«Partendo non dalle immagini ma definendo o manipolando queste ultime attraverso la scelta delle parole, delle forme di scrittura, del ritmo delle frasi, possiamo migliorare anche i nostri registri linguistici pur applicando in modo proficuo le tante figure retoriche che abbiamo a disposizione».
È uscito oggi su «Azione» il terzo articolo che ho scritto sul tema Un visibile narrare. La versione integrale del testo – per chi desidera leggerlo ma non ha accesso al cartaceo – si trova scrollando verso il basso oppure online (non richiede iscrizioni perché è un settimanale d’approfondimento gratuito) a questo indirizzo!
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L’enfasi inutile può essere una forzatura disonesta
Un visibile narrare – La consuetudine all’esaltazione delle banalità porta a una desensibilizzazione, tanto che per rendere speciale un’immagine occorrono figure retoriche sempre più spinte
/ 25/09/2023 Manuela Mazzi
«Tutto il mondo diventa “ugualmente bello”, senza distinzioni, se ammantato da quella luce lì». Così scrivevamo nel primo pezzo apparso su «Azione» del 17 gennaio 2022, per la rubrica «Un visibile narrare», serie che, sovrapponendo la fotografia e la scrittura come arti che condividono codici espressivi, suggerisce approcci diversi, per generare riflessioni circa il modo in cui fruiamo di immagini e testi.
Vale la pena tornare ancora una volta sull’alba, o sul tramonto, che a livello di immagini non portano il senso attribuito a loro dalle parole che li definiscono.
Per essere più chiari: è noto il portato di senso che va ad aggiungersi a queste due parole (un’evocazione non meno cliché dell’uso che se ne fa): banalmente l’alba ci rimanda alla nascita, il tramonto alla morte, tanto per rimanere sul semplice. Un portato che non può essere presente però nella fotografia. È infatti complicato capire a che ora sia stata scattata un’immagine (se di sera o di mattina) davanti a un paesaggio sospeso nel tempo, come lo sono tutti gli scatti che immortalano un pezzo di terra o di mare scuro e un pezzo di cielo giallo-arancio con al centro magari un cerchio «bruciato» (così nella fotografia si definisce l’eccesso di luce che rende alcune porzioni dell’immagine completamente bianche).
L’impossibilità di stabilire se è mattina o sera ci impedisce di attribuire alla fotografia il portato di senso extra che hanno le parole «alba» e «tramonto», a meno che non si giochi con la luce (molto chiara o molto scura, al di là dell’ora in cui scattiamo davvero la foto). Proprio per questa ragione, il bianco e nero potrebbe persino tornare di fondamentale aiuto. L’annullamento derivante da una forma che si esprime senza il colore, se da una parte rinuncia all’emozione facile, dall’altra si fa strumento più adatto per conferire all’immagine un senso altro, ad esempio drammatizzando, oppure enfatizzando il chiarore.
Comporre un’opera ci porta a interrogarci sulla resa che vogliamo per la stessa. Qualcuno a questo punto sarà rimasto inorridito dall’affermazione e starà stigmatizzando l’arte fatta a tavolino. Si potrebbe aprire una parentesi circa la consapevolezza dell’artista in contrapposizione alla spontaneità del gesto artistico. Ma anche in questo caso non ce la sentiamo di porli in competizione perché ci sembrano, di nuovo, due approcci diversi in quanto diversi sono i loro obiettivi. E contestualmente, ciò pur scivolando nel perimetro delle cosiddette opere letterarie: in un caso si agisce plasmando ad arte parole e forme, nell’altro si agisce per mezzo della propria espressione liberando parole e forme; chi offre maestria e il proprio sguardo sul mondo, chi invece offre sé stesso o l’espressione di sé come opera su cui appoggiare lo sguardo. Entrambi sono approcci onesti che producono, se lavorati senza artifici, opere altrettanto oneste.
La luce, si diceva, ha un fondamentale ruolo in una qualsiasi narrazione. È in particolare ciò che aumenta o diminuisce il carico di «emozioni» e, nella fotografia, senza di essa non esisterebbe alcuna immagine (letteralmente fotografia significa «scrivere con la luce»). Per tradurre la luce in una narrazione composta da parole, abbiamo a disposizione la retorica. Della quale si può fare buono o cattivo uso. Con la quale si crea tutto, bene o male. Grazie alla quale possiamo affinare la nostra voce, e se scrivessimo con un pennino, guiderebbe persino la nostra mano facendole fare gesta più calcate, con colate di inchiostro, o permettendole di svolazzare in leggeri ghirigori.
La retorica è per la scrittura ciò che la luce è nella fotografia, e dunque – per prendere di nuovo in prestito le parole di Cartier-Bresson (L’immaginario dal vero): «Niente baccano, e non intorbidare l’acqua prima di pescare. Mai fotoflash, per rispetto alla luce, anche quando non c’è, altrimenti un fotografo diventa insopportabilmente aggressivo». Così, l’eccesso di cattiva retorica: la luce artificiale, non adatta, invadente, che vuole forzare quella naturale è una manipolazione che rischia di compromettere il valore dello scatto. Così vale per la scrittura, anche se le enfatizzazioni, la drammatizzazione, la metafora azzardata, i colori accesi, i calci negli stinchi sembrino divenuti di moda, come se si giocasse a chi tira le sberle più forti.
Per fare un esempio concreto di quello che intendiamo, e rimanendo sempre sul tema dei tramonti, riportiamo questa descrizione tratta dal romanzo La straniera di Claudia Durastanti (La Nave di Teseo, 2019 – è, al di là di questa estrapolazione, un libro che abbiamo letto con piacere e che consigliamo): «Quando il sole tramonta in Basilicata, il cielo si tramuta in un polmone che espettora sangue, la luce fa tossire più che commuovere». Il romanzo, per chi non lo conoscesse, non è un giallo, non è manco un noir, non ha al suo interno nulla che possa rendere funzionale questa descrizione, che resta per l’appunto solo una descrizione (la protagonista sta rientrando a casa, nella sua terra, dopo un girovagare per il mondo).
Ebbene, oggi che si nota una sorta di assuefazione all’enfasi applicata anche alle banalità, pochi resteranno infastiditi da quella che a noi pare essere invece una forzatura, uno schiaffo, una drammatizzazione gratuita perché non utile ai fini della storia, che è come avere davanti agli occhi un’immagine ritoccata al computer dove i colori sono stati caricati di intensità e di contrasto fino a cancellarne qualsiasi sfumatura; e invece di far fare «oh!» – ai più sensibili – per un bel tramonto, fa venir su uno schifato «bleah!» perché negli occhi resta il volto di un morto di tisi dalla cui bocca cola sangue.
Ci siamo interrogati sulla ragione di questa scelta e la nostra ipotesi è che, proprio per fuggire al cliché del «bel tramonto», l’autrice abbia cercato di trasformarlo in altro, ottenendo tuttavia un effetto paradosso, non meno di quello che capita all’aspirante che cerchi di scrivere narrativa di genere «con la bella scrittura».
C’è modo, ma occorre o rinunciare al tramonto, oppure trovare soluzioni diverse, la migliore delle quali, si sarà capito forse a questo punto, potrebbe essere la semplicità, che di più onesta non se ne trova.
Partendo non dalle immagini ma definendo o manipolando queste ultime attraverso la scelta delle parole, delle forme di scrittura, del ritmo delle frasi, possiamo migliorare anche i nostri registri linguistici pur applicando in modo proficuo le tante figure retoriche che abbiamo a disposizione.
«La mia città» di Antonio Moresco (con le illustrazioni di Giuliano Della Casa)
«La mia città affiora dall’acqua ed è circondata dall’acqua. (…) Vicinoalla mia casa c’era il Rio pieno di pesci gatto. E poi il buio, la notte. Quelle grandi case buie, di notte».
Ho letto «La mia città» di Antonio Moresco (con le illustrazioni di Giuliano Della Casa) e ne ho scritto su «Azione».
La versione integrale del testo – per chi desidera leggerlo ma non ha accesso al cartaceo – si trova online (non richiede iscrizioni perché è un settimanale d’approfondimento gratuito).
«A dire la verità, Milano (la città) faceva un po’ paura. / Era una cosa poco precisa. / Se ci andavi ne vedevi un poco. / Qualcosa. / Non era possibile vederla tutta. / Se ci tornavi era cambiata. / Ma non abbastanza da essere un’altra cosa. / Era sempre Milano. / Ci facevano i panettoni. / E c’era il Duomo. / E in cima al Duomo la Madonnina».
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«L’eternauta» testi di Héctor Germán Oesterheld, illustrazioni di Francisco Solano Lopez, con traduzione di Stelio Rizzo
«L’eternauta ciclicamente torna a far parlare di sé, quasi fosse il continuo avverarsi della storia narrata»
Ho letto L’eternauta (testi di Héctor Germán Oesterheld, illustrazioni di Francisco Solano Lopez, con traduzione di Stelio Rizzo) e ne ho scritto su Azione.
La versione integrale del testo – per chi desidera leggerlo ma non ha accesso al cartaceo – si trova online (non richiede iscrizioni perché è un settimanale d’approfondimento gratuito).
Un altro viaggiare – Ciclicamente viene riproposto <em>L’eternauta</em> in un incessante auto-avveramento; presto di nuovo in libreria
/ 06/02/2023 Manuela Mazzi
Una delle più alte forme di viaggio è il vagabondare, e il più famoso «vagabondo» della storia narrata non può che essere l’eternauta, al secolo Juan Galvez: «Potrei dirti centinaia di nomi e non mentirei perché li ho avuti davvero. Forse, tra tanti uno è più chiaro di tutti… Khruner. Me lo ha dato una specie di filosofo verso la fine del secolo ventunesimo. Nella sua lingua, Khruner vuol dire “Il vagabondo dell’infinito”».
Il prossimo 23 febbraio, la Panini comics lancerà una nuova edizione del classico fumetto mondiale
Spacciato per essere «un grande fumetto d’azione e d’avventura che appartiene da tempo al canone ristretto dei migliori fumetti di fantascienza» (così si legge nei paratesti dell’edizione numero 29 de I classici del fumetto di Repubblica, 2003), a noi, che lo abbiamo letto per la prima volta solo di recente, è risultato piuttosto un vero e proprio romanzo «romanzesco» (la ripetizione è voluta) con tante immagini, sì, ma soprattutto con tantissime parole, di certo troppe per dirsi fumetto.
Scritto e pubblicato per la prima volta tra il 1957 e il 1959 (in Argentina) e a metà degli anni Settanta nella versione italofona (testi di Héctor Germán Oesterheld, illustrazioni di Francisco Solano Lopez, con traduzione di Stelio Rizzo), L’eternauta ciclicamente torna a far parlare di sé, quasi fosse il continuo avverarsi della storia narrata; è tornato alla ribalta anche negli ultimi due anni persino nell’ambiente televisivo, dove si è iniziato a vociferare che Netflix starebbe realizzando una serie ideata proprio sulla famosa Historieta, sebbene qualcuno si stia impegnando per smentire categoricamente tale notizia.
Nel formato libro, pure, compaiono ciclicamente nuove versioni per editori diversi, anche di recente pubblicazione, come ha fatto Cosmo e come farà la Panini comics con la nuova uscita prevista per il prossimo 23 febbraio.
Noi ne abbiamo di certo sentito parlare anche nel bel docufilm realizzato dal regista locarnese Stefano Knuchel, Hugo in Argentina, passato dal Festival Internazionale del Cinema di Venezia nel 2021, e ripresentato alle giornate de «L’immagine e la parola» del Locarno Festival nel 2022. Sullo schermo, Knuchel ha raccontato la permanenza in Sud America di Hugo Pratt, che arrivò a Buenos Aires nel 1949 per rimanervi fino al 1962, stringendo amicizia anche con HG Oesterheld (autore, peraltro, del fortunato Sgt. Kirk); fumettista che da lì a qualche anno avrebbe sofferto in prima persona le drammatiche pene causate dalla dittatura, divenendo un desaparecido nel 1977. Nel docufilm viene mostrata la casa dove L’eternauta prese forma anticipando – ed è questo uno dei massimi riconoscimenti che viene attribuito al fumetto di Oesterheld rimasto al pari di una pietra miliare nella storia delle immaginazioni – ciò che sarebbe successo in Argentina con la salita al potere della giunta militare alla cui testa sedette Jorge Rafael Videla, correva l’anno 1976.
Quindi onore alla lungimirante inventiva, ma che cosa dire della forma, della resa narrativa, dell’espressione dell’ottava arte qui messa in gioco per descrivere il viaggio infinito che è il vagabondare senza tempo e spazio del protagonista?
È trascorso oltre mezzo secolo per cui va tenuto conto delle differenti sensibilità, e degli sviluppi occorsi nel frattempo. Ciononostante, a noi pare che la ridondanza di molti testi contenuti nelle strisce annoino un po’ e talvolta anticipino davvero troppo quanto accadrà, togliendo forza e tensione emotiva alla storia, di tavola in tavola. A pagina 34, delle 464 dell’edizione letta, avevamo già incontrato almeno tre o quattro incongruenze narrative (per fare un esempio, laddove la descrizione dice «Rimanemmo lì storditi senza dire una parola» ci si ritrova un personaggio che quella parola la dice: «Allucinante», senza aggiungere peraltro nulla alla scena; v. foto); e sono proprio le tantissime e inutili didascalie lunghe e ripetitive a generare l’effetto «romanzesco» in un fumetto che poteva benissimo avvalersi «solo» delle immagini.
Immagini che fanno scoprire la capitale dell’Argentina portando il lettore tra le strade più conosciute di Buenos Aires, ma anche lungo le sue parallele, attraverso le piazze, all’ombra dei suoi monumenti, e persino dentro i negozi, come quello degli alimentari oppure quello del ferramenta, e via disegnando.
Vale dunque la pena di leggere o rileggere questa Historieta, forse non tanto perché ritenuta «un capolavoro del fumetto mondiale» (ciò che alza di parecchio l’aspettativa), ma perché l’idea di un vagabondare infinito nello spazio-tempo, pur rimanendo sempre nello stesso posto, ha qualcosa di affascinante che, giunti alla fine, quest’opera riesce a rendere molto bene.
Bibliografia: testi di Héctor Germán Oesterheld, illustrazioni di Francisco Solano Lopez, e traduzione di Stelio Rizzo, L’Eternauta, I classici del fumetto di Repubblica, 2003.
«Più grande di noi – Confessioni di un pescatore a mosca» di Raul Montanari
«… la natura si fa umana e l’umano si fa animale. Se il lago è infatti l’equivalente del liquido amniotico, la culla materna, il fiume è di fatto il “liquido seminale, l’urgenza, la pulsione che cerca sfogo”»
Ho letto Più grande di noi – Confessioni di un pescatore a mosca di Raul Montanari (collana Pennisole a cura di Dario Voltolini, Hopeful Monster di Torino, 2022) e ne ho scritto su Azione.
La versione integrale del testo – per chi desidera leggerlo ma non ha accesso al cartaceo – si trova online (non richiede iscrizioni perché è un settimanale d’approfondimento gratuito).
Editoria – L’autore bergamasco Raul Montanari nel suo ultimo libro, Più grande di noi, confessa le ragioni della sua grande passione per la pesca a mosca, che va molto al di là dello sport
/ 23/01/2023 Manuela Mazzi
«La pesca è la vita come dovrebbe essere: un universo in cui l’esperienza conta più della tecnologia». Più grande di noi – Confessioni di un pescatore a mosca di Raul Montanari è uscito qualche mese fa nella nuova collana Pennisole a cura di Dario Voltolini, per la Hopeful Monster di Torino. Editore che un po’ ha che fare con la Svizzera, essendo diretto da Beatrice Merz, che pure presiede la Fondazione intitolata a suo padre, l’artista d’origine elvetica Mario Merz (1925-2003), del quale porta la firma L’uovo filosofico installato nel 1992 alla stazione di Zurigo.
Ma torniamo al bel libro autobiografico di Montanari: «Il lago è più grande di te, è più grande di noi. È più forte di noi», scrive l’autore, aggiungendo però che è il fiume «la vera palestra del pescatore d’acqua dolce»: «C’è un consenso generale sul fatto che la pesca in acqua corrente sia la più affascinante, oltre che la più difficile. […] E poi scoprii che la corrente ha qualcosa di misterioso. Nasconde il pesce al pescatore e il pescatore al pesce», scorrere d’acqua che l’autore definisce una vera e propria quarta dimensione, dopo lunghezza, larghezza e profondità: «Un metro quadrato d’acqua corrente era capace di riprodurre e anzi moltiplicare gli enigmi che si nascondevano in cento metri quadrati di acqua ferma».
Bergamasco d’origine, Montanari ricorda come da ragazzo prese ad appassionarsi a questo sport che iniziò a praticare sulle sponde del Sebino, il lago d’Iseo, che lui definisce nel libro «grembo di acqua scura, imperscrutabile».
Il lettore viene così introdotto all’arte alieutica attraverso la descrizione di telai, lenze di nylon, piombi e galleggianti di sughero in aggiunta alla prima cannetta di bambù, divenuti poi ben altro, e infine si parlerà anche di esche, dalle larvette ai pesci finti in balsa provenienti dalla Finlandia, per arrivare alle mosche che non sono quelle che per prime ci vengono in mente: «Con questo termine generico (traduzione dell’inglese fly) si indicano alcune grandi famiglie di insetti che hanno la caratteristica di deporre le uova sul fondo di fiumi, laghi e torrenti: effimere, fringanee, plecotteri».
E se da una parte affascina la pesca a fondo notturna alle anguille, per diventare un buon moscaiolo occorre umiltà, spirito d’osservazione e competenze entomologhe tali da «instillare nel pescatore una mentalità ecologica».
Di fatto: «La pesca a mosca sta alla pesca in generale come gli scacchi stanno agli altri giochi da tavolo: è l’unica ad avere una cultura», con tanto di tradizioni, scuole, feroci polemiche tra i puristi della mosca secca e quelli che ammettono l’uso di esche come la sommersa e la ninfa.
Tra materiche descrizioni ambientali, emerge anche l’amore che il pescatore Montanari ha per i pesci stessi: scardole, «squadriglie di persici, cavedani in formazioni più sciolte, lucci solitari, trote enormi e favolose» a caccia delle alborelle che formano «vasti banchi stratificati che si estendono fino a varie decine di metri dalla sponda», e ancora le tinche, «preda all’apice dei miei desideri, pesce pigro nell’abboccare, robusto nel combattimento».
Tra le catture più difficili, resta comunque il cavedano che, secondo Montanari, è il pesce a noi più affine: astuto, è «il pesce d’acqua dolce più simile all’uomo per intelligenza! Adattabile, versatile, onnivoro, predatore all’occasione, opportunista sempre, capace di ingoiare e metabolizzare anche il guano lasciato cadere in acqua da svassi e gabbiani, frequentatore impudente dello scarico della macelleria e della fogna, onnipresente in ogni tipo di acqua: torbida, cristallina, stagnante, corrente, densa di alghe ed erbe o sgombra e pulita, dal fondo fangoso o ciottoloso, sabbioso o cosparso da rocce. Abitatore sornione dell’imbarcadero e del lungolago dove il cibo viene soprattutto dall’uomo e lui dell’uomo mica ha paura: si scosta di un metro o due ma rimane nei paraggi perché sa che da quelle sagome alte affacciate dietro le ringhiere spesso arriva cibo. Non come la trota che appena ti vede fila via a nascondersi sotto un sasso. Ma il cavedano è anche il gran signore dell’acqua aperta, maestro della navigazione pelagica. Gregario in giovane età, sempre più solitario man mano che gli anni avanzano e capisce che dagli altri possono arrivare solo tradimenti. Uguale a noi, giuro. Identico».
Non è l’unica personificazione che viene agita all’interno di questo bel libro, dove la natura si fa umana e l’umano si fa animale. Se il lago è infatti l’equivalente del liquido amniotico, la culla materna, il fiume è di fatto il «liquido seminale, l’urgenza, la pulsione che cerca sfogo». Così il fiume diventa anche «luogo in cui si potrebbe morire presi a tradimento da una natura ancora forte e insidiosa – non spegnersi nell’orrore delle lenzuola bianche e dell’odore di disinfettante ma annegare nella corrente, sprofondare nel fango. Cadere in uno strapiombo. Essere punti, morsi, sbranati come bestie da altre bestie».
Questo memoir ha insomma quattro livelli di lettura, come li ha la pesca nei fiumi: la realtà-terrena (lunghezza); la realtà-acquatica (profondità), il sogno (ampiezza, delle immaginazioni); l’inconscio (la corrente), che più di tutti crea mistero.
Nel capitolo dedicato alla cattura (il nono, dei 14 elencati nel sommario) prende avvio infatti un approfondimento che va oltre la messa alla prova delle tecniche, e che ha che fare con una riflessione più ampia sui motivi per cui l’autore è animato da questa passione. Termine, ci verrebbe da dire, non usato a caso, se prendiamo in considerazione il suo significato più biblico che racchiude in sé una sofferenza, quella che porta alla crocifissione e quel che ne segue, dove la resurrezione pare equivalere alla rimessa in libertà del pesce che torna alla vita. Vita che il pescatore sente agitarsi tra le mani: «Questa creatura che pare fatta d’acqua… acqua che si è fatta muscoli, nervi, fauci e pinne e volontà di sopravvivere. Voglio riempirmi gli occhi di questa vita, almeno per qualche istante, e poi restituirla al suo mistero».
In Svizzera e in Germania tale pratica sportiva, detta catch & release, che prevede il rilascio della preda viva dopo la cattura, è proibita perché si ritiene che o si pesca per procurarci cibo, oppure «è immorale che la specie vincente (siamo sempre noi) si diverta ai danni di specie inferiori».
Non si sottrae tuttavia, Montanari, alla sua responsabilità di uomo in rapporto alle forze della natura: «L’uomo non è solo la specie vincente, è un predatore-parassita ingombrante, invasivo, che ha inflitto alla Terra ferite di ogni tipo. Siamo riusciti ad avvelenare aria, acqua e suolo, a modificare il clima, a sconvolgere le stagioni. L’uomo sta nel mondo in modo violento». Si interroga, rispondendosi come può: «Non uccido il pesce, lo libero. Compio un atto di solidarietà fra esseri viventi, di armonia creaturale». Dopo i primissimi anni di pratica, infatti, la svolta: non mangiandoli più tutti, l’autore decise di iniziare a liberarli, per guardarli guizzare via: «Io vado a pesca per catturare i pesci. Non per ucciderli o mangiarli, perché ormai da trent’anni li libero con tutta la gentilezza possibile affinché a loro, dell’incontro con me, non rimanga nemmeno il ricordo».
E si torna così al senso dell’acqua che sta all’origine della vita, al liquido amniotico, al distacco dalla madre, dove la pesca con il rilascio sembra suggerire un parallelismo con la messa al mondo, o la rimessa al mondo: come se la lenza fosse il cordone ombelicale e, tagliato questo, il pesce rigettato in acqua facesse l’esperienza di una forma di rinascita. Come Dio, in questo mondo al rovescio, anche il pescatore ridona la vita al pesce in un atto di amore.
Montanari si definisce, guarda caso, pescatore innamorato, sebbene abbia un solo modo per amare queste creature: «È questa la maledizione dell’uomo: il suo amore per creature diverse da lui arriva sempre accompagnato da un pizzico di prepotenza – capita a chi mette morso e redini al cavallo che pure adora, a chi mette il guinzaglio al cane che considera il suo compagno e amico fedele. E il mio amore per i pesci si può esprimere nella sua massima intensità solo così. Voglio catturarli». Si pacifica, infine, sicuro di far parte lui stesso dell’ecosistema; non per nulla i pescatori sono spesso definiti «sentinelle dei fiumi»: grazie alle loro profonde conoscenze, grazie alle loro denunce di discariche abusive, dell’uso di pesticidi nelle coltivazioni, e di altri abusi, che determinano intorpidimenti dell’acqua fino alla scomparsa di una specie o di un’altra, i fiumi restano in salute: «Il pescatore è la tassa che il fiume paga per essere difeso».
L’autore Raul Montanari a pesca, gli stivali nelle acque dell’Adda manzonianaBibliografia Raul Montanari, «Più grande di noi – Confessioni di un pescatore a mosca», collana Pennisole a cura di Dario Voltolini, Hopeful Monster Editore, di Torino, 2022