Dalla parte di Davide

«Il giro del miele» di Sandro Campani

Sono stata sin dall’inizio e resto dalla parte di Davide. Ho finito di leggere “Il giro del miele” di Sandro Campani (Einaudi).
Sì. Mi è piaciuto. La voce del narratore (che poi in verità sono quasi due: quella di chi parla a noi e l’altra di chi parla al narratore) ti diventa talmente famigliare, già dalla prima pagina, da trascinarti dentro quell’atmosfera lì, dentro casa sua, dentro le vite delle persone di cui racconterà.
Tuttavia ho trovato l’avvio un po’ faticoso – colpa mia, lo so, che difetto di memoria. Parlo delle prime dieci pagine nelle quali vengono praticamente menzionati tutti i protagonisti senza specificare davvero il tipo di relazione che c’è fra loro. Io ad esempio ho capito molto dopo che Giuliana era la sorella di Davide e non la madre. Fatta chiarezza nei rapporti e mandati a memoria i personaggi principali, poi è stata tutta una goduria.

La storia parla di un uomo, Davide, messo al bando da amici e parenti per degli errori imperdonabili che avrebbe e – come confesserà – di fatto ha commesso. Finito ai margini della propria esistenza, mette in atto una sorta di parabola del ritorno del figliol prodigo, ma non chiedendo perdono (e di cosa poi?) al padre ormai deceduto, ma chiedendo aiuto per riappacificarsi con il passato a un vecchio amico (Giampiero, la voce narrante), uno di quelli che a sua volta lo aveva allontanato e che al lettore sembrerà sin troppo spesso ricoprire il ruolo di fratello maggiore; non richiesto. Tra i protagonisti, c’è anche Silvia, l’amata da sempre e per sempre da Davide, che sposerà ma che non saprà tenere al suo fianco. In mezzo agli intrichi relazionali emergeranno le difficoltà di molti, quelle legate a: lavoro, debiti, derive depressive, delusioni d’amori, orgogli feriti, speranze disilluse, inganni, ingenuità. Quasi mai (per non dire mai) gli “errori” di questa narrazione sono però originati da cattiverie o mali intenzioni, semmai da disperazioni o casualità.

Il disorientamento iniziale di cui ho parlato scompare totalmente subito dopo la prima parte, quando alla narrazione viene dato respiro permettendole di prende il passo giusto. Le scene sono dense di vita, di ambiente, di odori, di un tempo preciso che è quello di ieri vissuto ancora in molti paesi di “montagna” o di “periferia” (insomma, non nelle città) di oggi. E poi c’è questo doppio luogo, il qui, in casa, in un momento preciso, e il là fuori, dove scorrono gli anni in sequenze quasi casuali, ma neanche troppo. Ho apprezzato molto le ultime due pagine della terza parte (a questo punto sono diventata anch’io parte del libro, del villaggio) dove il ronzare delle api si mescola all’odore dei trucioli della falegnameria e al grasso dei macchinari sporchi di segatura: è bella bella bella.

Poi ci sono le interminabili parentesi: non servirebbero – nel senso che pur togliendole il lettore capirebbe perfettamente – e allora perché tenerle?
Non posso dirlo con certezza, ma solo riferire la mia impressione: e la mia impressione è che andavano tenute perché sono una genialata. Perché a me pare che non mettano in evidenza solo quegli spezzoni che contengono spesso o sempre i fatti, le azioni più importanti, e nemmeno permettono solo di capire il cambio del punto di vista. No. È invece come se mettendo le parentesi si cercasse di dare conto di una vergogna, di una cosa che sarebbe meglio tacere. L’effetto che viene creato è di “autenticità”. Del tipo: “non ti dico questa brutta cosa per fare effetto, ma te la dico perché ti serve per capire anche se vorrei tenerla nascosta”, come accade nelle realtà, dove funziona esattamente all’opposto di una narrazione. Le parentesi sono il rossore delle guance. Non so se mi spiego. Ma trovo questa scelta interessante davvero.

Mi si permetta invece un appunto negativo del tutto personale: la parola “immantinente” di pag. 177 è terribile, come dire: mi pare proprio fuori registro 😉 sorry!

Ma dicevo: io sto dalla parte di Davide. E qui ora – avviso – rischio di fare un po’ di spoiler (anticipazione della trama).
All’inizio mi irritava.
Mi irritava il fatto di percepire nella storia relazionale dei personaggi che un qualcosa strideva. Questo Davide sembrava si scusasse per le colpe degli altri (che è una cosa, un sentore, a me famigliare) e mi scocciava che gli altri su questa sua debolezza ci marciassero.
E mi innervosivo perché all’inizio non mi era chiaro dove volesse andare a parare il Campani: sarà mica uno così? Sarà mica complice di questo tipo di atteggiamento? L’idea di mettere in croce un “buono” (nonostante lui), mi innervosiva un po’.
Poi ho capito il gioco. Che e ciò che secondo me rende davvero potente questo scritto: questi minimi “spostamenti” (ingiustizie?) che all’inizio mi irritavano perché mi parevano quasi poco credibili, in verità – quando mi sono scattati i paragoni – ho capito che erano proprio ciò che sta alla base di quel tipo di pressione sociale per la quale altri infieriscono di solito sui più “buoni” – su chi meno si impone – condizionando le loro vite, fin quando non si ribellano dovendosi poi assumere tutte le colpe.
In questo romanzo i benpensanti aggrediscono per difendersi, (senza quasi mai assumersi le loro responsabilità) e la vittima diventa il perfetto carnefice capro espiatorio.
Ed è proprio uno dei meccanismi che più mi disgusta (nella vita reale, eh).
Di fatto, Davide viene portato ad essere quello che diventerà a causa di chi gli sta intorno e continua a giudicarlo; eppure alla fine è ancora lui a farsene carico e a scusarsi. Perché funziona così: quando famigliari, padre, sorella, morosa e moglie, amici, tutti ti abbandonano, ti voltano le spalle è facile cadere sempre più in basso e ad essere portato inevitabilmente a commettere errori.

E una delle principali colpe mai citate ma evidenti è l’incapacità di comunicare, risolta in questo romanzo – nei tempi supplementari della vita dei personaggi – proprio grazie al coraggio di Davide che darà voce a tutto il taciuto per anni, come se solo quando i fatti diventano parola, gli stessi possano essere affrontati e forse risolti, se dall’altra parte c’è un ascolto vero.
Questo pare suggerire la storia. Questo è quanto è arrivato a me.

E la lince della copertina? Che cosa c’entra? Della lince hanno già parlato gli altri

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