Scrivere a tante mani

Lunedì, 24 agosto a Lugano, dalle 18:00, un incontro di Chilometro zero mette a confronto letteratura, traduzione e saggistica attorno alla pratica della scrittura condivisa

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Mettere più persone davanti allo stesso testo significa obbligarle, prima o poi, a cedere qualcosa. Una parola, un tono, una struttura, talvolta persino un’idea iniziale. Ma significa anche vedere il libro prendere una strada che da soli non si sarebbe imboccata.

È su questo crinale che si muove Scrivere a tante mani, l’incontro in programma lunedì 24 agosto alle 18.00 alla Biblioteca cantonale di Lugano, nella Darsena del Parco Ciani.

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Arcipelago von Geldburg

Il giallo che non si limita a raccontare è in libreria da inizio maggio… e già se ne parla

Primo incontro pubblico del Collettivo 91? Fatto!

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La siciliana e il senzatetto polacco

La scrittura di Tomassini è stata spesso definita barocca. In astratto, è una cifra che chi scrive in queste righe non ama. Qui, però, accade qualcosa di diverso: quella stessa densità retorica non irrita, non pesa, ma colpisce per la sua onestà. È una lingua che non cerca effetti, che non costruisce pathos, e proprio per questo riesce a essere potente. 

Sul settimanale svizzero «Azione», un mio commento a Sangue di cane di Veronica Tomassini.
Non servono iscrizioni per accedere al sito, ed è gratuito. Per leggere con comodità, basta seguire il link che segue: https://www.azione.ch/2026/02/05/la-siciliana-e-il-senzatetto-polacco/


L’articolo

La nave di Teseo, a oltre dieci anni dall’esordio di Veronica Tomassini, ripubblica Sangue di cane

Il tempo può essere un elemento davvero decisivo per un libro. Non nel senso della durata o dell’invecchiamento, ma come distanza critica. Rivederlo comparire sugli scaffali dopo anni di assenza permette di valutarne la tenuta, al di là del contesto che lo aveva accolto. A maggior ragione quando si tratta di un esordio.

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Confessioni di un ebreo ossessionato dal sesso

“Indignazioni e rigurgiti di decoro a parte, molti lettori, come detto, esprimono perplessità soprattutto riguardo alla decisione di modificare il titolo originale, e ancor prima in molti non capiscono per quale ragione Adelphi abbia acquisito i diritti delle opere di Philip Roth, essendo un autore ormai assodato in Italia. “

Perché uno dovrebbe comperare questa opera se ha già la versione precedente e in merito alla traduzione? In verità, altrove (io avevo purtroppo limiti di spazio) è stato detto che il target non si appoggia sugli affezionati di Roth, ma su chi ne è ancora a digiuno e, di Roth, ha sentito solo il riverbero polemico, creandosi un’idea della sua produzione letteraria che non gli rende onore. La questione della traduzione ha più che fare con lo “svecchiamento” del testo, diciamo così. Quindi il punto “cruciale” non è la traduzione fine a sé stessa, ma l’operazione di recupero di un autore che – verso chi (mica tutti, ovvio) non lo conosce – ha un’aurea “negativa”.

Nel settimanale “Azione”, per le pagine culturali, è uscita questa mia nota sulla riedizione adelphiana di “Portnoy” di Philip Roth. Qui il link (gratuito senza richiesta di iscrizione).

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La psicogeografia come forma d’arte

«Nel romanzo di Santoni, la ricerca della bellezza, del significato e dell’arte sembra trasformarsi in una trappola in cui i protagonisti si perdono, prima a Parigi poi a Berlino, come in un sogno lucido che alla fine non riescono più a controllare…»

Nel settimanale Azione, il mio commento-intervista all’ultimo romanzo di Vanni Santoni, Il detective sonnambulo, ospite, il 12 aprile, agli Eventi letterari di Ascona.

Attraverso questo link si può leggere la recensione con comodità, oppure scorrendo verso il basso.

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