Un mondo di sciacalli, e una protagonista indigesta

L’ho finito. Ho finito di leggere la storia di «Madame Bovary» di Gustave Flaubert. Uno strazio. 
Vediamo se riesco a non farmi linciare, pur senza tradire il mio pensiero. Dunque, prima la carota: sono al corrente dell’importanza storica che questo libro ha avuto nella letteratura e in particolare quella ottocentesca. Ovvero sono al corrente del fatto che negli anni Cinquanta del Milleottocento, Flaubert ha osato descrivere il malcostume di una donna traditrice, o adultera per restare nell’epoca, dissacrando l’immaginario collettivo di un certo romanticismo, e sono ben chiare anche le “provocazioni” verso la chiesa, per non parlare del realismo che trova la sua massima espressione nella descrizione precisa della vita provinciale. Ha osato così tanto, ne sono al corrente, d’aver subito un processo per oltraggio alla morale e alla religione (durante il quale a onor di cronaca fu assolto). È stato persino coniato un neologismo: il bovarismo, per indicare la fuga dalla realtà, e il perdersi nei sogni per combattere la monotonia, o qualcosa di simile. Bene. Sono al corrente. Anche del fatto che la storia si basa su un fatto realmente accaduto. E che, sì, certo che è ben scritto, altrimenti come sarebbe riuscito a rendermi tutto così insopportabile? Anzi, dico di più: lo ammiro per aver osato tanto, per aver creato una protagonista tanto antipatica… ci vuol coraggio da vendere, davvero. Ma, ecco, se volete punirmi, dopo avermi fatto rileggere La Storia della Morante, costringetemi a rileggere la Bovary. Ché io davvero ne faccio decisamente a meno di storie così irritanti e, come si usa scrivere oggi, così «unsentimental».

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