Il lato nascosto del potere

«…c’è chi liquida The Diplomat come serie poco realistica, e lo fa di solito, appigliandosi a una visione delle maglie politiche rallentate da procedure, lungaggini, dai passaggi obbligati e dalle catene di comando che – dicono – renderebbero impossibile una tale concentrazione di potere nelle mani di un’ambasciatrice, per quanto straordinaria e nonostante il genio del marito… Ed è vero: se ci si fermasse alla superficie delle regole, la serie apparirebbe forzata, talvolta persino implausibile. Ma proprio qui sta il punto cieco della critica più rassicurante: confondere il piano normativo con quello operativo trascura ciò che potrebbe accadere al di fuori dei protocolli»

Sul settimanale svizzero «Azione», un mio commento alla serie TV su Netflix The Diplomat.
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L’Articolo

Netflix: “The Diplomat” racconta non solo crisi e negoziazioni, ma ciò che potrebbe davvero accadere quando le regole non bastano

Dicono che difetti in credibilità, la serie The Diplomat, e che è molto fiction e poco realtà. E se invece normalizzasse solo ciò che dovrebbe restare indicibile?

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Un set di vite e paesaggi drammatizzati

«Sai papi? Ultimamente sento che la mia vita non è reale», Jay lo ripete due volte, una dietro l’altra, durante un flashback. È di questo, cioè del rapporto tra vita e drammaturgia, che parla il film, andando proprio contro l’aspettativa di chi ama Baumbach…

Sul settimanale svizzero «Azione», un mio commento a Jay Kelly con George Clooney.
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L’articolo

Uscito a dicembre su Netflix, Jay Kelly sfida le aspettative di chi ama Noah Baumbach facendo slittare il realismo verso l’allegoria

I primi fotogrammi di Jay Kelly – attore famoso alla fine della carriera, e spaventato dalla solitudine – sono girati in un set cinematografico, nel vero senso del termine: luci bluastre su sfondo nero, fari puntati nel vuoto che evidenziano ombre di macchinisti e impalcature, attori che parlano al telefono con i propri cari in attesa che si giri un altro spezzone di film, addetti ai lavori che corrono: una carrellata di immagini che mescola realtà e finzione. «Di’ qualcosa, Jay» chiede un tecnico per la prova microfoni: «Io ti amo» risponde George Clooney nei panni del protagonista. «Qualcosa di più, per favore», chiede ancora il tecnico: «Dieci, nove, otto, sette, martedì, giovedì, mercoledì», risponde Jay, con la stessa voce tragica e profonda, con cui recita l’ultima scena, gli ultimi minuti di vita del personaggio: «Possiamo rifarla?», chiede dopo essere morto…

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Il suono non lo si sente con le orecchie, ma lo si percepisce: un battito d’ali che fende l’aria, il fruscio delle piume sospese nel vento, il ritmo sincopato di stormi che si muovono come un’onda invisibile. 

Sul settimanale svizzero “Azione”, quel che ho sentito sfogliando il libro fotografico di Sergio Luban.
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Semplicemente Buon Natale

“Capita così che, mentre cercano di non rompersi una gamba sulla pista di ghiaccio, o condividono un’ora di tregua davanti a un falò dove si sciolgono marshmallow in bilico su bastoncini troppo corti, scocca l’amore, di solito a causa di una cioccolata calda con la panna, di cui resta un fiocco bianco sul naso di uno dei due.”

Per l’indignazione di tutti i difensori dell’arte vera, ho preso il coraggio (perché lo so bene che ce ne vuole per scrivere un pezzo così 😊 ) per fare una lode alle storie rincuoranti. Amen. E Buon Natale.

L’articolo può essere letto sul sito di Azione, settimanale svizzero gratuito.

Per una poetica che affronta la vita di petto

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Antonio Franchini: «Intendiamoci, non ho mai pensato di poter abolire il filtro della letterarietà, dello stile, della ricerca formale, ma non l’ho mai voluto assolutizzare. L’arte serve se affronta la vita di petto e ci rivela qualcosa, non se ci gira attorno e ci confonde.»

Sul settimanale svizzero “Azione”, l’intervista che ho avuto il piacere di fare ad Antonio Franchini, che sarà ospite del Festival Sconfinare di Bellinzona.
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