«La letteratura è una bugia»

«La parte di Malvasia» di Gilda Policastro

«La violenza maggiore sulle donne e sulle creature, nel libro, è la morte, ma prima ancora la malattia, o anche solo l’invecchiamento.»

Ho letto La parte di Malvasia di Gilda Policastro (La nave di Teseo Editore, 2021) e sono lusingata per l’intervista che l’autrice mi ha concesso; ne ho scritto su Azione. La versione integrale del testo – per chi desidera leggerlo ma non ha accesso al cartaceo – si trova online (non richiede iscrizioni perché è un settimanale d’approfondimento gratuito).



Al di là della recensione ufficiale.

«Mi chiamo Malvasia, come tutti.»

No, non è una citazione tratta dall’ultimo romanzo di Gilda Policastro («La parte di Malvasia», 2021, La nave di Teseo editore) ma la parafrasi di un noto incipit di Walter Siti che, secondo me, riassume bene questo romanzo spacciato per «giallo» da una fascetta esterna a firma di Maurizio de Giovanni. Già! Un giallo, scritto da una stimata critica letteraria e poetessa appartenente al gotha della Repubblica delle lettere.

Così si chiacchiera un po’ ovunque nella rete. Si vocifera che potrebbe trattarsi di un gioco di comunicazione, di un divertissement dell’editore, per ampliare il target dei lettori, per raggiungere anche gli appassionati del genere «Giallo», marcatura dalla quale, tuttavia, la stessa autrice, Gilda Policastro, ha cercato e cerca di difendere la propria opera (così durante alcune presentazioni), negando sin dalle prime battute qualsiasi reale attinenza con questo genere. E a ragion veduta: «La parte di Malvasia» NON è assolutamente un giallo (e dicendolo sono certa di incontrare il favore dell’autrice). Ma il punto è che nemmeno viene davvero spacciato per tale, bensì per: «Un’altra sfumatura del nero» (secondo la fascetta), che è esattamente quel che avrei detto io per definire quanto ho letto! (E qui sono certa di non incontrare il favore dell’autrice: sorry).

Un’altra sfumatura del noir, si diceva, resa, come aggiunge de Giovanni, con «…una scrittura affilata e acuta come un coltello nel cuore».

LA TRAMA
Dunque? Di che cosa parla questo libro? Per fare il suo gioco dovrei far partire la storia come parte nel romanzo stesso, e troncarla subito dopo, ovvero dovrei dirvi che come capita in molti gialli (l’attacco sì, simula di esserlo, «il misterioso omicidio della straniera», nascondendo dunque la sua natura noir) con la scomparsa di una donna, Malvasia, peraltro sconosciuta ai più, arrivata da poco nel quartiere, non si sa da dove; siamo nel 2018. Ad accertarne la morte – presumibilmente violenta e avvenuta per mano di terzi – saranno il commissario Arena e l’aiutante Gippo, che faranno anche partire una sorta di indagine.

Stop. Da qui in poi (a pagina 43 già si chiarisce il meccanismo) il giallo perde del tutto i topos del genere, per assumere a pieno titolo quelli del noir, pur fornendone una sfumatura ancora più psicologica, e una pasta letteraria, che non inquieta, ma disorienta assai, mantenendo così la tensione narrativa che si gioca tutta sulla curiosità del lettore portato a girare le pagine per orientarsi, per capirci sempre qualcosa di più.

OLTRELATRAMA
La premessa è d’obbligo, per un po’ di anni ho bazzicato la bolla dei cosiddetti «giallisti». Ho scritto «gialli», ma anche thriller e spy story, mentre non ho mai scritto un noir. Non ancora. Ma non è questo il punto. Il punto è che se uno si mette a studiare un po’ questa materia, sa perfettamente che un giallo non è nel modo più assoluto confrontabile o associabile al noir. Certo, per alcuni sono solo variazioni di una stessa specie, ma per chi è appassionato le differenze sono tali da determinare in un certo senso generi diversi, come lo sono il fantasy e la fantascienza, per intenderci. Infatti, il giallo si dà quando è messa in scena un’investigazione vera e propria (molte volte con tanto di commissari e investigatori), che sia per scoprire il colpevole o semplicemente per dimostrarne la colpa. Spesso (non necessariamente sempre) ne consegue un arresto. In somma: il classico. E non esiste che un de Giovanni, o qualsiasi altro del mestiere, possa confondere «La parte di Malvasia» per un giallo!

I Thriller, per dire, devono avere una componente di azione esagerata, sopra le righe, all’americana, con sparatorie, forze armate, corse rocambolesche. Ai noir pertengono invece quei testi che esplorano il male, spesso mettendo in scena i drammi psicologici dei personaggi, non necessariamente solo quelli degli assassini, o esplorano la profondità interiore delle vittime, dove deve annidarsi un male inquietante. Nei noir l’investigazione interessa poco o niente, se non per far sentire la paura del braccato (se è il caso). Nei noir il protagonista è il male. Non l’investigazione, non l’azione, non la teoria legale, non l’aspetto moralistico, no, il male estratto dalle sue pieghe più dolorose e vomitato nelle pagine.

E se «La parte di Malvasia» non è una sfumatura del noir, cioè un modo per esplorare il male, a partire da un reale o presunto crimine, allora non so quale altro libro potrebbe esserlo. Che di male, questo romanzo ne dice assai, basti il riferimento a chi fa la parte del morto, che sarebbe la morte (pag. 120). O l’introduzione del tema già esplorato anche da Giulio Mozzi nel suo «Le ripetizioni»: «…il prete sostiene che il male non sia solo uccidere, rubare, ma anche il contrario del bene, l’apatia morale»; o ancora: «Amina crede che quel prurito di cose sbagliate o proibite sia la vita. Il resto è ripetizione, obblighi, rotture di cazzo».

Alla questione di genere, si è detto per altri versi, è anche legato il tema: il maschile e il femminile, la lotta interna tra questi mondi che coabitati generano fratture non di poco conto. Ma non voglio dilungarmi troppo su questo argomento sul quale si contorce l’intero romanzo.

Un viaggio attraverso il male, visto da più sguardi e narrato da più voci, che si fanno di tanto in tanto persino metaletterari, quando la voce, o una voce, narrante si rispecchia nel lettore rivolgendosi a sé stessa anche con rimprovero: «Con il tempo ci fai il riassunto di cose passate: metti tutto dentro alla buona, come nella ribollita», o come quando dice: «Che poi non deve essere difficile inventare, scrivere un racconto. In prima persona, così quello che agisce sei tu. Certi dicono no, non va bene perché il lettore s’immedesima solo se tu sei un’altra persona, se ti trasfiguri. Quindi sei tu, può pure essere, ma è meglio se ti chiami col nome di un altro».

STILE
Parte con una narrazione, come si diceva, apparentemente tradizionale, in terza persona e lineare, con un narratore che sembra essere onnisciente, esterno con diverse focalizzazioni.

Poi inizia a divagare un po’, adottando di volta in volta espressioni diverse. Dagli sguardi popolari, a volte maschilisti (a lasciar trapelare sin da subito il tema, non tanto sottotraccia, della violenza sulle donne), avvalendosi anche di battute cliché o generalizzazioni in particolare nella prima parte («…perché lei, come tutte le donne, parlava sempre d’altro o di altri»; «Aveva un’andatura rapida come le persone che vivono in città: chissà dove corrono sempre, e perché»;…) alla messa in scena di voci e personalità complementari, con un capitolo addirittura solo dialogico (p. 33-36), o l’altro reso tale anche graficamente (p. 137-139), a ricordare una versione semplificata di alcune pagine contenute nel «suicidio di Angela B» di Umberto Casadei; e poi tanti flussi di pensiero (a pagina 22 si contano 26 righe senza punti fermi, tranne un punto di domanda retorico). Blocchi di testo interi spezzati raramente da paragrafi che tendono a dar respiro al lettore solo per compassione. Mentre i capitoli sono brevissimi, come è uso nei romanzi di genere, per tenerlo, lì, il lettore.

Ci sarà anche tanta poesia. Immagino. Io ho notato giochi tipo quello agito nel capitolo da pagina 43 (che inizia con «Vacca boia, nella testa…») a pagina 45 (che finisce con «vacca boia, era così facile»). Ma in verità, sono di mio troppo ignorante per cogliere i riferimenti ai vari Sanguineti o Menandri.

Certo, si notano i rimandi a Dostoevskij dato che sono espliciti.

Mentre mi pare di aver colto uno stilema trevisano, in quelle parole o espressioni anglofone che entrano a volte a gamba tesa nel testo («…crudeltà, convenzione, what. Gli piaceva»; «…il pesce finisce con l’essere molto pericoloso. My poor child, I’ll never see you again. Anche lì c’erano forni…»; «a’ mamma, il richiamo di tutti i bambini a ogni latitudine, don’t run a Chicago, a’ Giuliaaaa, si fosse trattato di Roma o Napoli»), che mi fanno strano in questo testo, a dirla tutta: Vitaliano Trevisan, si sa, riteneva l’inglese una sua seconda lingua madre, mentre il narratore qui non pare aver motivo di farlo; mi piace pensare comunque che si tratti «solo» di un omaggio. (Non sarà così, ma come si dice sempre, i romanzi si fanno almeno in due: l’autore ci mette il suo e il lettore, l’altra «parte»).

E, non da ultimo, sarà una mia fantasia o deformazione passionale, ho colto un bel paragrafo, che se mi avessero detto che era stato scritto da Hugo Pratt per un dialogo tra Corto Maltese e Rasputin, ci avrei creduto subito: «E quindi dovrei raccontarti la verità, a che punto siamo con le indagini e se lui è implicato. No, non credo gliene importi. La verità è sopravvalutata, io voglio solo bugie. La letteratura è una bugia, la più grande bugia che l’uomo ha inventato».

CITAZIONI
«Quello che non si sa, non rileva»
«Noi siamo fatti per la vita orizzontale, in quella verticale, non ci orientiamo»
«Era questo, lo scopo del dolore: la sua cura»

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