L’avventurosa solitudine dei fari narrativi

Letture per esplorare il mondo

…per quattro generazioni, otto membri di un’unica famiglia, quella degli Stevenson, progettarono e costruirono lungo le coste della Scozia ben novantasette fari (…), tra il 1790 e il 1940.


Ho letto  l’ultima opera di Claudio Visentin, Luci sul mare – Viaggio tra i fari della Scozia sino alle isole Orcadi e Shetland (Ediciclo Editore, 10 febbraio 2022), e ne ho scritto su Azione.

La versione integrale del testo – per chi desidera leggerlo ma non ha accesso al cartaceo – si trova scrollando verso il basso oppure online (non richiede iscrizioni perché è un settimanale d’approfondimento gratuito) a questo indirizzo.

Su Il Ciclope di Paolo Rumiz che cito, si trova un approfondimento qui!


La tempestosa solitudine dei fari narrativi

Letture per esplorare il mondo – Al vasto repertorio di libri dedicati alle torri luminose, si aggiunge l’ultima opera di Claudio Visentin: Luci sul mare, reportage di un viaggio dalla Scozia alle isole Orcadi e Shetland

«Stare in cima al faro durante una notte di bufera è terribile: il rumore del vento è assordante, l’intera torre oscilla per l’urto di tonnellate d’acqua sui muri, ogni onda provoca un boato, i piatti tremano nella dispensa, le finestrelle restano chiuse per giorni». Si intitola Luci sul mare – Viaggio tra i fari della Scozia sino alle isole Orcadi e Shetland (Ediciclo Editore, 10 febbraio 2022), l’ultimo libro scritto dal nostro collaboratore Claudio Visentin, con disegni di Alessandro Alghisi.

Di viaggi si occupa Visentin – non solo per le pagine di «Azione» – ma anche di storie, perché un viaggio senza una storia forse non può dirsi davvero tale. Questo libro, va detto, contiene tanti frammenti di storie, quanti lampi di luci sfavillano nelle torri scozzesi. E non sono poche («Ogni faro ha una luce diversa»): per quattro generazioni, otto membri di un’unica famiglia, quella degli Stevenson, progettarono e costruirono lungo le coste della Scozia ben novantasette fari (dei 107 enumerati in una pagina in rete), tra il 1790 e il 1940.

Di questi sparsi in tutto il territorio che batte bandiera azzurra crociata, ovviamente il libro ne contempla solo una minima parte. Per la precisione, sette sono quelli visitati e descritti; sufficienti comunque per permettere all’autore di tracciare la cronistoria dalla nascita alla fine del mestiere di custode, che non vide il nuovo millennio: «A Fai Isle South, il 31 marzo 1998, l’ultimo guardiano dei fari di Scozia, Angus Hutchinson, lasciò il suo lavoro. Con lui, dopo oltre due secoli di onorata attività, si estingueva questo mestiere», ma non il ruolo delle torri luminose: «…un capitano di nave una volta mi disse: “Se guardo gli strumenti elettronici mi dicono dove pensano che io sia, ma se guardo al di là del vetro e vedo un faro, io so dove sono” […] La luce del faro ti ripete che anche in mezzo al mare non sei mai completamente solo, qualcuno veglia su di te» e sui relitti di antichi affondamenti.

Di storie, si è detto, e soprattutto di lotte perse contro la forza della natura. Il faro di Rattray Head, ad esempio, «sorge su uno scoglio a poca distanza dalla costa sabbiosa, tra le dune si possono ancora vedere i relitti di precedenti naufragi». E poi storie di arrembaggi, di sciacalli che attendevano solo l’inclinarsi di una nave ferita da uno scoglio: «Nel 1822 l’ultimo pirata scozzese fu impiccato e il vapore cominciò gradualmente a prendere il posto della vela».

Di pirati ne sa qualcosa anche l’unico Stevenson che non abbracciò la tradizione famigliare di costruire fari, ma che di terre emerse in mezzo a oceani e mari ne scrisse. Parliamo dell’abbiatico del costruttore capostipite, Robert Louis Stevenson, grande autore di romanzi indimenticabili come per l’appunto L’isola del tesoro.

D’altro canto, l’immaginario comune ha sempre pensato ai fari come luoghi «avventurosi»: «“Ieri ero in mare aperto, a Bell Rock, oggi sono qui, davanti a questo faro così… urbano”. Michael scuote la testa: “È perché avete tutti un’idea romantica in mente, pensate sempre a fari su un’isola remota o su uno scoglio battuto dalle tempeste, come Bell Rock nel celebre dipinto di Turner”». Minimizzano i protagonisti del libro, uomini delle Highlands e delle Shetland, loro che forse un po’ ci sono abituati al vento del Nord, a quel mondo selvaggio che emerge dalle pagine di Luci sul mare, non meno di quanto si respiri nei gialli di Peter May, autore della riuscita trilogia dell’isola di Lewis, di cui viene in mente il primo romanzo, L’isola dei cacciatori di uccelli(Einaudi Stile libero Big, 2012), leggendo la descrizione del paesaggio quando l’autore, Claudio Visentin, avvista il faro di Mackle Flugga («l’isola dei grandi uccelli» in norvegese).

Imperdibile per chi ama i fari e la Scozia, sempre di Peter May, èIl sentiero (Einaudi Stile libero Big, 2017), un romanzo ambientato a Eilean Mòr dove si trova un faro degli Stevenson – guarda caso – che, a un anno dalla sua accensione, correva il 1900, vide scomparire nel nulla i suoi due guardiani… Ogni parola scritta da Peter May si materializza in colori, odori, sensazioni, creando atmosfere che stregano la mente, ma soprattutto che restituiscono al lettore l’immaginario di una terra battuta dalla natura feroce, e da una solitudine frastornante, come quella suggestionata dai fari, che tanto piace ai viaggiatori, quanto agli scrittori.

Lo sa bene Paolo Rumiz, altro grande esploratore e stimato narratore, che ha scritto Il Ciclope (Feltrinelli, 2015). Triestino affamato di incontri e di umanità, Rumiz negli occhi porta la meraviglia delle stelle, del mare e… dei fari: «Ho affrontato la mia prima esperienza in solitario qualche anno fa quando mi sono chiuso in un faro su un’isola deserta. Ero partito con tutte le paturnie e le ansie di chi teme di finire in una crisi depressiva – disse durante un incontro (organizzato a Lugano nel 2019 proprio da Visentin) raccontando il viaggio racchiuso in questo suo libro – non era neanche estate, era la fine delle tempeste invernali, era aprile, ero arrivato lì il venerdì di Pasqua chiedendomi come sopravvivrò solo con me stesso, con le tempeste, il mare, il vento, e tutti gli altri elementi naturali; mi ero portato oltre sessanta chili di viveri, anche venti chili di libri che… non ho mai letto. Anzi, più stavo con me stesso e più scoprivo di navigare dentro me stesso mille volte meglio che mai. Ricordo una notte in cui, dopo tre giorni di tempesta, mi resi conto che fuori dalla finestra c’era una stellata da deserto del Sahara, perché quando il cielo è perfettamente pulito vedi stelle che non hai mai visto, erano le tre di notte, quadrante sud, quello che cambia continuamente, aprile, guardo il cielo e vedo una costellazione mai vista prima […] sembrava un orecchino da donna, o un gancio. Sono uscito. Ho dimenticato il faro. Sono sceso a piedi nel cuore della piccolissima isola, lunga un chilometro e duecento metri, e larga trecento, un fazzoletto di terra, ho piantato i piedi sulla brughiera e l’ho guardata e le ho urlato “dimmi chi sei”, e in quel momento, ricordando che il toponimo di quel posto, là dove ero, quella parte dell’isola si chiamava Salamandra, mi sono detto che se la Salamandra ha una coda forse anche quella era una coda, e alla fine ne ho avuto la certezza assoluta: era la costellazione dello scorpione».

Il Ciclope insegna quante parole possono descrivere un luogo isolato, un viaggio fermo, come lo ha chiamato Paolo Rumiz. Anche senza incontri. Anche senza un orizzonte. Anche su un isolotto deserto. Così come fanno anche molti libri dedicati ai fari: ognuno di questi arricchisce i nostri immaginari con nuove storie di viaggi avventurosi.

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