Una genesi più realistica della genesi

«Cent’anni di solitudine» di Gabriel García Márquez

Ho pubblicato su facebook le righe che seguono, in merito al notissimo romanzo di Márquez, scatenando uno scambio di circa quattrocento commenti, se non di più. Alle prime considerazioni, riporto il contenuto anche di alcune delle mie precisazioni. Quindi questa scheda ha una forma diversa dalle altre.

«Ho letto Cent’anni di solitudine e di nuovo non c’entra niente con l’idea che me ne ero fatta sentendone parlare (1). Sembra un libro della Bibbia, una genesi più simile alla genesi che mi ero immaginata dovesse essere, che non a quella che ho poi letto.

E mi sorprende tanto il successo che ha avuto, perché non è esattamente un romanzo romanzesco e mi viene da pensare che oggi forse non verrebbe pubblicato un libro simile fosse a firma di un esordiente (2).

Ancora non ho nemmeno capito se e quanto mi interessa. (3) Da una parte l’ho trovato abbastanza folle da essere «geniale», dall’altra non mi ha dato davvero gusto o piacere leggere queste pagine. Ciò non significa che non mi piaccia (4). Cioè: riconosco che è ben riuscito, riconosco la follia del progetto, intuisco molti rimandi anche simbolici, intravedo delle chicche sociologiche, e delle chimere idealistiche, mi pare chiara la sperimentazione di un genere diverso, capisco che tutto questo abbia un suo portato, una sua importanza letteraria, non trovo nulla che mi infastidisca, cioè che non mi piace, ma mi vien da dire che non mi dice niente questo tipo di lettura (5).

Non mi appassiona. Non mi lascia nulla addosso. Non mi accende lucine in testa. E andrebbe bene se non sapessi che invece è un libro considerato eccezionale e bellissimo per tantissimi (6). Ecco, quando non riconosco una bellezza oltre la “tecnica” io mi interrogo sui miei limiti di comprensione. O di percezione. O di aderenza a uno specifico immaginario. Senza purtroppo trovare facilmente risposte (7).»

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L’altra faccia de «Il Gattopardo»

«I Malavoglia» di Giovanni Verga

Non aristocratici, ma famiglia di pescatori. Gli anni d’ambientazione sono quelli. Il Gattopardo copre un periodo tra il 1861 e il 1910, e I Malavoglia pure son vissuti a metà di quegli anni, se si tengono buoni il riferimento della morte di un personaggio a Lissa nel 1866 e il fatto che la prima edizione uscì nel 1881. Due facce di una stessa terra, la Sicilia. Vite e impegni ben diversi, che si respirano anche nella lingua e nello stile degli autori. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, molto descrittivo in modo quasi barocco. Giovanni Verga, invece, al passo con la cadenza dialettale per dare respiro a un romanzo molto parlato, e scevro di ornamenti; dove anche le frasi fatte non sono metafore ma l’affidarsi alla saggezza di una tradizione molto antica. Ho apprezzato molti più la lettura de «I Malavoglia» di Giovanni Verga, che non «Il Gattopardo» di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Ma sono contenta di aver letto entrambi, a poca distanza l’uno dall’altro, proprio per la possibilità del confronto.

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Amore e ghigliottina

«Notre-Dame de Paris» di Victor Hugo

Amo Hugo. Ho amato «I miserabili», e ho amato «L’ultimo giorno di un condannato a morte», che di fiabesco, l’ultimo non ha nulla, mentre ce n’è di più nei miserabili. E ora ho apprezzato anche la lettura di «Notre-Dame de Paris». E anche in questo romanzo torna prepotente e presente il tema della condanna a morte. In tutti e tre i testi. Gira e rigira, cambiano totalmente le storie, ma Hugo parla “sempre” (almeno in questi che ho letto) di Parigi e della ghigliottina, del patibolo, della pena capitale, della condanna che avviene sia da parte del popolo sia da un’autorità indegna, della tortura per incentivare le confessioni, e di ingiustizie varie. E in due casi, ha inserito questo male in un contesto di amore quasi fiabesco. Sofferto, sempre, ma allo stesso tempo «puro». E, niente, sento stima. Per la perseveranza nel piegare la sua scrittura che diventa ogni volta un manifesto contro la pena di morte.

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La forza del sistema di immagini

[Questo articolo era stato preparato l’anno scorso per il sito “I libri degli altri”, ma siccome hanno poi chiuso la sezione “Immersioni”, lo pubblico qui.]

L’INTRO

«Un sistema di immagini è una strategia di motivi, una categoria di immagini impresse nel film che si ripete visivamente e sonoramente dall’inizio alla fine, con persistenza e grande variazione, ma con altrettanta grande sottigliezza; è una forma di comunicazione subliminale che rafforza la profondità e la complessità dell’emozione estetica.»

Così scrive Robert McKee nel volume «Story» (Omero editore, Roma, 2010), bibbia degli sceneggiatori, e utilissimo anche per i romanzieri o scrittori di racconti. Ed è proprio il sistema di immagini che, secondo me, funziona molto bene e salta all’occhio di qualsiasi lettore del romanzo «Fahrenheit 451» di Ray Bradbury (Mondadori, per la collana Oscar Moderni, Milano, 2016 – ndr: si cita non la prima edizione, ma la versione dalla quale vengono tratte le seguenti citazioni; ne riportiamo solo alcune prese dalle prime 30 pagine).

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Ragazzi, state vicino ai vostri vecchi

«Il vecchio e il mare» di Ernest Hemingway

Ecco, questo è un libro speciale e lo dice il mio corpo non io. Le prime dodici pagine le ho lette con la pelle d’oca costante. «Il vecchio e il mare» di Ernest Hemingway è di una tenerezza infinita. Quanta umiltà di pensiero è racchiusa già solo nelle prime venti pagine: l’accudimento del giovane verso il vecchio, i ricordi del passato, delle belle esperienze fatte insieme, pezzi di vita che mantengono in vita, e il pensiero che vaga nelle passioni verso il baseball, la cena servita, la notte senza sogni tempestosi… È così: questo romanzo mi ha fatto sciogliere lo stomaco. 
Lo so, eh, che dovrei dire che si tratta di un inno alla resistenza, alla caparbietà, alla lotta contro la fine… ma per me no, per me è l’esatto opposto: è una richiesta di attenzione verso gli anziani, a non abbandonarli perché sono preziosi: «“Devi metterti a posto in fretta (ndr: disse il ragazzo al vecchio), perché ho ancora molto da imparare, e tu puoi insegnarmi tutto…”»

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