Evviva le donne… quando fanno le donne

Il successo delle donne. Sembra la stagione giusta. Una nuova epoca, questa occidentale. Quella dove le donne “si prendono lo spazio che si meritano”; soprattutto nelle arti, si fa largo la loro voce. Romanzi e antologie (persino una con un mio racconto), film, interviste a registe, posti di rilievo in campo editoriale, vetrine intellettuali in televisione, persino. La donna sa ragionare, sembra dicano, e pure inventare e immaginare. Finanche scrivere, anche sui giornali, lo fanno un po’ di più, forse.

Sì sì, so bene che lo hanno sempre fatto, ma è questione di proporzioni, sempre molte di meno rispetto agli uomini. Eccezioni. E dunque? Dunque siamo finalmente riconosciute. Dicono. È la nostra stagione. Siam mature.

Non è un discorso di parte. Non sono femminista (giova ripeterlo), ma umanista.

Si parla quindi di quantità. E certamente, fosse solo questo il metro di misura utile, certamente potremmo affermare che sia proprio un buon periodo.

Ma allora cos’è che non torna? Me lo sono chiesta parecchio negli ultimi tempi e alla fine l’ho capito. L’ho capito grazie a un collega che, tentando il riassunto della storia del giornalismo locale, ha dedicato una puntata a quello prodotto dalle donne (uscirà lunedì su “Azione” a firma del collega collaboratore). Al di là di quanto è finito nel pezzo, analizzando un poco la situazione degli ultimi tot anni si è reso conto che spesso la donna si è occupata di un certo tipo di argomento (tagliandola giù a fette grossolane e con l’accetta, per intenderci, più cura che economia). E in redazione ci siamo chieste: ma questo dato, risulta perché è ciò di cui volevano davvero parlare o perché quello è il settore in cui sono state “relegate”?

Ecco il punto. Da quel momento mi sono guardata in giro e ho fatto un po’ di recupero mentale. E ho ripensato a un paio di cose, tipo: le uniche due volte che degli “estranei” (non conoscenti) mi hanno chiesto dei racconti finiti poi in una rivista e in un’antologia, erano su temi esplicitamente “al femminile”; il giudizio del Calvino sul mio ultimo non ancora pubblicato, auspicava un’inversione “al femminile” [così viene conclusa quella che pareva una bella scheda: “Schiacciata da un mondo a misura d’uomo, Lara sembra portare con sé l’antica memoria della femminilità negata, e costruisce barriere e menzogne per isolare una realtà che deve restare oscura agli uomini, siano essi padri, amanti, fratelli, insegnanti. Ne può scaturire un racconto interessante che metta in discussione non soltanto la possibile normalità sessuale, ma un insieme di certezze e di valori quali la purezza dell’amore, l’efficacia della psicoanalisi, la validità della famiglia borghese, e si allontani dai toni scandalistici che ancora ne appesantiscono la scrittura. Ne è valido sostegno il bel personaggio di Magda, donna perfetta sul lavoro quanto debole e illusa in amore, persa dietro a un fotografo dai grandi discorsi e apparenti ideali per cui lei è solo “una trentacinquenne piena di energia erotica e persino infatuata: una scopata certa a costo zero” (p. 133), che nella idealizzazione si lascia calpestare e degradare senza mai perdere la purezza e la possibilità di riscatto” (ovviamente nulla di tutto ciò è contenuto nel mio romanzo che – come ben spiegato – questi temi non li tratta: infatti a me non interessano per niente!)]; e ricordo ancora quell’agente letteraria che anticipò i “gusti” di suo interesse: cerco solo testi di donne che scrivano di donne; e via elencando, la maggior parte dei film e dei testi che ho visto recensiti mettono in risalto quasi solo gli aspetti legati al “femminismo”.

Ora, grazie dell’attenzione, ma non sarà il nuovo ghetto dove metterci per farci stare buone e darci il contentino? Oppure davvero le uniche donne meritevoli sono quelle che parlano “solo” di donne? O di temi “femminili”? O sulla famiglia? Il bell’amore!, che i toni scandalistici, meglio lasciarli agli uomini, che non sta bene “parlar male” per una donna. Me lo dicevano spesso mia madre e mia nonna: sei una donna, comportati!

Insomma a me pare che la maggior parte degli articoli che mettono in evidenza il “successo” di una donna in ambito “culturale”, ma non solo, erano e sono legati a un tema femminista. O al femminile.

Io la butto là.

E vi prego: non inondatemi per piacere di esempi che smentiscono quanto scrivo. Lo so anche io che delle eccezioni esistono, ma così come per quello che riguarda il passato, non bastarono una Morante e una Ginzburg per fare primavera. O no?

La letteratura come status symbol

Rispondo qui a chi mi chiede la ragione per cui leggo se non mi piace farlo, e non sono pochi.


Ho iniziato a leggere per colpa di un biondino (e pensare che i biondini non sono il mio tipo, però mi pareva carino). Mi portò in una libreria di Milano, per il primo appuntamento. Una libreria! A Milano! Un incubo.

Feci finta di nulla, ovviamente. Entrai e compresi che non solo mi aveva portata in una libreria ma stava pure comperando un sacco di libri. Mi dissi che qualcosa avrei dovuto prendere anche io. Avevo già venticinque anni e non avevo mai letto alcun libro, nemmeno un fumetto, nemmeno a scuola. Mi stava simpatica la parola “filosofia” (nello sport che praticavo, si parlava spesso di filosofia di vita). Era inoltre ovvio che avrei dovuto prendere il librettino più piccolo… metti che poi avrei anche dovuto leggerlo!

Finii sull’Apologia di Socrate scritta da Platone. (Tanto per far capire quanto siano importanti i consigli di lettura…). Ci misi una vita per portarlo a termine. Lavoravo in un posto dove avevo molto tempo morto, tempo libero, e così appena potevo mi ci mettevo, tutti i giorni. Circa tre ore per pagina, dizionario alla mano, e mal di testa pazzeschi.

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Emozionare o manipolare?

Ho avuto un pensiero che riguarda il manoscritto finito di revisionare da poco (v. Inediti – L’ombra del tarando): saprei – credo – come dargli una sferzata in più per suscitare un po’ di quel pathos di cui l’ho privato apposta. E potrei farlo senza attingere a quel tipo di retorica che amo poco. Il tutto per scendere a patti con la necessità di suscitare maggior partecipazione del lettore durante la lettura. Anche se una delle ragioni che mi hanno spinta a scriverlo in quel modo lì era quella di “invitare” tacitamente il lettore ad attivare un’immedesimazione meno imboccata, come dire, ad accendere le antenne.

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