L’alba è «di tutti»

«Un visibile narrare» – 01

«…la fotografia reinventa la realtà
attraverso punti di vista, digressioni,
sfumature, metafore, come fa la scrittura,
non solo e non necessariamente romanzesca.»

È uscito oggi su Azione il primo articolo che ho scritto sul tema Un visibile narrare. La versione integrale del testo – per chi desidera leggerlo ma non ha accesso al cartaceo – si trova scrollando verso il basso oppure online (non richiede iscrizioni perché è un settimanale d’approfondimento gratuito) a questo indirizzo!

L’alba è «di tutti»

Un visibile narrare – Come e perché evitare i cliché narrativi, siano essi fotografici oppure letterari

Non solo fotografia. Tra gli amatori delle arti da diporto, molti appassionati si dilettano nella cosiddetta (per convenzione) «scrittura creativa» senza peraltro avere smisurate ambizioni letterarie, non meno di quanti si dedichino alla fotografia amatoriale. Nobili attività da tempo libero che hanno o possono avere molto in comune. Anzitutto la natura narrativa.

Il binomio fotografia-scrittura considera di norma la prima arte un complemento della seconda, e viceversa. Come se un’immagine senza testo non possa comunicare il necessario, e come se in certi casi un’immagine possa colmare la lacuna di un testo. Limitarci però a questa funzione, cioè a considerare come un’espressione artistica completi o valorizzi il «contenuto» se posta a corollario dell’altra, è un esercizio un po’ sterile, mentre può essere suggestionante anche immaginare in che modo interagiscano tra loro le «forme» di queste espressioni.

Con la rubrica «Un visibile narrare» si cercherà proprio di valorizzare una commistione di queste due arti nelle quali l’aspetto formale dell’una si riverberi nell’aspetto formale dell’altra. Perché, di fatto, la fotografia reinventa la realtà attraverso punti di vista, digressioni, sfumature, metafore, come fa la scrittura, non solo e non necessariamente romanzesca.

Un proposito che ci auguriamo stimoli la creatività, ma anche la sperimentazione, di chi pratica questi hobby, a partire dalle basi, ovvero da ciò che pertiene a tutti: i cliché, come e perché evitarli. Uno degli esempi più classici? Non c’è reportage di viaggio che non contenga (quale immagine poetica) un’alba o un tramonto: «Stiamo a mirarla: i’ ti pur prego et chiamo, / o Sole; et tu pur fuggi, et fai d’intorno» (Petrarca). Insomma, a chi non piacciono i cieli infuocati?

Eppure, quelle «belle immagini» – che restano belle anche se sono ormai scontate da rientrare per l’appunto nei cosiddetti cliché (topos romantici, in questo caso) – non si «dovrebbero» più usare nelle opere artistiche, siano esse fotografiche, letterarie, giornalistiche o cinematografiche, e via elencando… Perché? In fondo mantengono la loro magia, quell’incanto che – se non ne abbiamo pieni gli occhi – ci fa ancora dire, Wow! Così come resteremo sempre rapiti, noi gente di montagna e di lago, dal gigantesco flusso ondeggiante del mare che ci fa socchiudere gli occhi per prendere la brezza in volto respirando a pieni polmoni, e che ci frastorna con quel suo vociare basso e rabbioso. Ma questa è la realtà. I tramonti e le albe narrative sono altra cosa.

A pagina 15 si trova il reportage di Simona Dalla Valle con tanto di immagini immortalate all’isola Barbados. Nome esotico che rimanda al mar dei Caraibi, alle spiagge bianche e alla sabbia fine, a un cocktail colorato sotto un ombrellone di paglia. Nondimeno, tra le fotografie del reportage (non tutte pubblicate, ma archiviate in redazione) sono immortalati un barcone vecchio e scrostato, tombini arrugginiti, scogliere spigolose, un mare che vi schiuma contro come al nord, una grotta, cartelli scoloriti, asfalto crepato, strade guaste…, ma tra tutte queste, vi è anche Lei, la Foto con la «F» maiuscola, una di quelle che strappa facilmente un «Wow!», del quale ci si imbarazza subito dopo, per averne detti davvero troppi di questi «Wow!». La Foto ritrae uno scorcio di spiaggia sul finire del giorno, le punte cadenti di un paio di palme con il tronco che fuoriesce di lato e, sotto le fronde, tra queste e l’orizzonte del mare, un sole giallo-arancio crepuscolare che, irraggiandosi attraverso poche nuvole piazzate là, come a farlo apposta, colora i contorni rendendo «tutto bello». Stop! Ecco il punto.

Tutto il mondo – come avrete potuto notare anche voi, se avete viaggiato un po’ –, tutto il mondo, di notte, alla luce calda dei lampioni, tutto il mondo diventa «bello». E allo stesso modo, ogni cosa diventa «bella» al tramonto o all’alba. Con più precisione, tutto il mondo diventa «ugualmente bello», senza distinzioni, se ammantato da quella luce lì. Così come, ovunque, un gabbiano farà alzare lo sguardo al cielo, o lo farà abbassare a terra, o volteggiare sopra la foresta di un’isola vergine o tra i grattacieli di New York, vale a dire che, ovunque, tutto il mondo diventa il gabbiano che ugualmente è bianco pur essendo uccello spazzatura in tutto il mondo.

Il «bello» che resta pur «bello», se riportato nelle opere letterarie o nelle immagini o nel cinema, fate voi, ebbene si svuota di significato e perde completamente di senso, perché quel che conta in un’opera è lo sguardo di chi la crea, che tutto può essere fuorché uguale allo sguardo di tutti gli altri: a che serve altrimenti un’opera?, se non per alzare veli e mostrare quel che non si fa notare da sé? O peggio, se non per dar forza a ciò che normalmente fa distogliere gli sguardi da sé? Vale per tutto, s’intende, per le parole, per i detti antichi, per le immagini, per le storie, per le dichiarazioni d’amore, per le condoglianze, per una visione architettonica, per le idee, per le notizie…

Detta altrimenti: quando un artista o un giornalista (perché sì, anche il giornalismo ha il compito di mostrare la realtà svelandola senza orpelli) si accomoda nei cliché, sui luoghi comuni – dei quali non si negano valore, saggezza o bellezza – perde ogni volta l’occasione di offrire un punto di vista diverso, di mostrare Barbados per quella che è (come ha ben fatto Simona Dalla Valle) quando non è avvolta dalla luce dell’alba o del tramonto. E sì, si potrebbe dire allo stesso modo delle metafore, dell’enfasi, delle espressioni euforiche, ma in quel caso si parla di fuochi d’artificio, finzioni e trucchi da mentalisti che, se non sono ben gestiti, fan fare gran brutte figure, anche se pochi forse se ne rendono conto: a volte preferiamo divertirci senza porci troppe domande, lasciamo uscire i nostri impuniti «Wow!» senza rifletterci su.

Nella ricerca di un proprio sguardo, tuttavia ci si può esercitare partendo non dalle immagini ma definendo o manipolando queste ultime attraverso la scelta delle parole, delle forme di scrittura, del ritmo delle frasi. Perché in fondo, si potrebbe pur parlare di tramonti, albe e gabbiani, ma magari usando altre parole e modi diversi.

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