Uno di quei libri che non rileggerò

«Sirene» di Laura Pugno

Ho letto “Sirene” di Laura Pugno. È un romanzo crudo e denso di crudeltà, e a modo suo pazzesco: grande immaginario, potente messaggio, immediato, scorrevole, coinvolgente. Ma è anche uno di quei libri che non rileggerò. Più precisamente è uno di quei libri che “potrei” scrivere, ma che non leggerei, mai. Ne parlavo di recente con un amico: a me “non serve” farmi più male (e con male intendo “male anche fisico”, se considero l’incubo fatto la notte dopo essere arrivata alla fine di pagina 66 – da qui in poi ho letto di traverso cercando di non “assorbire” le immagini -; incubo, dicevo, che mi ha fatta ritrovare senza più forze, mezza accasciata davanti al letto con in mano la tenda strappata dalla finestra), dicevo, non mi serve più male di quanto già non conosca “male”.

Come dire: per una misantropa, un testo che incrementi il disgusto per certi comportamenti “umanoidi” non aiuta, non risolve, non lenisce, non salva, e meno che meno consola. Ora, non è che a me serva consolazione. Sia chiaro. Ma nemmeno mi serve stimolare la sensazione di schifo onnipresente derivante dalla “violenza” che tiene banco quotidianamente su questa terra. Perché la sovrapposizione (metafora?) è più che esplicita, è addirittura sfacciata, per quel che è arrivato a me. Scuoterà spero i dormienti. 
Ma in me resta accesa una vecchia curiosità: perché la gente (tanta) ha la necessità di cibarsi di questa materia narrativa? Un amico, forse, mi ha aiutata a trovare una risposta plausibile, che non mi aiuta però a scegliere di nutrirmi o a gustarmi questo tipo di “violenza”.
È troppo. Un conto è apprezzarne l’immaginario (l’aspetto “geniale” della costruzione metaforica, soprattutto se vista da qualcuno che cerca di capire i meccanismi di una storia, la costruzione di un mondo disfunzionale…) un altro è “godere” della violenza narrata. 
Piccola aggiunta – tra i dettagli che ho registrato: il desiderio (non portato a termine, se ben ricordo) di Samuel di voler scuoiare la pelle tatuata della sua Sadako (tatuaggi che riprodurrà su Mia), cosa che mi ha riportato subito alla memoria il libro di Demetrio Paolin, “Conforme alla gloria” che in confronto, però, è quasi all’acqua di rose.

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