Il post-noir di sessant’anni or sono

«Il giorno della civetta» di Leonardo Sciascia

Avevo sentito dire che si trattava di uno dei suoi più noti romanzi brevi, ma non avevo capito il perché. Un altro giallo, credevo, e invece, mi viene da dire a libro chiuso, Sciascia potrebbe essere designato come il creatore di un sottogenere che sta prendendo piede solo di questi tempi, anticipandolo di ben cinquant’anni: il post-noir (neologismo apparso per la prima volta solo nel 2009). Non è ancora del tutto ben definito, questo sottogenere chiamato anche neo-noir; per molti potenzia “semplicemente” gli aspetti oscuri di degradazione già presenti nel noir; a me piace invece interpretarlo come narrativa del male, sì, ma dove non vi è un “cattivo” solo, bensì dove ci si trova confrontati con la corruzione di una società intera, con una povertà di spirito mascherata dall’omertà (che oggi chiamerei “convenzioni sociali”), con l’oscurità più subdola che oggi si trova nel mondo tecnologico, ad esempio, ma che in quella Sicilia di fine anni Cinquanta serpeggiava in tutte le vie e portava, e porta, il nome della Mafia.
Scioccante ad esempio leggere – oggi – di come l’esistenza della stessa mafia venisse addirittura negata dalle autorità.
Ma il punto è che Sciascia per primo decise di scriverne mostrandone gli ingranaggi interni.

LA TRAMA
Si tratta di una storia di mafia, come detto, e più precisamente di una storia che rimanda all’omicidio di Accursio Miraglia, avvenuto a Sciacca nel 1947, per mano di Cosa Nostra.

OLTRELATRAMA
L’interessante di questo lungo racconto, che qualcuno potrebbe definire “poliziesco”, in verità sta tutto non in ciò che si scopre, ma in ciò che durante l’indagine “non viene scoperto”, nella complicità di tutti, che sanno senza sapere, che fuggono per fingere di non aver visto, che negano le evidenze, che non riconoscono il cadavere e non si ricordano con precisione gli eventi, che nessuno ha sentito lo sparo. Indagini portate avanti, peraltro, da un emiliano, il capitano Bellodi, che crea così tanti problemi da smuovere un certo politico, di Roma, che prova a chiederne il trasferimento…
Leggere questo libro, mi ha ricordato una battuta di un mio conoscente siciliano. Stavamo parlando di una donna. Io non avevo fatto il nome per discrezione. La raccontai nei comportamenti più che nella sua fisicità. Lui mi domandò se stessi parlando di tizia, con tanto di nome e cognome. Gli risposi, certo che sì: «la conosci?». «Io conosco tutti e non conosco nessuno», fu il suo modo di chiudere il discorso.
E poi, la sua scrittura…

CITAZIONE
«Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…»

4 pensieri su “Il post-noir di sessant’anni or sono

    1. Ciao wwayne, sei un appassionato di noir? Ammetto che non ne ho letti molti, e sono spesso così diversi gli uni dagli altri che non saprei dare consigli “a freddo”. Mi verrebbe da citarti i primi tre noir della storia, quelli di Edgar Allan Poe: “Il demone della perversità”, “Il cuore rivelatore”, e in parte “Il gatto nero”. Ma se sei un appassionato, li avrai già letti. ^_^

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