Anche gli scrittori sudano

Palestra intensiva per aspiranti narratori e i loro racconti

Manca un mese alla chiusura delle iscrizioni, e restano solo 3 posti liberi.

SCARICA LA LOCANDINA

La giornalista e autrice Manuela Mazzi (manuelamazzi.com) curerà un corso di scrittura creativa che prevede 10 incontri di lunedì sera (dal 29 gennaio al 15 aprile 2024, dalle 18:30 alle 19:30). Si accettano solo 5 iscritti. Un’ora per volta, nella sala Polifunzionale della Biblioteca cantonale di Lugano, si lavorerà sui testi dei partecipanti (non per forza racconti), in piena condivisione, con suggerimenti per migliorarli. Saranno così introdotti e spiegati quei principi narratologici che fanno parte del sapere utile a ogni aspirante autore, come intreccio narrativo, narratori, montaggio, lingua, personaggi, ambientazioni, ma anche gli incipit, lo sviluppo cronologico, fonti e ricerche… I candidati dovranno far pervenire il loro testo (massimo 5555 battute, spazi compresi) che non deve sottostare ad altre limitazioni (sebbene non si accolgano poesie). Tema e genere, sono liberi: dal giallo al noir, dal romance al memoir, dallo storico al documentaristico, dall’avventuroso all’articolo di giornale…

ANCHE GLI SCRITTORI SUDANO

In sintesi

Duratadal 29 gennaio al 15 aprile 2024
Frequenza10 incontri
Ore complessive10
Modalità: in presenza
Docente: Manuela Mazzi
Numero minimo/massimo di partecipanti5
Quota d’iscrizione250.- franchi complessivi
Accesso: libero, senza selezione
Tipo di corso: laboratorio pratico (workshop), lavoro sui testi dei partecipanti
Obiettivi/Vantaggi: miglioramento delle capacità di scrittura, ricezione di feedback e networking con altri scrittori

Corsi di scrittura a Lugano

La Photo Ma.Ma. Edition raddoppia la proposta invernale-primaverile del prossimo anno creando due corsi di scrittura creativa (narrativa) distinti, nel centro di Lugano:

  1. ANCHE GLI SCRITTORI SUDANO (Cliccare per scaricare IL VOLANTINO)
  2. DAL GIALLO AL NERO (Cliccare per scaricare IL VOLANTINO)

Palestra intensiva per aspiranti narratori e i loro racconti

ANCHE GLI SCRITTORI SUDANO

In sintesi

Duratadal 29 gennaio al 15 aprile 2024
Frequenza10 incontri
Ore complessive10
Modalitàin presenza
Docente: Manuela Mazzi
Numero minimo/massimo di partecipanti5
Quota d’iscrizione250.- franchi complessivi
Accesso: libero, senza selezione
Tipo di corso: laboratorio pratico (workshop), lavoro sui testi dei partecipanti
Obiettivi/Vantaggi: miglioramento delle capacità di scrittura, ricezione di feedback e networking con altri scrittori


«Ordine e metodo» per aspiranti giallisti

DAL GIALLO AL NERO

In sintesi

Duratadal 2 marzo al 13 aprile 2024
Frequenza3 incontri
Ore complessive15
Modalitàin presenza
Docente: Manuela Mazzi
Numero minimo/massimo di partecipantimin. 5, max 9
Quota d’iscrizione350.- franchi complessivi (300.- per prenotazioni entro il 31.12.2023)
Accesso: libero, senza selezione
Tipo di corso: laboratorio teorico/pratico
Obiettivi/Vantaggi: apprendimento delle basi per la costruzione di un giallo (o di un suo sottogenere) e networking con altri scrittori

L’enfasi bugiarda

«Un visibile narrare» – 03

«Partendo non dalle immagini ma definendo o manipolando queste ultime attraverso la scelta delle parole, delle forme di scrittura, del ritmo delle frasi, possiamo migliorare anche i nostri registri linguistici pur applicando in modo proficuo le tante figure retoriche che abbiamo a disposizione».

È uscito oggi su «Azione» il terzo articolo che ho scritto sul tema Un visibile narrare. La versione integrale del testo – per chi desidera leggerlo ma non ha accesso al cartaceo – si trova scrollando verso il basso oppure online (non richiede iscrizioni perché è un settimanale d’approfondimento gratuito) a questo indirizzo!

SUL SITO
Un visibile narrare_01
Un visibile narrare_02
Un visibile narrare_03
Un visibile narrare_04
Un visibile narrare_05

SU AZIONE
Il primo articolo della serie si trova QUI!
Il secondo articolo della serie, QUI!
Il terzo articolo della serie, QUI!
Il quarto articolo della serie, QUI!
Il quinto articolo della serie, QUI!


Continua a leggere: L’enfasi bugiarda

L’enfasi inutile può essere una forzatura disonesta

Un visibile narrare – La consuetudine all’esaltazione delle banalità porta a una desensibilizzazione, tanto che per rendere speciale un’immagine occorrono figure retoriche sempre più spinte

/ 25/09/2023
Manuela Mazzi

«Tutto il mondo diventa “ugualmente bello”, senza distinzioni, se ammantato da quella luce lì». Così scrivevamo nel primo pezzo apparso su «Azione» del 17 gennaio 2022, per la rubrica «Un visibile narrare», serie che, sovrapponendo la fotografia e la scrittura come arti che condividono codici espressivi, suggerisce approcci diversi, per generare riflessioni circa il modo in cui fruiamo di immagini e testi.

Vale la pena tornare ancora una volta sull’alba, o sul tramonto, che a livello di immagini non portano il senso attribuito a loro dalle parole che li definiscono.

Per essere più chiari: è noto il portato di senso che va ad aggiungersi a queste due parole (un’evocazione non meno cliché dell’uso che se ne fa): banalmente l’alba ci rimanda alla nascita, il tramonto alla morte, tanto per rimanere sul semplice. Un portato che non può essere presente però nella fotografia. È infatti complicato capire a che ora sia stata scattata un’immagine (se di sera o di mattina) davanti a un paesaggio sospeso nel tempo, come lo sono tutti gli scatti che immortalano un pezzo di terra o di mare scuro e un pezzo di cielo giallo-arancio con al centro magari un cerchio «bruciato» (così nella fotografia si definisce l’eccesso di luce che rende alcune porzioni dell’immagine completamente bianche).

L’impossibilità di stabilire se è mattina o sera ci impedisce di attribuire alla fotografia il portato di senso extra che hanno le parole «alba» e «tramonto», a meno che non si giochi con la luce (molto chiara o molto scura, al di là dell’ora in cui scattiamo davvero la foto). Proprio per questa ragione, il bianco e nero potrebbe persino tornare di fondamentale aiuto. L’annullamento derivante da una forma che si esprime senza il colore, se da una parte rinuncia all’emozione facile, dall’altra si fa strumento più adatto per conferire all’immagine un senso altro, ad esempio drammatizzando, oppure enfatizzando il chiarore.

Comporre un’opera ci porta a interrogarci sulla resa che vogliamo per la stessa. Qualcuno a questo punto sarà rimasto inorridito dall’affermazione e starà stigmatizzando l’arte fatta a tavolino. Si potrebbe aprire una parentesi circa la consapevolezza dell’artista in contrapposizione alla spontaneità del gesto artistico. Ma anche in questo caso non ce la sentiamo di porli in competizione perché ci sembrano, di nuovo, due approcci diversi in quanto diversi sono i loro obiettivi. E contestualmente, ciò pur scivolando nel perimetro delle cosiddette opere letterarie: in un caso si agisce plasmando ad arte parole e forme, nell’altro si agisce per mezzo della propria espressione liberando parole e forme; chi offre maestria e il proprio sguardo sul mondo, chi invece offre sé stesso o l’espressione di sé come opera su cui appoggiare lo sguardo. Entrambi sono approcci onesti che producono, se lavorati senza artifici, opere altrettanto oneste.

La luce, si diceva, ha un fondamentale ruolo in una qualsiasi narrazione. È in particolare ciò che aumenta o diminuisce il carico di «emozioni» e, nella fotografia, senza di essa non esisterebbe alcuna immagine (letteralmente fotografia significa «scrivere con la luce»). Per tradurre la luce in una narrazione composta da parole, abbiamo a disposizione la retorica. Della quale si può fare buono o cattivo uso. Con la quale si crea tutto, bene o male. Grazie alla quale possiamo affinare la nostra voce, e se scrivessimo con un pennino, guiderebbe persino la nostra mano facendole fare gesta più calcate, con colate di inchiostro, o permettendole di svolazzare in leggeri ghirigori.

La retorica è per la scrittura ciò che la luce è nella fotografia, e dunque – per prendere di nuovo in prestito le parole di Cartier-Bresson (L’immaginario dal vero): «Niente baccano, e non intorbidare l’acqua prima di pescare. Mai fotoflash, per rispetto alla luce, anche quando non c’è, altrimenti un fotografo diventa insopportabilmente aggressivo». Così, l’eccesso di cattiva retorica: la luce artificiale, non adatta, invadente, che vuole forzare quella naturale è una manipolazione che rischia di compromettere il valore dello scatto. Così vale per la scrittura, anche se le enfatizzazioni, la drammatizzazione, la metafora azzardata, i colori accesi, i calci negli stinchi sembrino divenuti di moda, come se si giocasse a chi tira le sberle più forti.

Per fare un esempio concreto di quello che intendiamo, e rimanendo sempre sul tema dei tramonti, riportiamo questa descrizione tratta dal romanzo La straniera di Claudia Durastanti (La Nave di Teseo, 2019 – è, al di là di questa estrapolazione, un libro che abbiamo letto con piacere e che consigliamo): «Quando il sole tramonta in Basilicata, il cielo si tramuta in un polmone che espettora sangue, la luce fa tossire più che commuovere». Il romanzo, per chi non lo conoscesse, non è un giallo, non è manco un noir, non ha al suo interno nulla che possa rendere funzionale questa descrizione, che resta per l’appunto solo una descrizione (la protagonista sta rientrando a casa, nella sua terra, dopo un girovagare per il mondo).

Ebbene, oggi che si nota una sorta di assuefazione all’enfasi applicata anche alle banalità, pochi resteranno infastiditi da quella che a noi pare essere invece una forzatura, uno schiaffo, una drammatizzazione gratuita perché non utile ai fini della storia, che è come avere davanti agli occhi un’immagine ritoccata al computer dove i colori sono stati caricati di intensità e di contrasto fino a cancellarne qualsiasi sfumatura; e invece di far fare «oh!» – ai più sensibili – per un bel tramonto, fa venir su uno schifato «bleah!» perché negli occhi resta il volto di un morto di tisi dalla cui bocca cola sangue.

Ci siamo interrogati sulla ragione di questa scelta e la nostra ipotesi è che, proprio per fuggire al cliché del «bel tramonto», l’autrice abbia cercato di trasformarlo in altro, ottenendo tuttavia un effetto paradosso, non meno di quello che capita all’aspirante che cerchi di scrivere narrativa di genere «con la bella scrittura».

C’è modo, ma occorre o rinunciare al tramonto, oppure trovare soluzioni diverse, la migliore delle quali, si sarà capito forse a questo punto, potrebbe essere la semplicità, che di più onesta non se ne trova.

Partendo non dalle immagini ma definendo o manipolando queste ultime attraverso la scelta delle parole, delle forme di scrittura, del ritmo delle frasi, possiamo migliorare anche i nostri registri linguistici pur applicando in modo proficuo le tante figure retoriche che abbiamo a disposizione.

Evviva le donne… quando fanno le donne

Il successo delle donne. Sembra la stagione giusta. Una nuova epoca, questa occidentale. Quella dove le donne “si prendono lo spazio che si meritano”; soprattutto nelle arti, si fa largo la loro voce. Romanzi e antologie (persino una con un mio racconto), film, interviste a registe, posti di rilievo in campo editoriale, vetrine intellettuali in televisione, persino. La donna sa ragionare, sembra dicano, e pure inventare e immaginare. Finanche scrivere, anche sui giornali, lo fanno un po’ di più, forse.

Sì sì, so bene che lo hanno sempre fatto, ma è questione di proporzioni, sempre molte di meno rispetto agli uomini. Eccezioni. E dunque? Dunque siamo finalmente riconosciute. Dicono. È la nostra stagione. Siam mature.

Non è un discorso di parte. Non sono femminista (giova ripeterlo), ma umanista.

Si parla quindi di quantità. E certamente, fosse solo questo il metro di misura utile, certamente potremmo affermare che sia proprio un buon periodo.

Ma allora cos’è che non torna? Me lo sono chiesta parecchio negli ultimi tempi e alla fine l’ho capito. L’ho capito grazie a un collega che, tentando il riassunto della storia del giornalismo locale, ha dedicato una puntata a quello prodotto dalle donne (uscirà lunedì su “Azione” a firma del collega collaboratore). Al di là di quanto è finito nel pezzo, analizzando un poco la situazione degli ultimi tot anni si è reso conto che spesso la donna si è occupata di un certo tipo di argomento (tagliandola giù a fette grossolane e con l’accetta, per intenderci, più cura che economia). E in redazione ci siamo chieste: ma questo dato, risulta perché è ciò di cui volevano davvero parlare o perché quello è il settore in cui sono state “relegate”?

Ecco il punto. Da quel momento mi sono guardata in giro e ho fatto un po’ di recupero mentale. E ho ripensato a un paio di cose, tipo: le uniche due volte che degli “estranei” (non conoscenti) mi hanno chiesto dei racconti finiti poi in una rivista e in un’antologia, erano su temi esplicitamente “al femminile”; il giudizio del Calvino sul mio ultimo non ancora pubblicato, auspicava un’inversione “al femminile” [così viene conclusa quella che pareva una bella scheda: “Schiacciata da un mondo a misura d’uomo, Lara sembra portare con sé l’antica memoria della femminilità negata, e costruisce barriere e menzogne per isolare una realtà che deve restare oscura agli uomini, siano essi padri, amanti, fratelli, insegnanti. Ne può scaturire un racconto interessante che metta in discussione non soltanto la possibile normalità sessuale, ma un insieme di certezze e di valori quali la purezza dell’amore, l’efficacia della psicoanalisi, la validità della famiglia borghese, e si allontani dai toni scandalistici che ancora ne appesantiscono la scrittura. Ne è valido sostegno il bel personaggio di Magda, donna perfetta sul lavoro quanto debole e illusa in amore, persa dietro a un fotografo dai grandi discorsi e apparenti ideali per cui lei è solo “una trentacinquenne piena di energia erotica e persino infatuata: una scopata certa a costo zero” (p. 133), che nella idealizzazione si lascia calpestare e degradare senza mai perdere la purezza e la possibilità di riscatto” (ovviamente nulla di tutto ciò è contenuto nel mio romanzo che – come ben spiegato – questi temi non li tratta: infatti a me non interessano per niente!)]; e ricordo ancora quell’agente letteraria che anticipò i “gusti” di suo interesse: cerco solo testi di donne che scrivano di donne; e via elencando, la maggior parte dei film e dei testi che ho visto recensiti mettono in risalto quasi solo gli aspetti legati al “femminismo”.

Ora, grazie dell’attenzione, ma non sarà il nuovo ghetto dove metterci per farci stare buone e darci il contentino? Oppure davvero le uniche donne meritevoli sono quelle che parlano “solo” di donne? O di temi “femminili”? O sulla famiglia? Il bell’amore!, che i toni scandalistici, meglio lasciarli agli uomini, che non sta bene “parlar male” per una donna. Me lo dicevano spesso mia madre e mia nonna: sei una donna, comportati!

Insomma a me pare che la maggior parte degli articoli che mettono in evidenza il “successo” di una donna in ambito “culturale”, ma non solo, erano e sono legati a un tema femminista. O al femminile.

Io la butto là.

E vi prego: non inondatemi per piacere di esempi che smentiscono quanto scrivo. Lo so anche io che delle eccezioni esistono, ma così come per quello che riguarda il passato, non bastarono una Morante e una Ginzburg per fare primavera. O no?