«Finzioni» di Jorge Luis Borges
Postmoderno, labirintico, citazionista, metaletterario, per alcuni persino politico e religioso.
«Buckley non crede in Dio, ma vuole dimostrare al Dio non esistente che gli uomini mortali sono capaci di concepire un mondo».
In effetti, «Finzioni» di Jorge Luis Borges (per la traduzione di Franco Lucentini) contiene mondi interi in poche pagine, a dire il vero, che compongono non un romanzo ma nemmeno una vera raccolta di racconti, bensì un libro dei libri, che in recensioni più autorevoli talvolta definiscono palinsesto. Io non so molto che cosa aggiungere al prologo dell’autore e alla ricca postfazione di Antonio Melis, «Un labirinto che conduce al sud», però provo a dirne passando attraverso l’esperienza di lettura che ne ho fatta.
LA TRAMA, o meglio LA FORMA
Composto da «due» libri «scomposti» («Il giardino dei sentieri che si biforcano» e «Artifici», «Finzioni» di Borges, infatti, si presta poco a una delle mie notarelle di lettura a causa della difficoltà che ho avuto a percepire i diversi testi come singole parti, come unità di un discorso più ampio. Forse mi riesce più facile avere una visione d’insieme della prima parte, mentre pur godendo dei singoli racconti o saggi che dir si voglia, mi rendo conto di non essere riuscita a trattenerli man mano che si susseguivano cambiando «tema», producendo in me l’effetto scomposto: schegge infilzate in un unico tronco ma provenienti da mine diverse.
E anche la prima parte, in verità, mi risulterebbe meno «comprensibile» nell’insieme, se non ci fosse il prologo dell’autore a fornirle un’utile cornice.
«La cosa certa è che desiderava cedere. Dieci anni fa bastava qualunque simmetria con apparenza di ordine – il materialismo dialettico, l’antisemitismo, il nazismo – per affascinare gli uomini. Come non sottomettersi a Tlön, all’evidenza minuziosa e vasta di un pianeta ordinato? […] Tlön sarà forse un labirinto, ma è un labirinto ordito da uomini, un labirinto destinato a essere decifrato dagli uomini», così scrisse nel suo postscriptum (del 1947) al racconto di Tlön, proprio Jorge Luis Borges, attirando la mia attenzione non tanto sull’«apprezzamento politico», ma sul labirinto ordito da uomini, che li mantiene unici in grado di decifrarlo: come se si facessero dei individuali in terra, capaci di ricreare la realtà, con le proprie divinazioni.
Labirinto, ordine, decodifiche, simbolismi: è tutto lì, tutto scritto con precisione e sfoggio culturale, con approfondimenti e passione, con riflessioni e provocazioni. Sì, lo confermo: sono scritti incredibili, belli, che mentre li leggi di tirano dentro in logiche altre, mi affascinano, ma non mi restano. O solo in parte. Difficile dimenticare la trinità di Giuda, e ancora di meno mi si può togliere la vastità di titoli di un’immaginaria biblioteca di Babele che contenga tutti i libri scritti da Occidente a Oriente in tutti i tempi (ognuno si costruisce le proprie immagini). Ma l’insieme è ancora fuori dalla mia portata: credo sia un libro che dovrebbe essere letto molte volte per coglierne per bene tutti i livelli di lettura in esso contenute, forse.
OLTRELATRAMA
Cerco di dirla diversamente: i singoli testi mi sono piaciuti. Borges aveva una testa pazzesca, di quelle che mi piacciono. Le sue «bugie» narrative, i suoi «falsi saggi», le sue biografie «storpiate», le tesi religiose e le Storie riscritte, mi fanno stimare questo scrittore. E me lo fanno stimare perché a volte mi pare che il gioco sia scoperto: io ti «mostro» una evidente forzatura della realtà conosciuta, per poi «dimostrartene» la plausibilità, la verità. E ci riesce. Se non sempre convincendo, di certo insinuando un legittimo dubbio: credo si tratti di ciò che chiamano il doppio, o il gioco di specchi, rilevato nei suoi testi da molti critici. E a me questa cosa mi fa impazzire: cioè l’evidenza che una narrazione, anzi che una dichiarata finzione possa tramutare la realtà (vera) in altro, cioè in un’altra realtà possibile, credo sia uno dei poteri assoluti di cui può disporre un autore bravo, molto bravo.
«Questa fu la prima intrusione del mondo fantastico nel mondo reale».
Eppure laddove l’operazione mi sembra riuscitissima (nei singoli testi), pur intuendo (magari mi sbaglio) la stessa operazione nel manipolare questo materiale per riuscire a ricomporlo in un’opera unica, ecco, a me pare posticcia, più editoriale che non letteraria (in origine). Poi ci sta che Borges abbia spinto il suo «gioco» all’estremo, ma ecco, per ora, non riesco a coglierne “la verità”: cioè tanto lo trovo convincente nei testi, altrettanto mi convince meno la «forzatura» dell’insieme. E mi vien da pensare di non essere l’unica se esistono versioni composte con testi diversi: o meglio, pare che, a piacere loro, editor del passato abbiano inserito o tolto racconti. Me ne sono accorta per aver lette due versioni diverse, in quella di Adelphi, 2022 (rispetto a quella einaudiana del 2014), ad esempio, manca (giustamente) «L’accostamento ad Almotasim», l’ottavo racconto, giustamente dato che sette sono i testi della prima parte secondo il prologo dell’autore. Fosse un’operazione letteraria – senza la massima precisione (l’ordine, la logica manipolatoria, il meccanismo struttural-narrativo) cadrebbe l’impianto – il fatto mettere e togliere a caso o per assonanza altri racconti mi pare assurdo, oppure no (come dicevo) se di gioco estremo si trattava.
Non mi importa in verità saperlo, metto solo in nota che i testi mi convincono molto, l’insieme lo capisco poco, e forse… se lo aspettava anche l’autore stesso, che nel prologo della prima parte (uscita a suo tempo come opera singola, senza la seconda parte) tenta di attivare la cosiddetta psicologia inversa, quando avvisa i lettori che «non capiranno, mi sembra, fino all’ultimo paragrafo» quel tal racconto, o che lui «più pigro, ho preferito scrivere note su libri immaginari», come a sminuire, forse con la speranza di suscitare una difesa d’ufficio dei lettori stessi. Multo spesso così funziona.
CONCLUSIONE
Lascio la parola al postfatore che ben riassume (in un testo che fa riferimento al primissimo racconto, ma che a me però pare applicarsi alla maggior parte) quello che io goffamente ho cercato di dire sui testi di Borges: «Al tempo stesso, con una sorta di critica interna – del resto non infrequente nelle sue pagine – insinua il dubbio che si tratti di un’invenzione. Ma ben presto dispiega una logica stringente, che finisce per dare coerenza e organicità all’universo enciclopedico, anche se resta pur sempre in agguato il sospetto che questa logica autoreferenziale serva proprio a nascondere l’inconsistenza effettiva del mondo evocato. Borges prodiga nel raccconto la presenza di compagni di avventure letterarie, intrecciando la loro realtà umana con lo spirito di sistema che regge la costruzione enciclopedica. Con lo stesso intento introduce personaggi reali fra quelli, fittizi, che concepiscono e sviluppano il progetto dell’opera. Alla fine la realtà virtuale si riversa impetuosa nel contesto presuntamente oggettivo attraverso segnali corposi e inquietanti.»
CITAZIONI
«Parlò con Dio nell’oscurità. “Se in qualche modo esisto, se non sono una delle tue ripetizioni o uno dei tuoi refusi”…»
«Mi disse che prima di quella sera piovosa in cui venne travolto dal cavallo pezzato, era stato come tutti gli altri cristiani: un cieco, un sordo, uno stordito, uno smemorato». (da Finzioni di JL Borges)
OSSERVAZIONI
Vediamo in quanti mi chiedono che cosa c’entra l’angioletto con la neve…

