A volte bisognerebbe cambiare il proprio punto di vista

«L’ultimo giorno di un condannato a morte» di Victor Hugo

«”Noleggiavano tavoli, sedie, impalcature, carrette. Tutto rigurgitava di spettatori. Dei venditori di sangue umano gridavano a squarciagola. 
“Chi vuole dei posti?”
La rabbia contro la folla m’è salita dentro. Avrei voluto gridare:
“Chi vuole il mio?”»

Quanto si può dire in poco meno di un centinaio di pagine sulla morte? E sullo spettacolo della morte? E sull’attesa della morte? E sull’attesa e basta? Il tempo di vivere e quanto esso ci sia caro, attraverso gli occhi di Hugo, acquista ancora più vigore. Allo stesso modo, seppure si tratti di uno scritto di quassi 200 anni or sono, la lettura de “L’ultimo giorno di un condannato a morte” mantiene tutt’oggi il suo valore sociale, laddove denuncia la paura che incute lo spettro della morte e la superficialità del mondo spettatore, sproposito umano più che mai d’attualità: basterebbe sostituire le decapitazioni con le scene di quotidiana guerra trasmesse in tv, e al posto della gente che scende in Piazza a Parigi per festeggiare lo spettacolo della ghigliottina, inserirvi l’indifferenza di chi – non coinvolto direttamente – osserva passivamente gli schermi piatti, grondanti di sangue e scheggiati da esplosivi.

Vedi anche la nota su: I MISERABILI (sarà pubblicato prossimamente)

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