Grande autoanalisi, sull’amore poi… da restarne turbati

«Memorie dal sottosuolo» di Fëdor Dostoevskij

Ho letto le Memorie dal sottosuolo, romanzo del 1864 di Fëdor Dostoevskij. E ora mi prendo due minuti per scrivere meglio quello che ne penso. L’ho letto a metà del libro dei Fratelli Karamazov, quasi fosse un intermezzo. Forse anche per questo ci ho visto a tratti lo Starec, dei tempi della sua giovinezza prima della conversione. Ma ciò non mi ha comunque distolta dalla voce del narratore, quell’io che si è messo in gioco.

Sì, alcuni passaggi magari li ho sentiti un pochino forzati, ma poche volte. Altri sono stati interessanti, anche perché a me piace la psicanalisi, figuriamoci l’auto psicanalisi; e in questo comincio a credere si trovi la forza di questo grande autore (il coraggio di dire quel che si pensa, anzi, mostrare il pensiero di ciò che una persona pensa). Ma la parte che mi ha conquistata totalmente è l’intero scambio sentimentale anti-romantico che avviene tra lui e la prostituta: mi ha turbata parecchio. Perché per assurdo mi ha sedotta; nel senso che là vi ho riconosciuto delle verità. E a quel punto tutto ciò che ha fatto da contorno, l’ho percepito a quel punto solo come una costruzione del personaggio, che doveva avere certe caratteristiche per rendere quello scambio verosimile (ma forse a me sarebbe bastato anche solo lo scambio; cioè l’incontro, lo scontro, la pippa moralistica, il reincontro…). 
Quella consapevolezza di perversione, quel sadismo latente che piega comunque entrambe le anime coinvolte sia per un abuso sia per autolacerazione, quell’impossibilità di fare diversamente, quel bisogno di possedere anche senza avere, quel potere inebriante che devasta nel creare legami assoluti, pur senza nemmeno uno sfiorarsi, quel male che sta alla base di certi amori che non saranno mai, che nessuno avrebbe mai il coraggio di ammetterne l’esistenza. Quell’impossibilità assoluta di amare senza distruggere. È tutto mostrato così bene… un capolavoro. 
Per me.

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