«Sai papi? Ultimamente sento che la mia vita non è reale», Jay lo ripete due volte, una dietro l’altra, durante un flashback. È di questo, cioè del rapporto tra vita e drammaturgia, che parla il film, andando proprio contro l’aspettativa di chi ama Baumbach…
Uscito a dicembre su Netflix, Jay Kelly sfida le aspettative di chi ama Noah Baumbach facendo slittare il realismo verso l’allegoria
I primi fotogrammi di Jay Kelly – attore famoso alla fine della carriera, e spaventato dalla solitudine – sono girati in un set cinematografico, nel vero senso del termine: luci bluastre su sfondo nero, fari puntati nel vuoto che evidenziano ombre di macchinisti e impalcature, attori che parlano al telefono con i propri cari in attesa che si giri un altro spezzone di film, addetti ai lavori che corrono: una carrellata di immagini che mescola realtà e finzione. «Di’ qualcosa, Jay» chiede un tecnico per la prova microfoni: «Io ti amo» risponde George Clooney nei panni del protagonista. «Qualcosa di più, per favore», chiede ancora il tecnico: «Dieci, nove, otto, sette, martedì, giovedì, mercoledì», risponde Jay, con la stessa voce tragica e profonda, con cui recita l’ultima scena, gli ultimi minuti di vita del personaggio: «Possiamo rifarla?», chiede dopo essere morto…
In anteprima, mercoledì 30 ottobre alle 20:30 presso il cinema Otello di Ascona (chf 13.-) e mandato in onda da Rsi-Radiotelevisione Svizzera l’11 novembre
Sinossi
Venuto a conoscenza che negli anni Ottanta soprattutto nel Locarnese c’erano bande di giovani picchiatori,* incredulo che potesse esserci violenza anche in una zona oasi di tranquillità e bellezza quale il Ticino, il regista si addentra nel mondo della violenza giovanile. Interpella lo psicanalista Luigi Zoja, l’ex magistrato dei minorenni Reto Medici e incontra Tanino Liberatore, fumettista e uno dei creatori del mitico Ranxerox. Riandare a quegli anni Ottanta, induce il regista a ricordare com’era lui in quegli anni. Pure lui e i suoi coetanei erano allora giovani pieni di sogni e decisi a sovvertire la società autoritaria dei loro genitori. E avevano lottato duramente e violentemente per la loro utopia. Partendo dai picchiatori locali e dalle lotte giovanili degli anni fine ’70-’80, il documentario NITROGLICERINA apre inevitabilmente a riflessioni che toccano l’oggi. Dove anche in Ticino la violenza tramite i social spesso diventa spettacolo virale e il disagio giovanile è scandito dalla voce dei trapper.
Nel marzo del 2021 Manuela Mazzi pubblica nella collana ‘fremen’ diretta da Giulio Mozzi, presso l’editore Laurana, il «Breve trattato sui picchiatori nella Svizzera italiana degli anni Ottanta». Il libro finisce nelle mani di Christoph Kūhn, regista specializzato nella realizzazione di documentari. Il quale si rende conto che il «Breve trattato», pur essendo un’opera di finzione – un «romanzo non romanzesco», come lo definisce Mazzi –, comunque rappresenta una realtà: il fatto che, appunto, negli anni Ottanta, in quel Ticino che il discorso comune rappresenta come «un’oasi di tranquillità e bellezza», c’erano dei ragazzi e dei giovani che – quasi per ribellarsi a un mondo ai quali stava stretto – emulavano gli eroi di certa cinematografia americana (uno su tutti: «The Warriors – I guerrieri della notte»), riunendosi in bande più o meno occasionali di picchiatori, pronte a far nascere risse al minimo pretesto.
«Riandare a quegli anni Ottanta», dice il comunicato di Ventura Film, che ha prodotto il documentario in collaborazione con RSI-Radiotelevisione Svizzera, «induce il regista a ricordare com’era lui in quegli anni. Pure lui e i suoi coetanei erano allora giovani pieni di sogni e decisi a sovvertire la società autoritaria dei loro genitori. E avevano lottato duramente e violentemente per la loro utopia. Partendo dai picchiatori locali e dalle lotte giovanili degli anni fine Settanta-Ottanta, il documentario “Nitroglicerina” apre inevitabilmente a riflessioni che toccano l’oggi. Dove anche in Ticino la violenza tramite i social spesso diventa spettacolo virale e il disagio giovanile è scandito dalla voce dei trapper».
Basato sui personaggi assai rappresentativi di chi all’epoca c’era e menava le mani – seppur inventati da Manuela Mazzi su testimonianza di Roger B., uno dei tre ex picchiatori che qui si racconta (dopo averlo già fatto nel «Breve trattato sui picchiatori nella Svizzera italiana degli anni Ottanta») – il film comprende anche una conversazione con Tanino Liberatore, l’inventore del personaggio di Ranxerox – le cui avventure in quegli anni Ottanta si potevano leggere nella rivista «Frigidaire». Inoltre, il documentario con inserti drammatizzati da voce anche allo psicanalista Luigi Zoja, all’ex magistrato dei minorenni Reto Medici, e ai ticinesi Trappers PurpleDom.
Scritto e diretto da Christoph Kūhn, con una partecipazione di Manuela Mazzi alla sceneggiatura, «Nitroglicerina»sarà presentato in anteprima mercoledì 30 ottobre alle 20 e 30 presso il cinema Otello di Ascona (chf 13.-), e poi mandato in onda da Rsi-Radiotelevisione Svizzera l’11 novembre.
I film «Enola Holmes I e II» e la serie «La legge secondo Lidia Poët»
«Perché in un film del genere, di stampo femminista, si rende necessaria la profusione di tette e natiche? Non lo domandiamo per senso del pudore, non fraintendeteci: non ci infastidisce il nudo in sé ma la strumentalizzazione dello stesso, il continuare a renderlo oggetto di attenzione morbosa (eccessiva in quanto non funzionale alla storia narrata)».
Ho guardato i film «Enola Holmes I e II» e la serie «La legge secondo Lidia Poët», li ho messi a confronto e ne ho scritto sia su «Azione» sia su Cinemany.
La versione integrale del testo su «Azione» – per chi desidera leggerlo ma non ha accesso al cartaceo – si trova online (non richiede iscrizioni perché è un settimanale d’approfondimento gratuito).
Per leggere invece l’approfondimento su Cinemany (di cui riportiamo qui di seguito le immagini delle pagine) occorre sottoscrivere un abbonamento alla rivista e chiedere come recuperare la copia mancante. (Ringrazio Nicola M.)
Dalla saga fantascientifica di Frank Herbert all’aspirazione visionaria di Jodorowsky raccontata in un documentario affascinante, fino all’attesissimo colossal Dune di Villeneuve, che non ha deluso le aspettative.
Ho parlato di Dune, non solo del film, ma più in generale dell’immaginario nato da Frank Herbert che alimenta le storie fantascientifiche di tutto il mondo da oltre mezzo secolo. L’articolo apparso sul settimanale «Azione» è più breve di quello preparato e che caricherò in seguito… (per leggere la versione integrale pubblicata, chi non può farlo nel cartaceo può scrollare verso il basso, oppure seguire seguire questo link – non richiede iscrizioni perché è un settimanale d’approfondimento gratuito) (Ringrazio la redazione e in particolare Simona Sala per lo spazio concessomi).