Quando la finzione genera domande reali

«Fiction 2.0» di Giulio Mozzi

Ho letto Fiction 2.0 di Giulio Mozzi (Laurana editore, 2017). Ci sono libri di cui si può condividere il pensiero che scaturisce dalla lettura, racconto dopo racconto. Questo non è uno di quei libri. Perché l’autore – nel mio caso – ha dimostrato molto più coraggio di quanto possa dimostrarne io come lettrice.
Quel che è certo è che la lettura di questo libro ha generato in me diverse domande. E già solo per questo è valso il piacere di leggerlo. È di certo un bel libro.

Di questa raccolta di “pezzi” più che di racconti (a preferire questa definizione è lo stesso autore), alla fine resta la curiosità di capire cosa ci possa essere di vero in una finzione e cosa di narrativo nella realtà. Questo libro innesca la finzione nella finzione di un testo pensato per fare di realtà possibili delle finzioni. No, non è un delirio e nemmeno uno scioglilingua. Fiction 2.0 contiene un tot di storie di cui esistono appendici che svelano la “verità” delle stesse in un probabile gioco d’invenzione, forse o forse no: se un autore si presenta dicendoti che mente e che è bravo a farlo, poi aggiunge che le storie di quel libro sono tutte finte comprese le parti vere, a che cosa si dovrà dunque credere realmente?
Ed è proprio questo “gioco” che mi piace un sacco da una parte, e mi inquieta dall’altra: divento matta quando è facile confondere realtà con finzione e viceversa. E a tal proposito ho registrato una frase che ha detto proprio l’autore (Giulio Mozzi) durante una presentazione: “Mentre scrivevo Fiction non cercavo l’inganno, ma il trucco”.
Proverò comunque a dire qualcosa, forse non di tutti i racconti, ma sicuramente di quelli che mi hanno catturata di più.
Dovessi parlare ad esempio del racconto “La fede in Dio” (che poteva pure intitolarsi “Il servo inutile”) – senza scendere troppo nei miei pensieri – parlerei di un maestro invece che di un prete. Un maestro che avrebbe voluto essere servo ma si è scoperto troppe volte inutile, forse, o forse semplicemente l’inutilità è ciò che teme, ché non dipende davvero da lui dalle sue intenzioni, essendo solo una mano visibile di Dio… Questo racconto, infatti, non è davvero – per me – un racconto che parla di fede. Il protagonista ad esempio si interroga parecchio su ciò che dovrebbe o potrebbe essere la Fiction. Già: che cosa è la fiction?, Quando leggo, se mi pare logico quello che c’è scritto, se mi pare che abbia un senso, questo può diventare vero. Ecco, forse reale è ciò che mi emoziona, ma forse anche ciò che può avere un senso, cioè una verità contenuta in sé. Ma si diceva di fiction, che cos’è? «Ciò che non comporta nostre responsabilità, pur essendo reale» suggerisce il protagonista; si potrebbe dunque affermare che al contrario, ciò che comporta una nostra responsabilità, oppure che stimola un senso di responsabilità in noi, diventa “reale”? Come l’autore scrisse sul risvolto di copertina del vecchio libro: «La nostra tradizione culturale assegna alla narrazione di cose non vere il compito – e l’opportunità – di rivelare verità nascoste e superiori». E allora sbaglio a vederci tante “verità”? Che a me interessa poco se gli atti, le gesta, le persone, i luoghi siano frutto di finzione, mi interessano le idee.
«La vostra felicità e la vostra salvezza dipendono solo dalla libera determinazione della vostra volontà» si legge tra le pagine di questo primo racconto. E dunque Giobbe? E le contraddizioni? A me pare dicano esattamente la stessa cosa: tutti figli di Dio, ai quali è stata concessa una certa libera determinazione, in continua lotta tra il bene e il male, tra Dio e Satana, succubi giocoforza e senza attribuire colpe alle loro volontà autoritarie.
Un altro racconto si intitola “Il matrimonio”: l’ho trovato romanticissimo; ovviamente io credo alla versione narrata, non all’allegato. Al di là di questo l’impianto è geniale! Dico, il memoriale che dice una cosa e gli allegati che tentano di smontare tutto…
È parecchio noto invece il racconto “Lettera ai direttori”. Tra le tre combinazioni “racconto-allegato” finora letti, in questo caso mi ha fatto impazzire l’allegato. La lettera, per me, poteva anche non esserci. Oddio: io l’ho percepita totalmente vera, e resto di quest’idea anche dopo aver letto l’allegato. La domanda che mi sono fatta qui è stata: sono chi vorrei essere, o ciò che sono diventata? Il caos che l’autore è riuscito a creare con una sequenza paradossalmente logica inanellando verità su verità, tutte, o quasi, contraddittorie tra loro è eccezionale. Ed è esattamente ciò che avviene spesso quando ci si trova a leggere a destra e a manca le notizie su uno stesso caso, o in relazione a questioni politiche, o economiche, o istituzionali che creano dibattito. Alla fine pare quasi impossibile riuscire a risalire alla verità, e dunque? E dunque, la follia sta nel fatto – come ho detto sopra – che io abbia concluso che la cosa più vera sia la bugia detta da chi è sotto accusa. Ovvero: preferisco credere alla menzogna di una fonte diretta che non a chi cerca di far luce sulla verità. E di questa cosa non riesco nemmeno a vedere quanto ci sia di terribile, perché credo che sia davvero un “danno” cedere al caos, ma non ne trovo né il capo né la coda.
Sul racconto “Di mio padre”. Mi è piaciuto molto, anche in questo caso, l’allegato che – limitandomi a confrontare i due contenuti – so che sembrerà strano ma come per gli altri a me pare non smentire, ma confermare, se non i fatti, di certo quello che aveva in testa Giacomo P., per cui continuo a “credere” a tutto.
“Lettera di conforto” mi ha invece scatenato uno di quelli che chiamano flussi di pensiero. Ed è una di quelle cose che non riporto; me la sono scritta, ma resterà nel mio computer.
“Alzabara”: bel racconto, come gli altri. Questo però non ha assolutamente nulla di “perturbante”. Tranne la notizia allegata: ho infatti stropicciato un po’ il naso per alcune espressioni che in Ticino (questa parte è “ambientata” qui) non si userebbero.
“Narratology” parrebbe essere il racconto a cui l’autore sarebbe più “affezionato”; a me non dispiace il contenuto, ma ha una voce così diversa rispetto agli altri “io narranti”, che non mi ci sono ritrovata molto bene.
Quest’ultimo racconto suddivide in due le parti del libro, che nella seconda sezione ospita alcuni eteronimi dell’autore, ma non solo. E di questi testi non dirò nulla. Non che non abbia un’opinione in merito, ma me la tengo. Mica posso suggerire troppo 

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