Una favola sarcastica e cruda

«La fattoria degli animali» di George Orwell

Allegorico, lo è per forza. Ma non per forza deve rimanere legato a contesto storico (la nascita dello stalinismo) che ispirò George Orwell. Parlo del romanzo La fattoria degli animali.

Una favola sarcastica e cruda, del ‘45, che ha avuto una tenuta nel tempo straordinaria, travalicando il contesto per manifestarsi oggi forse ancora più di ieri come portatrice di verità antropologiche. Uomini e donne nella società. Sono tra le letture che prediligo. È molto molto smascherato, il tutto, ma non per questo meno efficace o privo di secondi livelli di lettura. Laddove le allegorie talvolta sono un filo troppo prevedibili (e giudicanti) – che i maiali saliti al potere inizino a farsi i loro “porci comodi”, beh, via, non serve a dirlo, ma non infastidisce: semplicemente stimola l’interpretazione nell’immediato e facilita la decodifica – dall’altra, la relazione con quelle bestie di esseri umani, rivela un rispetto compassionevole e una comprensione inattese, che passa molto in secondo piano perché lo sguardo si concentra sugli animali della fattoria.

LA TRAMA

Gli animali di una fattoria si ribellano mettendo in atto una vera e propria rivoluzione (Orwell alludeva all’iniziale vittoria dei bolscevichi, nella guerra civile del 1920, e alla successiva conseguente dittatura degli stessi che – demolito il pensiero autonomo o democratico – spianò la strada allo stalinismo) all’insegna dell’animalità: al bando tutto ciò che ricorda la sudditanza all’uomo. La parte più significativa è forse il regolamento che man mano che passa il tempo, viene modificato in modo impercettibile alla memoria del “popolo animale” che tende ad adeguarsi alle minime ma sostanziose differenze. “Ovviamente” al famoso principio secondo cui tutti gli animali sono uguali, viene aggiunto: ma alcuni più di altri. Ed è la citazione più famosa. Ed è la cosiddetta facile morale della favola. Volendo fermarci alla visione autoriale.

Ma grazie alla letteratura, un libro, una storia, può contenere altre intuizioni non meno importanti.

OLTRELATRAMA

La contemporaneità di questo romanzo può infatti avere che fare, come anticipato, con lo smascheramento di molti comportamenti umani. Qui si trovano fannulloni, stacanovisti, derubati e ladri, abusatori e bugiardi, relazioni di potere e stato di gloria, desiderio di libertà ed emancipazione, il bisogno di una guida e di regole, il compromesso e la corruzione…Quello che però Orwell non poteva forse prevedere in quegli anni, era il grande movimento animalista e ambientalista di questi tempi. La sensibilità ambientalista risale in particolare agli anni del dopo allunaggio (il movimento degli animalisti comparve negli anni Settanta). Nel 1945, contadini, fattorie, e via elencando erano in attività senza patemi etici o moralistici. Involontariamente, dunque, Orwell interpreta o immagina in modo direi onesto, come onesta può essere solo la visione ingenua, un mondo di animali da fattoria e da cortile abbandonato a sé stesso, ma al contrario di quel che si tende a dire oggi, proponendone una visione pessimistica. Così in parte autodistruttiva e non più autosufficiente che – lo ammetto – nella mia immaginazione si è fatta ancora più nera di quanto ipotizzato dall’autore.

Credo che oggi nessuno riuscirebbe più a scrivere una storia simile perché siamo tutti fortemente contaminati da un sogno utopico di libertà e riconquista della natura. Non dico che sia sbagliato sognare. Ma forse, è quasi una domanda più che un’affermazione, ci sono ancora molti aspetti su cui riflettere. L’esplosione di un immaginario a lungo termine dovrebbe tenere in considerazione molti livelli di ragionamenti, etici ma anche pratici che uscendo dall’allegoria ci concernono direttamente. Come non pensare, ad esempio, agli animali che invecchiati, invece di morire, iniziano a soffrire per la salute ma anche di solitudine, senza più potersi sentire utili alla società? Non è peraltro quello che sta accadendo oggi tra noi umani? Ah!, che romanzo. È un libro da leggere e rileggere, per fermarsi a rifletterci su.

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