È mattina, sera o sono le due del pomeriggio?

«Un visibile narrare» – 02

Basti sapere che la scelta delle parole – ma anche delle espressioni, e nondimeno pure la scelta delle immagini che proponiamo – stabilisce lo stile delle nostre opere, e dunque anche la loro fruibilità e il loro posizionamento.

Dedicare attenzione ai registri linguistici, una parte fondamentale della forma, ci aiuta a dare forza al contenuto, senza costringerlo in un contenitore che non gli si addice.

È uscito oggi su Azione il secondo articolo che ho scritto sul tema Un visibile narrare. La versione integrale del testo – per chi desidera leggerlo ma non ha accesso al cartaceo – si trova scrollando verso il basso oppure online (non richiede iscrizioni perché è un settimanale d’approfondimento gratuito) a questo indirizzo!

Il primo articolo della serie si trova QUI!

È mattina, sera o sono le due del pomeriggio?

Un visibile narrare – Dedicare attenzione ai registri linguistici, una parte fondamentale della forma, ci aiuta a dare forza al contenuto, senza costringerlo in un contenitore che non gli si addice

Di albe e tramonti abbiamo già parlato in un primo articolo dedicato agli appassionati della cosiddetta (per convenzione) «scrittura creativa amatoriale» (v. «Azione» del 7 gennaio 2022). Con questa serie di approfondimenti ci preme sovrapporre la fotografia alla scrittura, per suggerire approcci diversi, quali esercizi, oppure per generare riflessioni circa il modo in cui fruiamo di immagini e testi.

Come si diceva, nella ricerca di un proprio sguardo, ci si può esercitare partendo non solo dall’osservazione dell’immagine ma definendone o manipolandone il contenuto attraverso la scelta delle parole, delle forme di scrittura, del ritmo delle frasi. Il tramonto può essere descritto in più modi: «…o Sole; et tu pur fuggi, et fai d’intorno» (Petrarca). «I cieli infuocati». Quelle «robe lì», «robe belle». Abbiamo qui usato tre registri linguistici diversi: uno «alto» (elevato), uno «medio», uno «basso» (semplice). Non a caso, perché questa è una parte fondamentale nello studio degli stili di scrittura.

Più comunemente, per mostrare la distinzione tra i tre livelli di stile linguistico si usa una sola serie di singole parole, più che un’espressione: volto, viso, faccia possono portare a una più immediata comprensione.

Quella che viene chiamata «dottrina degli stili» ha radici antiche e si rifà a trattati di retorica che qui evitiamo di menzionare, anche perché si trovano citati ovunque altrove. Basti sapere che la scelta delle parole – ma anche delle espressioni, e nondimeno pure la scelta delle immagini che proponiamo – stabilisce lo stile delle nostre opere, e dunque anche la loro fruibilità e il loro posizionamento.

Non è nuova la dicotomia tra opere di intrattenimento e opere che aspirano a un valore più artistico. Normalmente si attribuisce un maggior valore all’espressione artistica, rispetto alla fruizione meno impegnativa delle opere che si propongono come svago. Per quanto ci riguarda sono due contesti separati di uguale portata, semplicemente hanno obiettivi diversi e non per questo di maggior o minor valore.

Il problema è che tale «pregiudizio» ha creato una schiera di aspiranti autori che, pur desiderando scrivere opere di intrattenimento per il grande pubblico, tentano di impiegare un linguaggio aulico (con l’uso di un lessico arcaico) nella speranza di dar valore artistico a quanto producono (in buona sintesi per non apparire come autori di serie «B»), come se il registro linguistico apparentemente alto, e in tal senso ci riferiamo a quello antico e imbellettato, possa dar lustro al contenuto dei loro romanzi. Ma chi vorrebbe leggersi, oggi, un giallo scritto come scriveva Petrarca? (Si esagera, eh).

Come affrontare questo tema pensando alla fotografia? Cioè ragionando per immagini? Da arte ad arte, il concetto contenuto-stile ci potrebbe riportare ad esempio all’uso o alla rinuncia del colore: per molti, infatti, il bianco e nero (pur essendo il “vecchio linguaggio” originale) fa ancora oggi tendenza artistica perché, così si dice, esprimere senza i colori la stessa emozione, denoterebbe grandi competenze e bravura, e non perché il colore non sia un importantissimo veicolo di informazioni, ma perché il gioco tra morbidezza e durezza delle ombre del bianco e nero, ha una gamma maggiore di sfumature rispetto a quelle che «tecnicamente» sono ottenibili con il colore, così spiegava Henri Cartier-Bresson nel suo libro L’immaginario dal vero). Secondo Ferdinando Scianna, inoltre, «il bianco e nero ha sviluppato una capacità di immaginazione linguistica che ci permette di mettercelo noi, il colore».

Eppure: siamo sicuri che la perdita di informazioni, davanti a un tramonto o a un’alba ripresi in bianco e nero, non sarebbe in questo caso deleteria? Come stabilire l’ora dello scatto?

La risposta è nota ai fotografi: le ore «colorate» del giorno sono dette «ore blu» e «ore d’oro» proprio perché la ricchezza dei colori non è sostituibile dalle sfumature di grigio che tendono per l’appunto a non far comprendere a quale ora del giorno la foto sia stata presa. Il bianco e nero, per contro consente di approfittare di molti altri momenti della giornata, anche in presenza di forte pioggia, condizione notoriamente difficile da gestire a colori. 

«Il contenuto – spiegava ancora Cartier-Bresson – non può mai essere disgiunto dalla forma». Molti autori letterari tendono tuttavia a favorire la «forma» annunciando il loro totale disinteresse per il contenuto. E con ancora maggior effetto talvolta imbarazzante, molti aspiranti di narrativa d’intrattenimento, come si diceva, tendono a scrivere adottando impunemente una «bella scrittura» che nulla ha che fare con uno stile ricercato e attuale, o con una voce interessante, ma che suona solo come lingua antiquata, cioè che ha fatto il suo tempo, e inefficace (il simil vintage nella letteratura non ha generalmente grande successo). 

Per questo ci pare fondamentale tenere sempre in considerazione entrambe le parti, non davvero per poter «informare», non per veicolare messaggi precisi, ma perché di fronte a un qualsiasi contenuto, pure se incomprensibile a priori (come una semplice divagazione, una pausa, un’inquadratura vuota), per poterlo rendere al meglio, per potergli permettere di esprimere il suo massimo potenziale, esso necessita di una minima considerazione. E questo vale a maggior ragione quando scriviamo ad esempio semplici lettere (la forma burocratica è altro da quella sentimentale, al lettore il compito di individuare tra questa e quella le mille altre sfumature), o quando scattiamo una foto di famiglia (dicono che i ritratti in bianco e nero siano sempre eccezionali, ma ne siamo sicuri?).

Ciò non significa che non si possa aspirare a scrivere romanzi d’intrattenimento con una voce autoriale, ma il contrario: la voce autoriale non è giocoforza legata a un alto registro linguistico; ed è pur vero che non necessariamente bisogna concentrarsi sui tramonti; non sarebbe male ad esempio appoggiare invece uno sguardo diverso sulle cose del mondo, micro o macro che siano prima di scegliere la forma con cui raccontarle.

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