«Il viaggio come fuga da sé stessi non funziona»

«Il Ciclope» di Paolo Rumiz

«Il viaggio come fuga da sé stessi non funziona. E nemmeno si viaggia per conoscere il mondo. Viaggiamo per conoscere noi stessi.»

Lo ha detto Paolo Rumiz, con grande semplicità, ma altrettanto tono serio da togliere all’intera affermazione qualsiasi sospetto di ovvietà. (Ma ovvio per chi? Forse per me che del viaggio penso la stessa cosa). Perché è netta la verità data dall’esperienza e non da una teoria astratta (e io mi sorprendo sempre tantissimo quando qualcuno riesce a dire una cosa che mi sembra scontata dandogli il giusto valore, perché invece di infiocchettarla la dice come un fatto evidente).

Dicevo: queste, le parole di Rumiz che non provengono però dal libro appena finito di leggere – “Il Ciclope”, Feltrinelli – ma dagli appunti presi durante una conferenza che si tenne in Ticino, il 17 febbraio 2019. Mi era piaciuto molto il suo punto di vista, quello del nomade viaggiatore. Di triestino affamato di incontri e di umanità. Che negli occhi porta la meraviglia delle stelle, del mare e… dei fari. Per questo comprai il suo libro che ho deciso di leggere oggi per sognare di viaggi e avventure, come fuga dal claustrofobico bombardamento del bollettino da coronavirus e dalla forzata distanza sociale, finendo invece in una forma forse ancora più estrema di confinamento.

Perché è così, anche senza volerlo sono i libri che ti finiscono in mano quando credono sia il momento giusto, non sei tu a cercarli. Quella sera di febbraio del 2019, Rumiz, alla fine di una lunga chiacchierata (durante la quale disse qualcosa di eccezionale che non riporto perché fuori tema) parlò proprio di questo libro anche se io lo acquistai solo perché mi piaceva la copertina. Ce n’erano altri suoi, ma a me attirò questo. Così disse a un certo punto in merito al “conoscere noi stessi attraverso un viaggio”:

«Ho affrontato la mia prima esperienza in solitario qualche anno fa quando mi sono chiuso in un faro su un’isola deserta. Ero partito con tutte le paturnie e le ansie di chi teme di finire in una crisi depressiva, non era neanche estate, era la fine delle tempeste invernali, era aprile, ero arrivato lì il venerdì di Pasqua chiedendomi come sopravviverò solo con me stesso, con le tempeste, il mare, il vento, e tutti gli altri elementi naturali…?, mi ero portato oltre che sessanta chili di viveri, anche venti chili di libri che… non ho mai letto. NON ho mai letto! Anzi, più stavo con me stesso e più scoprivo di navigare dentro me stesso mille volte meglio che mai. Ricordo una notte in cui, dopo tre giorni di tempesta mi resi conto che fuori dalla finestra c’era una stellata da deserto del Sahara, perché quando il cielo è perfettamente pulito vedi stelle che non hai mai visto, erano le tre di notte, quadrante sud, quello che cambia continuamente, aprile, guardo il cielo e vedo una costellazione mai vista prima, non so cosa sia, e cerca e cerca, guardo l’emisfero nord, e parto da quello attraverso le stelle note per trovare un itinerario, per capire che cosa è quella costellazione chiaramente zodiacale, questo lo capisco, ma non so che cosa sia, sembrava un orecchino da donna, o un gancio. Sono uscito. Ho dimenticato il faro. Sono sceso a piedi nel cuore della piccolissima isola, lunga un chilometro e duecento metri, e larga trecento, un fazzoletto di terra, ho piantato i piedi sulla brughiera e l’ho guardata e le ho urlato “dimmi chi sei”, e in quel momento, ricordando che il toponimo di quel posto, là dove ero, quella parte dell’isola si chiamava Salamandra mi sono detto che se la Salamandra ha una coda forse anche quella era una coda e alla fine ne ho avuto la certezza assoluta. Era una coda e quindi era la costellazione dello scorpione. E la certezza che fosse lo scorpione, cioè che io avessi ripercorso con la mia immaginazione qualcosa che era già stato pensato millenni prima dagli uomini che avevano dato il nome a quella costellazione fu così folgorante che al ritorno ho guardato l’atlante delle stelle solo per scaramanzia, ma ero sicuro che fosse lo scorpione, e allora io dico ai ragazzi che hanno subito la possibilità di verificare, a loro dico che non avete idea di che cosa vi perdere nel gioco della vostra immaginazione rinunciando al brancolare, alla ricerca di un nome che poi vi si svela per un improvviso lampo, con un cortocircuito nel cervello, …istinti che oggi si sono spenti.»

Ecco, questa volta evito lo spazio per “la trama” e anche quello per “l’oltrelatrama”, perché alla fine è tutto lì riassunto. E a me non sembra di dover aggiungere niente altro (nel suo parlato – cioè nel virgolettato – si intuisce anche il suo stile di scrittura, diretto, al presente, con rimandi a ricordi del passato). Il resto lo capiamo da soli vivendo le nostre case in cui siamo relegati ognuno a modo proprio, come faro al centro di isole deserte.

La narrazione che ne fa Rumiz è il suo modo. Di mio credo di essere fortunata perché mi pare di vederle tutte le stelle anche quando non ci sono. A voi il vostro modo. Poi se v’andasse di scoprire altri punti di vista, be’ io ve lo consiglio Il Ciclope, che permette almeno di capire quante parole si possono dire, o scrivere, anche attorno all’incontro con un luogo isolato, anche di un viaggio fermo, come lo ha chiamato lui. Anche senza vedere tante persone. Anche senza un orizzonte.

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