Un romanzo mascherato da autobiografica finzionale

«La Versione di Barney», di Mordecai Richler

Oddio: il dubbio me lo hanno messo, e ho pure controllato. E, come mi aspettavo, non ho trovato nessuna conferma: Mordecai Richler non risulta aver mai subito processi per omicidio. Eppure, tanti suoi lettori mi hanno parlato di quest’opera, come di una vera autobiografia mascherata da romanzo. Sì, certo, per chi conosce la biografia dell’autore, una parte di elementi autobiografici è presente (luoghi, lavoro, università…), ma tra tutti i libri di autofinzione che ho letto (ok, non sono molti, ma qualcuno l’ho letto) questo non mi ha fatto credere a quanto vi era scritto, pur avendolo letto certa di leggere un’autobiografia romanzata: mi sono costretta a fare verifiche perché alcune parti non le ho trovate realistiche. E forse è proprio qui che casca l’asino… è troppo!, e troppo poco. (Anzi: prima di venir rimproverata: “per me” è troppo, e troppo poco).

LA TRAMA
In pratica leggiamo le pagine di una sorta di diario di un certo Barney Panofsky (nelle autofinzioni spesso viene dato il nome dell’autore, qui no). Queste pagine di diario sembrano essere state strappate e poi ricomposte a caso. La cronologia, infatti, non è proprio rispettata. In verità è il risultato delle memorie di un uomo anziano che sta perdendo i ricordi, i pezzi del proprio vissuto, a volte anche le parole… A rimettere insieme questi ritagli è uno dei figli di Panofksy, al quale il padre ha lasciato in eredità il compito di pubblicare il libro che leggiamo. Questo, l’impianto. Quindi il narratore sarebbe il figlio che riorganizza la voce narrante del padre, con pochissimi interventi, almeno in apparenza.

«Sulle riviste letterarie non si fa che leggere di scrittori ingiustamente dimenticati, ma mai una sillaba su quelli giustamente dimenticati».


Questa voce inizia col dire che lui, Panofsky, era una frana: non aveva pretese artistiche se non diventare ballerino di tip-tap. E poi continua a raccontare di come odi lo scrittore McIver, suo rivale che ha raggiunto un gigantesco successo, di diverse donne delle quali il protagonista non pare poter fare a meno, tant’è che tre se le sposa, di litri di alcol, di amici inaffidabili, di famiglie tradizionali, di conflitti, della nascita di qualche figlio, di tradimenti, di una scalata professionale in un ambiente che gli fa schifo, di invidie feroci, di bassezze e scorrettezze. Il tutto, tra il Canada, Montreal, e Parigi, dagli anni Cinquanta alla vecchiaia. Il punto è che in questa vita, più che tormentata direi abusata e sgualcita, avviene un omicidio (forse, o forse no), al quale fa seguito un processo che proscioglierà il protagonista per mancanza di prove, da qui, la versione di Barney.

OLTRELATRAMA


«Ma ho anch’io i miei principi. Non ho mai venduto armi, droga o cibi dietetici».


La citazione, che sta nella primissima parte del romanzo, riassume l’intero libro, e ancora meglio il tema su cui la mia sospensione dell’incredulità si incrina. Attenzione: mi piace un sacco questa battuta, così come mi piacciono tante altre presenti nel testo. Ma messe tutte assieme, con quella continua voglia di fare sarcasmo, esibendo quel carattere sanguigno, che restituisce al lettore una “corporalità” ingombrante, quell’essere politicamente scorretto a tutti i costi, iperautodistruttivo, quell’espressività grassa (il troppo), cozza proprio con la percezione di alcuni “principi”, quasi non avesse osato fare trentuno. Come se in filigrana si vedesse di che pasta potrebbero essere fatti i veri pensieri dell’autore. E no, non quelli che elenca il protagonista, eh. Hanno più che fare con l’anticonvenzionale: ché una cosa è giocare scorretti, un’altra cosa è ribellarsi contro un sistema, contro la borghesia, contro un certo tipo di ambiente, contro le aspettative, lotte che hanno una dignità, la quale a me pare essere in contraddizione con il personaggio che sembra non voler davvero toccare il fondo (il troppo poco). Forse mi sbaglio, ma a me è parso davvero di percepirla quella cautela, ciò che ha mandato in cortocircuito la mia credibilità. Detto questo: Richler è stato bravissimo a caratterizzare il protagonista – alla fine ti pare di conoscerlo meglio di tanti «amici» reali –, ci sono un sacco di passaggi divertenti, e capisco bene che possa essere piaciuto molto, come piacciono le barzellette sporche, non proprio il genere che gradisco io, ma ognuno ha le proprie sensibilità. È, per me e in buona sostanza, un libro decisamente furbo. E in fondo se lo dice pure da sé in questo passaggio che vale il romanzo intero:


«Capisco benissimo perché i nostri letterati più sottili se la piglino tanto con l’attuale moda delle biografie, scritte in genere da persone mediocri che godono a mettere i geni in cattiva luce. Ma la verità è che nulla mi delizia quanto una biografia da cui apprendo che questo o quel presunto grande in realtà era una vera merda. (…) Se dei personaggi ci viene mostrato solo il lato migliore, restiamo sconfortati, perché riteniamo impossibile imitarli in alcunché. I grandi scrittori descrivono anche le azioni più basse degli uomini, non solo quelle virtuose. E questo sortisce un effetto benefico, perché risparmi all’umanità la disperazione. In poche parole, sono il primo a riconoscere i miei difetti. E ho un certo gusto per il paradosso.»

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