La caricatura dell’Italia di Nonna Elsa

«La Storia» di Elsa Morante

Ovvero la caricatura dell’Italia degli anni della seconda guerra mondiale e della vita in generale, narrate da “nonna Elsa”.

Un altro libro (forse il terzo o il quarto) che, pur essendo portato e citato per essere un grande romanzo, a me non è piaciuto. E come mia abitudine mi permetto di dirlo, consapevole di attirare lo sdegno di chi ne sa più di me: per cui mi scuso a priori.

Lo dico subito anche per togliermi il mattone dal cervello: dopo la prima pagina avevo già stabilito che era una scrittura di quelle che a me non solo dicono poco ma persino mi irritano. Tanto. Ché più “bugiarda” (perché ampollosa, forzata, caricaturale, eccetera) non poteva essere. Per me. Sia chiaro: per il mio gusto e la mia percezione personale.
Il resto della lettura (faticosissima) me lo sono concesso solo nel tentativo di trovare qualcosa che mi convincesse di sbagliarmi. Girata l’ultima pagina, confermo la prima impressione che mi è entrata fino al midollo.

Mi hanno fatto notare che sarebbe la Storia dal punto di vista di un bambino, mentre a me è risultato come fosse un testo raccontato a un bambino da una nonna molto retorica, di quelle che parlano il nonnesco/mammesco attraverso i diminutivi, i gne-gne, i nomignoli, e dove i cani ragionano e parlano quasi come gli umani, anzi meglio: “…stanzucce, ragazzetto, sediolina, miracolo di fortuna, brava come una leonessa e provvida come una formica, i riccetti, mentre che in quell’istante medesimo, mettevano in mostra…,”
Una voce così fanciullescamente enfatica (che qualcuno in un post ha definito “poetica”) e piena di frasi fatte da rendere l’intero contenuto una storiella priva di pathos.

LA TRAMA
Non in questo paragrafo, ma più avanti farò dello spoiler pesante. La trama è di poco conto, di quotidianità e poco altro, più che a un intreccio, ci troviamo davanti alla narrazione di una parte di vita di diversi personaggi come esempi di umanità presente al Sud d’Italia durante la seconda guerra mondiale e fino a qualche anno dopo. La protagonista è di certo Iduzza, vittima di tutti, che ha due figli da padri diversi, i quali scompaiono al fronte. I figli sono Ninnarieddu e Useppe. Il primo già adolescente, scavezzacollo esaltato; il secondo, perenne neonato ingenuo. Lei stuprata senza accorgersene (esagero, ok, ma mica tanto), Ninetto che vuole a tutti i costi farsi ammazzare, e Useppe che non si rende conto di niente e va dietro al suo cane, Bella, che pare essere l’unico vivente con una qualche forma di intelligenza emotiva.
Il tutto intermezzato da didascalici riassunti sulla situazione politica europea, e intriso di prediche e paternalismi tra i meno originali e i più noiosi.

OLTRELATRAMA
È tutto visibile, sì, ma anche molto nascosto. Mi vengono mostrate scene filtrate dall’incapacità di giudizi oggettivi, dove emerge solo una grande povertà anche materiale, ma soprattutto psicosociale e intellettiva. Ho riscontrato poi delle incoerenze che il testo mette in evidenza con immagini smunte, parziali, da dare l’impressione che più che conoscere quel che stava scrivendo, la Morante abbia trascritto quanto le aveva raccontato magari proprio una qualche nonna (se così è, non lo so perché cerco e controllo di solito solo dopo aver scritto quello che mi viene da scrivere). Effetto creato anche dagli sbalzi di punti di vista (che tecnicamente le riescono bene, ok) e dall’intromissione del narratore, che ammette a più riprese per l’appunto dei vuoti di conoscenza su parti della storia stessa. Il risultato è come avere tra le mani una narrazione parziale, che mette focus su cose insignificanti e si dimentica di dirmi le cose che potrebbero servirmi per farmi coinvolgere o permettermi di seguire fino all’ultimo alcuni eventi dei quali mancano fatti importanti. 
Sono una che piange senza problemi quando qualcosa mi commuove. E questa dovrebbe essere una storia piena di drammi, eppure io non ho versato una sola lacrima, anzi. Ho buttato il libro sul tavolo alla fine di ogni pagina che leggevo dopo averlo ripreso in mano. 
Aggiungo che sono contenute anche cose montate “male”, secondo me. Ad esempio: la protagonista soffre di epilessia. Lo si capisce subito perché è una delle scene iniziali, quella in cui lei viene stuprata mentre ha un attacco. Poi nasce il pupo, Useppe; passano gli anni e le pagine (con goffi tentativi di suspense a voler far temere che il pupo pure potrebbe aver ereditato l’epilessia; ma va?), e a un certo punto si capisce che di fatto pure Useppe soffre della stessa malattia e, a questo punto, come se l’autrice parlasse per la prima volta di questo male, viene introdotta tutta la descrizione didascalica su che cosa sia e come si manifesta. E io mi sono chiesta: ma perché qui?, che ne hai già parlato e ne stai parlando da almeno cento pagine? Tanto valeva mettermi un allegato alla fine.

EPPURE…
Ciononostante ci sono tre scene che salverei:

1. Quella del tipo che dà calci in faccia al morente già a terra (è la prima scena in cui la crudeltà emerge senza veli, che ti fa per un attimo capire che non ci troviamo in una fiaba ma nella realtà, in una realtà che ramifica l’odio e la violenza);
2. Salvo di certo anche il paragrafo della bomba atomica. (Con una sintesi perfetta riassume in modo per niente tecnico e nemmeno enfatico un momento così grave che – proprio per l’assenza di una drammatizzazione – arriva per intero nello stomaco, e ancora di più mi ha meravigliata la bravura nel proiettare il lettore anche oltre, nel dramma del dopobomba con pochissime parole).
3. Da ultimo, salvo la mezza pagina della visita all’ospedale che la madre è chiamata a fare per riconoscere Nino, ormai morto, e quel che ne segue. Mi piace: il cemento colato in gola, che strozza il grido della madre. (Questa è l’unica scena in cui ho percepito commozione; non mi ha fatto lacrimare, ma è arrivata a farsi sentire molto bene).

SPOILER SELVAGGIO
Considerata la terza scena che salvo, si potrebbe ipotizzare che le morti di questo libro siano le cose meglio descritte, e invece no. 
A parte il fatto che muoiono tutti – come in ogni tragedia greca che si rispetti – tranne la sfigatissima Ninnuzza, che pare essere il parafulmine della punizione apocalittica destinata all’umanità intera, tant’è che nemmeno la morte le viene concessa (lei semplicemente impazzirà, mentre muore persino il cane, e alla fine!), in verità non faccio davvero spoiler dicendolo. La fine del romanzo è infatti annunciata da ogni pagina a partire da molto prima.
Parlo della morte del pupo che risulta essere una delle “telefonate” più lunghe della letteratura moderna (si fa per dire, che io che ne so!); dove per telefonata intendo dire che viene annunciata da immagini che di volta in volta ammazzano la tensione generando prevedibilità scontatissime. 
A un certo punto mi sono ritrovata a pensare: e dai, basta!, ammazzalo, porca miseria, che la mettiamo via e posso passare a un altro libro!

CONCLUSIONE
La coincidenza di parti di libri che non mi sono interessate con quanto dico de La Storia (mi è stato fatto notare, per cui rispondo) io non la imputo a una mia idiosincrasia ai temi storici ma al fatto che – è una mia supposizione – alcuni libri siano stati “salvati” non per la “scrittura”, “la capacità immaginativa”, “lo stile”, “lo sguardo diverso dalla massa”, ma perché sono testimonianze storiche importanti e alle quali il popolo è giocoforza affezionato per iperidentificazione se non personale, famigliare. Il che non è assolutamente un male: anzi! Ottimo. E necessario, e utile. Ma io cerco l’anima dei singoli e precisamente degli scrittori più che quella dei popoli. Cerco sguardi che non conosco.

Da leggere, dunque, per sapere quali sono i cliché da evitare.

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