Forse, un po’ ridondante…

«Il punto cieco» di Javier Cercas

Ho letto un libro prestatomi da un amico. Ora ho deciso di acquistare una copia di questo stesso libro per tenerla a portata di mano quando avrò restituita quella letta. Non è un romanzo, ma un saggio: «Il punto cieco» di Javier Cercas.

DI COSA PARLA:
Parla di romanzi. O meglio tratta in modo direi filologico quel tipo di romanzo che ha per caratteristica «un punto cieco» partendo dall’origine («Don Chisciotte della Mancia» di Miguel de Cervantes) sino a ricostruire la «tradizione» dei romanzi dello stesso Cercas. È dunque una sorta di libro in cui l’autore espone la propria plausibile tradizione per, cito, «legittimare la mia pratica di scrittore, cioè per legittimarmi», o sempre a suo dire: per «isolare (…) una catena di cui sono soltanto un semplice, ulteriore anello».

OLTRELATRAMA:
Di questo libro ho da dire poche cose, anche perché alla fine avendo predisposizione a “interpretare” a modo mio, qui mi è stato dato poco da fare: c’è poco da interpretare, ma molto da apprendere o al massimo su cui riflettere (che non è male, come cosa, già di suo). Alcuni passaggi sono molto interessanti. Soprattutto mi ha incuriosita molto la Quarta Parte intitolata «L’uomo che dice no», nella quale si disquisisce sul ruolo degli intellettuali di ieri e di oggi. Ho trovato diverse citazioni utili, anche. Uno dei motivi per cui acquisterò il libro è infatti anche per tenere memoria di titoli e autori che mi piacerebbe leggere.
Per il resto ho avuto piacere di rispolverare nozioni già sentite. Tengo però a spiegare che non si tratta tuttavia di «roba scontata» quella che vi ho trovata scritta. Anzi: sono certa che per molti interessati alla lettura, ma anche alla scrittura, questo libro ha da dire parecchio. Non avessi avuto modo di seguire gli insegnamenti di Giulio Mozzi, in questi anni, probabilmente mi sarei ritrovata abbastanza a digiuno di punti di vista sul romanzo da subirne un certo fascino.
Metà del libro però (non fisica, ma frazionata in più parti), l’ho trovata molto ridondante. Molto. Mi pare di aver letto persino più volte gli stessi esempi. Non so se sia un effetto causato da queste nozioni che mi erano già familiari, oppure se davvero il libro contenga tante ripetizioni. Forse per troppa bravura Cercas riesce a spiegare benissimo sin dalle prime pagine che cosa intende per «punto cieco», ovvero la domanda che rimane sospesa, la non risposta, o meglio ancora la risposta che sta nella domanda generata da quei libri che si inseriscono in questa “tradizione”; domanda che nasce generalmente da un’ambivalenza, cioè dalla presenza di più risposte possibili, e dunque di nessuna risposta “verificabile”. Ma sta di fatto, che – compreso il concetto – sentirne continuamente parlare per tutto il resto del libro leggendo le stesse cose, anche se per la maggiore rispiegate in modo diverso, a me, ecco, ha un poco annoiato; no, peggio, mi ha fatta un po’ sentire come una a cui devono essere spiegate le cose trenta volte prima di fargliele capire. E questo perché – mi permetto, senza offendere nessuno – a me è parso a più riprese di avere anche che fare con un tipetto un po’ arrogantello, un po’ presuntuoso. Ché a me va pure bene prendersi molto sul serio, ma poi c’è un piccolo confine scivoloso…

LA CITAZIONE:
E per riagganciarmi al paragrafo precedente vi regalo questa citazione tratta dal libro: «L’unica cosa che so è che sarei entusiasta se il nuovo intellettuale intervenisse nella vita pubblica con il tono e l’atteggiamento del semplice cittadino, non con quelli dell’intellettuale; se facesse a meno di pose pompose e oracolari, di qualunque pretesa di superiorità morale e delle confortevoli sicurezze dei dogmi e delle adesioni ai partiti…»

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