Trama, tensione, tenzone e tentazione

«Il diavolo a rovescio» di Sabrina Caregnato

Era da un sacco di tempo che non leggevo una storia “storia!” in un romanzo. Una storia di quelle con una trama forte e convincente, senza essere dozzinale. Di quelle con la tensione narrativa dei gialli più riusciti pur non essendo un giallo; con personaggi così caratterizzati e psicologicamente profilati senza essere un libro psicologico; con un portato di erotismo e spietatezza senza essere pornografico; con un’ambientazione ricchissima senza essere invadente; con un clima storico senza essere pesante; con un lessico così forbito e ricercato senza l’aspirazione di essere letterario nel senso “ristrettivo” del termine, cioè di nicchia.

È stato un bel piacere leggere «Il diavolo a rovescio» di Sabrina Caregnato, Libro/mania editore.

Continua a leggere “Trama, tensione, tenzone e tentazione”

Sette miliardi e un atollo

«La questione dei cavalli» di Arianna Ulian

Un giorno mi sono svegliata Momo. Per chi non lo sapesse ancora, Girolamo detto Momo, è il piccolo co-protagonista de «La questione dei cavalli» di Arianna Ulian, romanzo uscito da poco come prima opera della collana Fremen, diretta da Giulio Mozzi per l’editore Laurana di Milano. Arianna è un’amica. Sì. Meglio dirlo subito prima di ricevere qualche contestazione. A dirla per bene, spesso agli amici faccio il favore di non scrivere note ai loro libri che leggo. Ma quando mi capita di leggere libri di amici che tanto mi piacciono…

Dicevo, un giorno, dopo averlo letto, mi sono svegliata Momo. Stavo dalla parte di qua a guardare con un binocolo i cavalli morenti. Sette cavalli isolati su un isolotto, come i sette miliardi che siamo sulla terra. Si disfacevano per colpa di figuranti nei panni sbagliati, gente che invece di fare quello che dovevano fare si distraevano, voltavano le spalle all’isola, si ubriacavano tra loro, e intanto i cavalli deperivano, e io guardavo e pensavo che non avevo potere, che anche se avessi gridato, oh! Vecchi sanpietrini sbeccati!, mo svegliatevi però perché quei cavalli stanno morendo e voi scartabellate scartoffie e roba burocratica e il tempo passa, e per tutti gli zoccoli incrostati, quanto siete stupidi, ed è possibile che animali così potenti e perfetti e dignitosi debbano restare proprio per la loro potenza irruente, là a morire per colpa di chi ne ignora quasi l’esistenza? E pensavo a tutto questo, mentre mi sistemavo un cappellino, e mi struggevo.

Un giorno mi sono svegliata Momo e quel giorno ho capito quanto mi era rimasta dentro quella storia, descritta con una lingua così potente.

Continua a leggere “Sette miliardi e un atollo”

Come svecchiare un certo modo di fare poesia

«Oracolo manuale per poete e poeti» di Giulio Mozzi e Laura Pugno

Chi potrebbe trarre profitto dall’oracolo-manuale per poete e poeti del Mozzi e della Pugno? Una come me, di certo. Anche se scrivo prosa. Ma ancora di più trarrebbero profitto gli aspiranti poeti. Oddio, lo so, Io so, sì, so che i poeti, ancora più degli scrittori, tendono a sostenere che davvero la poesia o ce l’hai dentro o niente. Che un manuale per poeti, eddddai, via, per favore non scherziamo. (Anche se scherzarci su può anche essere un modo di far poesia).
Detto questo, potrei anche essere d’accordo, almeno in parte: il poeta ce l’ha dentro la poesia, (alzi la mano chi non ce l’ha dentro): è per il come viene tirata fuori che talvolta può essere utile avere qualche consiglio, e se non consiglio, qualche nozione, neanche necessariamente tecnica, anche solo suggestiva, un invito a veder le cose, le parole, i suoni, gli insiemi, le mode da cui dipendere o non dipendere, ma soprattutto le parole…
Parlo dell’Oracolo manuale per poete e poeti scritto da Laura Pugno e Giulio Mozzi (Sonzogno editore) che aveva già firmato l’anno scorso l’Oracolo manuale per scrittrici e scrittori (https://manuelamazzi.com/…/05/25/non-ho-ceduto-alla-tentazi…). Ecco, al contrario di quanto ho fatto con il primo, che non ho mai voluto leggere dall’inizio alla fine perché l’ho trattato come un vero e proprio oracolo, quest’altro libro l’ho letto di filato.
Rispetto al precedente, alcune sentenze del nuovo oracolo manuale (non tutte) hanno un livello di «impalpabilità» maggiore, direi più astratte e meno “comprensibili”, meno “compiute”. E (oso spingermi un poco più in là) ci trovo – in queste sentenze – la poetica di Laura Pugno, cioè pare di leggere frasi estratte dalle sue poesie (chissà come verrebbe una poesia prodotta dall’insieme di tutte queste sentenze incolonnate? Gilda Policastro la chiamerebbe istallazione, credo).
Nel suo insieme, l’ho trovato molto moderno, non ho trovato lezioni calate dalla tradizione, non più di quanto non siano presenti consigli utili a svecchiare un certo modo di fare poesia.
Per parte mia, ho apprezzato molto le spiegazioni delle pagine di sinistra, forse più di quanto non abbia fatto con il precedente, perché non avevo altrettanta familiarità con la materia, per cui mi pare di avere imparato molto di più. Lo ammetto: non pensavo. Temevo una sorta di replica, temevo una sensazione di ripetitività rispetto al primo, e invece è un libro dai contenuti molto diversi. Non per questo meno utili, come detto, anche a chi scrive in prosa e non in versi.

Ah! I micetti sono illustrazioni di Sebastian Kudas.

La metafora giustificata

«La straniera» di Claudia Durastanti

«La straniera». Così si intitola il romanzo di Claudia Durastanti (Nave di Teseo). E no, non c’entra niente con «Lo straniero» di Camus, per cui non entro nemmeno nel merito. Mi è piaciuto. Lo dico subito. Mi ha sorpresa in modo positivo. È un libro che si fa leggere alla svelta (o forse è l’effetto dopo «Karenina»). Ho trovato originale il tema, lineare la storia, azzeccata la struttura, abbastanza onesta la voce, curiose alcune metafore, e nonostante qualche accenno al “femminismo”, l’ho trovato un libro che ha poco del femminile (e per me è un complimento di gusto, non amando il genere troppo spruzzato di rosa). E infatti ha un punto di vista sulle cose, sul mondo, sulle vicende, sul relazionarsi, sul sentirsi straniera, che riconosco.

Continua a leggere “La metafora giustificata”

«Nantucket non è l’Illinois»

«Moby Dick» di Herman Melville

E io che pensavo che il protagonista fosse il Capitano Achab, mentre è Ismaele; che il capodoglio fosse l’antagonista di un eroe, e non il simbolo della vittoria della pace, della natura; che la storia trattasse di una caccia alla balena, mentre mi sono ritrovata tra le mani una parabola aggiuntiva alla Bibbia, o una libera interpretazione della storia di Ismaele, quello che si ritrovò in mezzo a un deserto, e di Giona, che rimase tre giorni e tre notti nel ventre di una balena; e che credevo fosse un romanzo, mentre è un trattato enciclopedico sulle balene; e che anzi, pensavo fosse una storia di avventura, mentre sono stata investita da qualcosa di molto letterario.

Ma certo, parlo di Moby Dick, che scoperta pazzesca. Ci sta dentro così tanta materia narrativa e allegorica che credo di non averci capito quasi niente, pur godendone. Andiamo però con ordine.

LA TRAMA
Il narratore e protagonista (sì, lo è!, frega niente se altri la pensano diversamente) è un marinaio mercantile che chiede al lettore di chiamarlo Ismaele. Il coprotagonista è Nantucket, l’isola da cui salperà con il suo nuovo amico cannibale. Ok scherzo, non è Nantucket che è però un nome che mi piace tantissimo. Il coprotagonista è il mare. Achab serve solo per creare problemi. Dicevo, Ismaele, pieno di entusiasmo, decide di imbarcarsi su una baleniera, quasi per curiosità mi vien da dire, che non per altro. Pare scorrergli la vita e il buonumore nelle vene a ‘sto giovanotto di buona volontà. Il resto si sa: partono, quel testone del capitano è in fissa con la Balena bianca alla quale ha pure dato un nome (Moby Dick) perché in un precedente incontro gli ha masticato per benino una gamba, lasciandolo monco, e, quando la trova, mette nei casini tutti lasciando capire diversi capitoli prima come andrà a finire.

OLTRELATRAMA
La prima parte è bellissima. Ma proprio tanto, così tanto che per la prima volta quasi mi viene da innamorarmi, tanto da farmi sentire in colpa con il mio preferito, che resta I Miserabili di Hugo.
Poi cambia. Non che diventi brutto, eh. Ma tutta quella magia, quella immaginazione scorrevole e avventurosa e ingenua, e piena di voglia di scoperta che ti spinge a sapere come continua, ecco, tutta quella roba lì, quando salgono sul Pequod svanisce quasi interamente.
Anzi, la delusione più grande l’ho avuta quando si è presentato il capitano Achab. Ma perché? Stava riuscendo così bene la mitizzazione di un uomo di cui tutti parlavano ma che non si vedeva mai. Mi aspettavo infatti che anche la scena madre, pur avendolo come protagonista interno, fosse non vissuta ma raccontata come una rievocazione, così come rievocati sono anche tanti altri eventi. No, dopo l’imbarco, non c’è più molta narrazione, ma capitoli di saggistica enciclopedica. E mi dispiace tantissimo. Sono interessanti e ben esposte queste “schede”, ma a me piaceva la storia, la scoperta, l’esplorazione, il confronto tra i due che anche se continua, no, non è più la stessa cosa.
Forse a causa della “fatica”. Dal momento in cui Ismaele e il suo amico cannibale salgono sulla baleniera, inizia la vera parabola e a quel punto il lettore – io – si sente come un estraneo, come un clandestino a bordo di una vicenda che si riveste di molti significati, purtroppo, non tutti accessibili. Da qui la fatica: è così evidente che ci sono più livelli di lettura che diventa faticoso concentrarsi su tutti e aver la pretesa di comprenderli. E di fatto credo di non averci capito molto, non nel dettaglio, ecco, pure avendo ben vissuto con l’equipaggio l’intera vicenda.

CITAZIONI
Mi è rimasto molto addosso il capitolo dedicato al colore bianco. Ma sarebbe troppo lungo da riportare.

Fantastica è poi la descrizione dell’isola
«XIV • NANTUCKET
Durante la traversata non successe più niente che vale la pena di menzionare; così dopo una bella corsa arrivammo senza incidenti a Nantucket.
Nantucket! Prendete la carta geografica e cercatela. Osservate come se ne sta in un vero e proprio angolino del mondo: lì, lontana dalla costa, più solitaria del faro di Eddystone. Guardatela: una pura e semplice collinuccia, una spalla di sabbia; tutta spiaggia, senza sfondo. C’è più sabbia lì di quanta ne potete usare in vent’anni per surrogato della carta assorbente. Qualche spiritoso vi dirà che le erbacce, laggiù, ve le debbono coltivare perché da sole non crescono; che importano cardi dal Canadà; che un tappo per fermare la perdita d’un barile d’olio debbono mandarlo a cercare oltremare; che a Nantucket portano in giro i pezzi di legno come a Roma le schegge autentiche della santa croce; che la gente pianta funghi velenosi davanti a casa per mettervisi all’ombra d’estate; che un filo d’erba fa un’oasi, tre fili a un giorno di marcia una prateria; che vi si calzano scarpe da sabbie mobili, un po’ come in Lapponia le scarpacce da neve; che vi si vive così chiusi, recinti, inserrati da ogni parte, avvolti e radicalmente isolati dall’oceano, che a volte perfino alle sedie e alle tavole si trovano attaccate piccole arselle, come ai dorsi delle testuggini marine. Ma queste esagerazioni provano soltanto che Nantucket non è l’Illinois.»

«Ogni cosa umana che si ritenga completa deve essere proprio per questo infallibilmente difettosa (…) Sono l’architetto non il costruttore».