Intenso e un po’ mistico

«Nudi come siamo stati» di Ivano Porpora

“Tu sarai un artista, un grande artista. Ma ci sarà del dolore, attorno a te. Come una pietra, sarai… pesante, come una pietra, buona per accendere il fuoco, sarai un’arma buona nelle mani di qualcuno e un sasso per rompere nelle mani di altri. Il dolore che dispenserai non sarà a causa tua, ma sarà dovuto alla tua… natura di pietra.” (Pag. 255).

L’estratto appartiene al romanzo “Nudi come siamo stati” di Ivano Porpora (Marsilio, 2017). Il libro mette in risalto – con una scrittura rotonda e lo stile ricercato – in modo magistrale (pare esagerato, forse, ma è quel che è parso a me) le relazioni, di cui la maggioranza sono viziate, complesse, malate, dolorose, pericolose, ma anche tutte utili e fondamentali: tra discepolo e maestro, tra figli e padri, tra amanti, tra fratelli, tra amici, sociali, famigliari, tra gente di paese. Da una coppia si espandono gli interscambi verso il mondo e viceversa.

Il tema di fondo? Come mi è capitato di leggere su altri libri di recente, direi che sia la colpa. Ma non solo. C’è anche il male, la malattia, la negazione, l’arte, la vita.
Il protagonista, sebbene all’inizio potrebbe sembrare Severo, risulta infine essere Arsène, un pittore francese trasferitosi in Italia dove prende sotto l’ala Severo; è lui non perché meglio riuscito degli altri, ma proprio perché pare essere il perno su cui tutto ruota: mi sbaglierò ma tutte le relazioni del libro passano attraverso lui, o comunque ne comprendono la presenza.
Detto questo, ho fatto un paio di riflessioni: il personaggio, l’artista, il pittore, per quel che accade, per come agisce mi ha ricordato molto il cileno Alejandro Jodorowsky (di cui lessi una sorta di biografia dal titolo che ora non ricordo), per cui nella lettura sono stata costretta costantemente a lottare contro il mio immaginario che mi faceva situare l’ambientazione in relazione allo spagnolo e non al francese. In particolare ho sovrapposto quest’artista con il personaggio pensando alle sue note rappresentazioni teatrali psicomagiche. Ed è in fondo anche questo (la psicomagia) uno dei grandi temi di questo libro infarcito di qualche miracolo e di gente che si dà, che si spende.
Il secondo pensiero è stato invece: Arsène come uno strano Gesù Cristo fattosi uomo nella carne e nel peccato, che si fa carico delle colpe e dei mali delle genti, espiando le proprie e soffrendo per gli altri.
Un libro intenso, un po’ mistico, con una scrittura rotonda e dallo stile ricercato.

EXTRA – RIFLESSIONE COLLATERALE

Sul personaggio (Arsène), che si trova nel libro qui sopra commentato ho fatto una riflessione extra. Preso in considerazione come fosse parte di una storia “vera”. Questo tipo sarebbe considerato un maestro d’arte pittorica (diciamo così) di quelli (dicasi maestri) che io fatico moltissimo a digerire. Ma proprio tanto tanto. E ne ho conosciuti di maestri. Ecco a metà libro ho pensato proprio ad alcuni di loro. Per anni ho praticato un’arte che al “misticismo” ricorre con regolarità, anche all’epico e all’adorazione (circa, eh). I maestri-leggenda, per dire, non ti fanno solo inchinare, ma decidono anche quando e che cosa devi mangiare, e tendono a impartirti lezioni di vita a colpi di sacrifici che superano sempre dei limiti o frasette fatte che lasciano il tempo che trovano. Insomma ho visto un ascetismo – in certi ambienti che ho vissuto direttamente (per fortuna non a casa di Mario 😉 ) – totalizzante. Ho visto cinture nere alzarsi in piedi, davanti a un video in bianco e nero proiettato su un muro durante una pausa, per fare l’inchino a più riprese ogni volta che compariva Funakoshi (fondatore dello stile Shotokan) o a rinunciare al cibo dopo un allenamento durato 5 o 6 ore per un vezzo del maestro, o subire umiliazioni, o a credere a quello che insegnava quattro parate paragonandole concettualmente (?) al segno della croce… In tanti anni, per capirci, l’unico modo reale di apprende alcune tecniche è stato solo il ripeterle migliaia di volte, e ancora migliaia. Ma non era comunque mai sufficiente. Così frequentai un sacco di stage e in ogni stage cercavo di portare a casa qualcosa che rubavo intuitivamente da questi maestri spesso criptici. Perché un conto era apprendere una tecnica, un altro conto era capirla, e un altro conto ancora era assimilarla e portarla idealmente sul tatami. Non dico che la ripetizione non servisse, ma è fondamentale più che per capirla, per automatizzarla. E ho capito un po’ tardi che molti ci marciavano su queste cose taciute o ambigue, sul te lo insegno senza dirtelo, quando secondo me più spesso non sapevano dirtela perché non la sapevano e dunque si atteggiavano a filosofi consegnandoti frasi di Lao-tse piuttosto che frasi del tipo: ricorda, il Karate è questo (e ti mostravano una mano che saliva e scendeva con un po’ di rotazione) e non questo (e ti mostravano una mano che saliva e scendeva con un po’ meno -?- di rotazione, forse), e poi toccava a te capire, ovviamente. E tu pensi, ok: funziona così: più sono mistici e più bravi sono. Poi però un giorno ti capita di incontrare uno come Paolo Bolaffio che la tecnica non te la mostra solo, te la spiega, te la fa sentire e ti dettaglia ogni passaggio per riuscirci, indicando con precisione quel che accade durante ogni segmento e poi ti spiega anche la dinamica, quali concetti di fisica segue e quali parti di anatomia vengono coinvolte e in che modo e che cosa succede al muscolo sollecitato, ecc… E non significa che con ciò uno risolve il mistero, che diventa bravo, che si fa maestro a sua volta, ma solo che il maestro vero ti permette di avvicinartici il più possibile senza fare tanto il criptico. Ti fa davvero risparmiare anni mettendoti a disposizione le sue conoscenze. Ecco, a me quelli che filosofeggiano invece di insegnare, o che ti buttano là la frasetta che se la capisci bene altrimenti problemi tuoi che vuol dire che non sei degna o non sei pronta (la retorica preferita del rapporto maestro-allievo), e quelli che si inventano un lessico diverso per dire cose semplici facendole sembrare altisonanti, mi insospettiscono parecchio. Insomma a diciassette-vent’anni ci sta di permettersi di perdere un po’ di tempo per capire il gioco, per stare dietro a questi narcisi egocentrici, ma oggi… Io cerco di prendere tutto il possibile da un maestro (e nella scrittura, fortuna vuole che ne ho trovato uno buono), ma se questo (parlo ovviamente per ipotesi in riferimento al personaggio del libro!) dovesse fare il “difficile” o gli piacesse fare giochetti come quell’Arsène, be’ ciao, che alla fine se il discorso si riduce al fatto che “devo arrivarci da sola” (magari mentre tu te la ridi o te la godi alle mie spalle, con mia moglie…. parlo sempre del personaggio), non mi serve uno che me lo dica, lo so da me…

Si capisce vero che non amo i guru?

Ps: tanto per chiudere il discorso. L’unico aspetto negativo di quando incontri un “maestro” vero è che poi non ti accontenti più degli altri e rischi – se non puoi seguirlo nel modo che servirebbe – di smettere di imparare; io smisi anche e soprattutto per questo di fare karate, tanti anni fa.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...