Un visibile narrare, con “stile” – 04

4 di 4, per la prima miniserie: un visibile narrare, con “stile”.

Venezia; l’ho scattata nel 2013

«Così come, ovunque, un gabbiano farà alzare lo sguardo al cielo, o lo farà abbassare a terra, o volteggiare sopra la foresta di un’isola vergine o tra i grattacieli di New York, vale a dire che, ovunque, tutto il mondo diventa il gabbiano che ugualmente è bianco pur essendo uccello spazzatura in tutto il mondo». Non solo di albe e tramonti, scrivevo nel primo pezzo di questa miniserie che chiudo con quest’ultimo pezzullino, ma anche di gabbiani, indicandoli, tra mille e mille altre immagini, quali topos letterari molto diffusi, soprattutto nella poesia.

Io li adoro, s’intende. Da appassionata di Corto Maltese e di Hugo Pratt, in generale, non potrei farne a meno, e amo guardarli: ne abbiamo anche qui, sulle rive del Verbano, ma sono piccini, lacustri (Larus canus), e per quanto mi piacciano, quelli di mare mi lasciano senza fiato: che cosa ci posso fare? C’è a chi piace ammirare un diamante (a me dice niente), e c’è chi resta a bocca aperta davanti al volo fermo di un Larinae Rafinesque gigantesco. Punti di vista, o… focalizzazioni diverse.

Il punto focale è giustappunto un altro fattore determinante per far parlare una fotografia, una narrazione, una storia, un’opera, con la nostra voce.

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Un visibile narrare, con “stile” – 01

1 di 4, per la prima miniserie: un visibile narrare, con “stile”.

Marocco, deserto orientale; l’ho scattata nel 2010

Non c’è reportage di viaggio che non contenga un’alba o un tramonto.

«Stiamo a mirarla: i’ ti pur prego et chiamo, / o Sole; et tu pur fuggi, et fai d’intorno» (Petrarca).

Insomma, a chi non piacciono i cieli infuocati?

Ma allora perché quelle «robe lì» – «robe belle» che restano belle anche se sono ormai scontate da essere compresi nei cosiddetti cliché (topos romantici, in questo caso) – non si «dovrebbero» più usare nelle opere artistiche, siano esse fotografiche, letterarie, giornalistiche o cinematografiche, e via elencando? A volte viene da chiederselo. In fondo mantengono la loro magia, quell’incanto che – se non ne abbiamo pieni gli occhi – ci fa ancora dire oh!, cioè, ad esempio io che non vedo il mare aperto tutti i giorni (e anzi a volte trascorrono anni da una volta all’altra», beh, quando mi ci trovo davanti a quella massa d’acqua infinita resto soggiogata dal suo flusso ondeggiante e mi sento socchiudere gli occhi per prendere la brezza in volto respirando a pieni polmoni, e resto frastornata dal suo vociare basso e rabbioso. Ma questa è la realtà.

Che cosa accade però ai tramonti e alle albe narrative?

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«Un prodotto del mio agire»

Dato che mi si cita in questo articolo, condivido con piacere.

«Lo stile non precede la scrittura, ma si forma in essa»

Articolo di Giulio Mozzi

Quando scrissi il mio primo racconto, il 16 e 17 febbraio del 1991 — è passato un bel po’ di tempo —, non avevo nessuna idea di stile. Sapevo scrivere, sì, e sapevo anche in una certa misura controllare la mia scrittura: sette anni passati a lavorare in un ufficio stampa, di cui quasi quattro sotto la direzione di Guido Lorenzon — che stimavo, e tutt’ora stimo, moltissimo — non erano passati invano. Ma scrivere in un ufficio stampa, rispetto allo scrivere narrativa, è una cosa diversa; non aliena, ma diversa. Ero in un periodo in cui scrivevo molto: soprattutto mi scambiavo lettere con Laura Pugno, che avevo conosciuta il 30 aprile del 1988: era di dieci anni più giovane di me, ma aveva una consapevolezza di ciò che voleva alla quale io non sono mai arrivato, e una relazione col linguaggio già intensissima e per me, ora come allora, misteriosa. Avevo, negli anni, scritto molto: negli anni della scuola superiore riempivo quaderni e quaderni — non ricordo cosa scrivessi: sicuramente non storie, a quel che ricordo (perché sì, io sono quello che distrugge il proprio passato: quei quaderni non li ho più da molti anni) cercavo di imitare i libri che leggevo. La mia memoria è tutta un buco, e l’unica immagine che ho è questa: io che scrivo, con la mia grafia allora minutissima, su un’agenda telefonica dalla copertina gommata azzurra, cercando di riprodurre Proust. Avevo letto Du côté de chez Swann, in francese, restandone affascinato e non capendone in sostanza niente; ma cercavo di riprodurre quell’andatura delle frasi, quella scrittura eternamente sospesa, quell’andar dietro a sensazioni e particolari instancabilmente. Se mi fosse stato domandato perché facevo quel che facevo, non avrei saputo cosa rispondere.

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