempre tantissimo quando qualcuno riesce a dire una cosa che mi sembra scontata dandogli il giusto valore, perché invece di infiocchettarla la dice come un fatto evidente).

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Si ringrazia e si impara

…quale lusinga! Ringrazio Gilda Policastro, critica letteraria la cui schiettezza non è inferiore alla sua simpatia. E la ringrazio non solo per aver pubblicato qualche mio verso, ma anche e soprattutto per il commento-insegnamento che tenterò di mettere a frutto nei futuri esercizi. 😊
E grazie pure a «la Repubblica». Certo.

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Opera Nuova n. 19, 2019/1

La copertina del nuovo numero di Opera Nuova

«Oltre i confini della realtà: il fantastico» è il titolo del nuovo numero (cartaceo) del volumetto «Opera Nuova», Rivista internazionale di scritture e scrittori, n.19, 2019/1 (www.operanuova.com) a cura di Luca Cignetti.

A lui, la mia (nostra) gratitudine per lo spazio che la rivista ha dedicato ai racconti di alcuni partecipanti al corso “La cura di un racconto che si è tenuto l’anno scorso a Locarno, sotto la guida di Giulio Mozzi; laboratorio di scrittura creativa che torna anche quest’anno.

Per la rivista – e ne sono lusingata – mi è stato chiesto di scrivere l’introduzione che copio/incollo qui di seguito (previa autorizzazione) anche perché contiene (nella parte finale) i titoli dei racconti e il nome degli autori, che ringrazio anche perché chi lavora e propone i propri racconti per Opera Nuova lo fa per passione.

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Messico, 1984

Un mio mini racconto inedito su un giorno particolare trascorso da me in Messico, nel 1984, e scritto appositamente per Ubiquistan, è stato pubblicato all’interno dell’Atlante autobiografico universale. E io ne sono molto felice, per cui ringrazio l’ideatore e curatore: Dario Honnorat.

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«Oggi sei salvo»

La rivista letteraria Argo – che ringrazio – ha pubblicato pubblicato un mio inedito, scrivendo quanto segue:

«Luca Bontempi illustra il racconto di Manuela Mazzi | Mixis #9»
Luca Bontempi

Fra scelte, solitudine e cantine buie. Nono appuntamento con Mixis.

È in un vorticare frenetico e martellante, che l’elencazione paratattica di Manuela Mazzi, propedeutica a soluzioni terapeutiche, incontra l’illustrazione sintetica di Luca Bontempi. Un ronzio interno che esplode nello spazio privato dei propri pensieri, un verbo esausto che inventa punizioni e disperazioni.

Leggi il racconto: Oggi sei salvo

In immersione con Primo Levi

Ringrazio la redazione del sito I libri degli altri (sebbene nel frattempo abbiano chiuso la rubrica) per aver pubblicato un mio articolo di “analisi” sull’uso dei tempi verbali che Primo Levi fa nel libro “Se questo è un uomo”. Siccome non si trova più sul sito citato, ripropongo il pdf della pubblicazione.

Inoltre ringrazio Demetrio Paolin, autore di “Conforme alla gloria” (Voland edizioni – romanzo selezionato tra i dodici libri fanalisti al Premio Strega 2016) e autore di diversi studi critici su Primo Levi, per essersi reso gentilmente disponibile a chiarirmi un dubbio.

Il Romanzo Storico a «Chilometro zero»

Il 20 agosto 2021, dalle 18:00, nel piazzale adiacente alla Biblioteca cantonale di Lugano; modera Stefano Vassere

Il mondo della scrittura crea buone occasioni per stimolare la lettura ma anche per incontrarci.

Dario Galimberti lo conobbi per caso: era lui l’uomo di schiena in una fotografia innevata che diventò poi la copertina di un mio giallo (il primo contatto avvenne nel mese di marzo del 2014). Non sapevo che anche lui si stava incamminando lungo questa folle avventura che è la scrittura narrativa. Non solo: presto sarebbe diventato a sua volta un seguitissimo giallista; giallo è anche il suo ultimo lavoro che si intitola La ruggine del tempo. Lui è di Lugano, e dopo i primi scambi virtuali ci conoscemmo anche di persona, incontrandoci un po’ qua e un po’ là: la stima reciproca ci ha sempre fatto fare delle belle chiacchierate letterarie.
È di Ginevra, invece, Sabrina Caregnato che mi ritrovai in aula nel 2018, al corso La cura di un racconto, il primo che tenne a Locarno Giulio Mozzi. Aveva già scritto il suo romanzo Il diavolo a rovescio, e fu un altro incontro importante: da allora l’amicizia che ci lega si è rinsaldata sempre più.
È sua l’intuizione circa il contenuto storico che accomuna i nostri lavori, se non tanto per “definizione”, per approccio di lavoro. In questo senso alludo al mio ultimo libro: Breve trattato sui picchiatori nella Svizzera italiana degli anni Ottanta.

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