Cronaca di cazzotti

«Un po’ racconto di personaggi mitologici, un po’ reportage giornalistico, 
il libro è un simil-trattato di quegli anni in quei posti, 
soprattutto là su quella Piana che separa Locarno da Bellinzona. 
Un prodotto atipico per il panorama letterario (e non solo ticinese) 
del quale abbiamo voluto parlare proprio con l’autrice.»
                                                                                                                             (Filippo Zanoli)

Uscito il 25 marzo, il Breve trattato sui picchiatori nella Svizzera italiana degli anni Ottanta si è inserito inaspettatamente all’interno di un filone della cronaca che lo ha portato alla ribalta, in quanto tema d’attualità.

«Il Breve trattato evoca anche un’epoca 
della nostra storia attraversata da conflitti politici e sociali, 
tensioni – e transizioni – identitarie, discriminazioni 
e disuguaglianze sociali. Inevitabili i confronti con l’attualità»
                                                                                                   (Sarah Tognola ed Elisa Manca)

Dopo il Quotidiano, l’articolo su Azione e il notiziario della Rsi-Radio, sono apparse due pagine d’approfondimento su La Regione, un’intervista su 20minuti e Tio, e sono andate in onda due trasmissioni radiofoniche sempre sulla Rsi (vedi qui di seguito).

E io ringrazio per tanta attenzione.

 «Ah, se soltanto i dentisti potessero parlare.  
Forse solo loro potrebbero raccontare meglio
delle statistiche l’epopea dei picchiatori del Canton Ticino.» 
                                                                                                                     (Beppe Donadio)
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Picchiatori in libreria

«Questo è un racconto monumentale, 
come sempre è il ricordo 
della gioventù e dell’adolescenza selvatica».
(Ermanno Cavazzoni)

A distanza di sei anni dall’ultima pubblicazione,
domani, 25 marzo, arriva in tutte le librerie d’Italia e del Canton Ticino
il mio nuovo libro:

Breve trattato sui picchiatori
nella Svizzera italiana degli anni Ottanta

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Ma che bella fiaba

«Vinpeel degli orizzonti» di Peppe Millanta 

…e a modo suo profonda al di là degli stilemi che fanno il loro lavoro: il ragazzino vive una relazione disfunzionale con il padre, la bambina è bionda con gli occhi azzurri, i pentimenti son tutti amari, l’oste è un po’ orco, gli amici, immaginari, le stelle sono cadenti e i nani ovviamente vanno lanciati… mentre il mare resta la grande sfida. Eh sì, ho letto “Vinpeel degli orizzonti” di Peppe Millanta (Neo Edizioni) e nella sua estrema semplicità mi è proprio piaciuto. Più per il contenuto. È una storia tanto carina.

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L’altra faccia de «Il Gattopardo»

«I Malavoglia» di Giovanni Verga

Non aristocratici, ma famiglia di pescatori. Gli anni d’ambientazione sono quelli. Il Gattopardo copre un periodo tra il 1861 e il 1910, e I Malavoglia pure son vissuti a metà di quegli anni, se si tengono buoni il riferimento della morte di un personaggio a Lissa nel 1866 e il fatto che la prima edizione uscì nel 1881. Due facce di una stessa terra, la Sicilia. Vite e impegni ben diversi, che si respirano anche nella lingua e nello stile degli autori. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, molto descrittivo in modo quasi barocco. Giovanni Verga, invece, al passo con la cadenza dialettale per dare respiro a un romanzo molto parlato, e scevro di ornamenti; dove anche le frasi fatte non sono metafore ma l’affidarsi alla saggezza di una tradizione molto antica. Ho apprezzato molti più la lettura de «I Malavoglia» di Giovanni Verga, che non «Il Gattopardo» di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Ma sono contenta di aver letto entrambi, a poca distanza l’uno dall’altro, proprio per la possibilità del confronto.

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Vince il male

«Le ripetizioni» di Giulio Mozzi

“Le ripetizioni” atteso e quasi insperato romanzo di Giulio Mozzi è uscito ieri nelle librerie per l’editore Marsilio. Un libro pericoloso, un libro che mi ha fatto un sacco di male. Da qui, la bravura autoriale. Se uno scrittore può fare con le parole ciò che ha fatto Giulio Mozzi con me lettrice, deve per forza essere bravo, considerata la mia dichiarata incapacità di «emozionarmi» con la letteratura. E io glielo riconosco: ha scritto un romanzo pazzesco a pluriinneschi ritardati fattualmente devastanti. Questo romanzo è il male.

Non lo rileggerò.

LA TRAMA

C’è un uomo. Mario. Che è più uomini. Che è più voci. Che ha un suo modo di guardare e vedere la realtà e in particolare un suo rapporto conflittuale con i ricordi: Mario sostituisce la realtà con la finzione; trasforma finzioni in realtà, o possibili realtà. È un uomo che cerca di ricostruirsi attraverso il recupero di pezzi di storia e insegue relazioni emotive senza pathos, mai da protagonista, sempre da passivo. È un uomo con più vite, dissociato, spaesato. Un uomo che vive secondo ciò che gli viene fatto vivere. Un ospite del mondo. Un osservatore ed esecutore delle volontà altrui. Un cronista che riporta la sua partecipazione senza assumersi la responsabilità di farvi parte. Un narratore inaffidabile. È un uomo curioso. Che cerca di capire, mai giudicante. Un uomo molto dolce. Attento a non far male di sua iniziativa. Accudente. Altruista. A cui affidarsi. Gentile ed educato. Servizievole. Disponibile. Tanto. Ma soprattutto un uomo profondamente affascinato dal male, quello prodotto attorno a lui, e un uomo di così poca volontà da non riuscire né a rendersene conto né a ribellarsi a quell’attrazione che rimuove giorno dopo giorno. Un uomo che proprio per questo si troverà per tutto il romanzo confrontato con il male a più riprese, dal male della perdita, al male delinquenziale, a quello militaresco, sino alla totale perversione sessuale, e alla violenza estrema che qui sarà mostrata in tutta la sua carnalità.

Come accettare quella parte di sé che potrebbe farlo fuori, rimanendo nella realtà? Ma che cosa è vero? Sono veri i ricordi?, o sono falsi ricordi, ricostruzioni di storie, profumi… le fotografie, forse esistono solo le fotografie, anche se non combaciano con la memoria.

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