Passione, follia, conversione, relazione, psicologia, investigazione… c’è tutto

«I fratelli Karamazov» di Fëdor Dostoevskij

È il mio primo libro di oltre mille pagine. Il primo che leggo. È un romanzo pazzesco (nel senso stretto del termine, ché parecchi personaggi sembrano pazzi per davvero). Premetto che farò dello spoiler.

Scritto da Fëdor Dostoevskij, si intitola “I fratelli Karamazov”. È un classico, e non lo dico io. Una precisazione non così ingenua come potrebbe sembrare. Non dico io che è un classico, perché fino a un paio di anni fa “io” avevo un’idea di ciò che dovevano esser i classici totalmente distorta da ciò che sempre di più mi si svelano. Credevo che i classici fossero irraggiungibili e non (solo) per la quantità di pagine delle quali alcuni sono composti, ma per il contenuto, per la lingua, per il punto di vista, per tutto quello che volete: credevo non fossero alla mia portata, che non fossero alla portata di una non lettrice, che non fossero alla portata di una senza studi alle spalle. Cazzate. Lo ripeto: cazzate!
E un giorno vorrò fare un bel discorsetto a chi mette in giro queste stupidaggini solo per darsi un tono (immagino).

UN LIBRO SULLA PASSIONE; LA STORIA, CIRCA:
Ma veniamo al libro. Provo a riassumere in poche parole la storia a chi, come me, non ne aveva ancora mai sentito parlare. Ci si trova in Russia (anche se a causa della poca attenzione che Dostoevskij presta ai paesaggi, potremmo pure trovarci in Toscana, nomi dei personaggi a parte). Qui ci sta una famiglia come tante, un padre egoista (Fëdor Pavlovič), ma simpatico e sciocco – un donnaiolo, che ama i soldi e fa gaffe per le piazze senza curarsi troppo dell’opinione altrui. Un uomo, geneticamente buffone incontenibile, amante delle belle donne e delle lusinghe. Egli ha tre figli (lasciamo stare avuti con o da chi, che conta poco per la storia: le madri in questo libro o muoiono o impazziscono, le donne, seducono o si innamorano). I tre figli sono: Aleksej detto Alëša, che sarebbe il mezzo santo della situazione, quello che la butta sempre sullo spirituale e che prende in parola la “passione” nell’accezione di Cristo; poi c’è Ivan, severo, più calcolatore, l’intellettuale, diciamo, quello che fa l’intelligente, via, ma non meno appassionato del resto della famiglia. E infine c’è lo scalmanato Dmitrij detto Mitja, perennemente in balia come il padre di tutti i vizi, e in particolare dell’amore. Quel che accade tra questi personaggi e le donne di cui sono un po’ tutti innamorati, i tradimenti o sospetti tali, le paure, le ansie, i furti,… sono alla fin fine la polpa carnosa dell’intero romanzo, che di tanto in tanto, ci butta dentro alcune interessanti disquisizioni filosofiche, religiose, o psicologiche. Restano comunque le vicende umane che in questo libro finiscono sulla pagina con la stessa velocità con cui le ciliegie finiscono nella bocca di un bambino alle prese con una cesta piena di fresca raccolta, a rimandarci oggi alla memoria quegli intrecci da soap-opera tra le più avvincenti, dove come in ogni tragedia che si rispetti ci scappa persino il morto (o più di uno): ma ucciso da chi? Sì, alla fin fine è pure un giallo, con tanto di processo e raccolta di testimonianze. Un gran bel libro per chi ama le storie fitte di colpi di scena romantici e no.

OLTRELATRAMA:
È un libro, o una storia se preferite oggettivamente bella perché ricchissima, che parla come detto di passione e della conversione di un protagonista. E di sponda forse pure un po’ femminista, cioè promotore dell’emancipazione femminile, sì, o forse semplicemente critico verso il “maschio” come “genere”. Una critica, dunque, ma probabilmente con una richiesta di comprensione verso gli uomini, che pur essendo deboli e disgraziati qualcosa di buono ce l’avranno. 
È comunque, al di là dei possibili “messaggi”, un romanzo pieno di aspettative, di immagini, di relazioni, di botte e risposte, di poco sottili “giochi” psicologici, di maschere, di gente in odor di santità e di follie umane, di tensioni e burle…, e pure di molti personaggi i cui nomi spesso vengono sdoppiati se non triplicati, e dunque? Niente, anzi: proprio io che ho molta difficoltà a ricordare i nomi dei personaggi e soprattutto quando sono molti, non me ne sono quasi neanche resa conto, perché sono così bene caratterizzati che come entravano in scena li riconoscevo senza bisogno di sapere come si chiamavano. È stato sempre come averli lì davanti. È infatti una delle cose che maggiormente mi ha affascinata per tutta la lettura: il profilo dei personaggi e le loro iper-relazioni sono, a dir poco, molto coinvolgenti.
Si è detto che è pure un giallo. Sì, ma non davvero solo per la trama, anzi. Il mistero, o meglio i misteri che questo libro cerca di svelare hanno a che fare molto più con l’animo e la psiche degli uomini, che non con le prove e gli indizi; ma soprattutto hanno a che fare con quel che viene chiamato mistero divino, la fede, il credere in un Dio del quale viene messa in discussione l’esistenza con la logica, ma che proprio nella più profonda difficoltà ogni essere senziente tende a vederlo, a sentirlo, a pregarlo, anche solo per essere perdonato. È una continua indagine nel sottosuolo delle persone, per citare un altro suo libro (“Memorie (o testi, secondo la traduzione) dal sottosuolo”) che ho letto di recente. Da una parte la psicologia la fa da padrona in tutte le pagine, per non parlare dei capitoli delle due arringhe finali. Ma anche la religione come detto è un tema costante. Fa forse, l’autore, proselitismo? Forse sì, forse un po’, forse pure tanto, ma ponendo in forse anche la questione stessa, per cui se proselitismo è, è fatto da un punto di vista più “scientifico”, se mi passate il termine, più psicologico. Come fosse una necessità umana credere, per in un certo senso salvarsi. Questo è perlomeno quanto ho capito io.
Non per nulla vi sono alcune dissertazioni, per l’appunto, che trattano proprio questi temi, come il discorso dello starec sul punto di morte, oppure il discorso di Ivan sul suo non ben chiaro ateismo, ovvero sul pane terreno e il libero arbitrio: più che interessante. Macchinosamente geniale. Da rifletterci e rileggere pure. Interessante anche il manoscritto di Aleksej sulla vita dello starec; molto.
E vogliamo parlare del narratore? Ancora chiaro chiaro non mi è. All’inizio mi era parso essere lui, Dostojevskij che parlava del suo “eroe” in modo, come dire, onnisciente, ma dalla scena della cappella iniziale, dove si riuniscono tutti per incontrare lo starec io ho avuto come l’impressione di aver perso il conto dei fratelli (anche per colpa della poca memoria e dell’uso dei nomignoli) a volte ho pensato pure che potesse essere Alëša, ma poi mi sono detta che non era possibile perché veniva spesso nominato dall’esterno: il narratore a volte mi pareva dentro, altre fuori.. E anche se alla fine mi è parso di capire che dovrebbe essere stato un tipo presente al processo ad aver preso nota di tutti gli eventi… non sono del tutto persuasa.
In ogni caso è stato agito un gioco, che forse non ho del tutto compreso.
Giocose sono anche molte scene che mi hanno divertita parecchio, almeno nel primo volume: “divertenti” in quanto tragicomiche, a tal punto da essermene immaginate diverse come messe in scene di una commedia napoletana, sotto la regia di un attore da teatro dialettale ticinese (pur tenendo in considerazione che non ho mai visto una commedia napoletana e ho avuto modo di assistere solo a un paio di teatri dialettali ticinesi). 

LE CITAZIONI:
– “Da noi, chi è caduto una volta rimane a terra per sempre. Che non sia più così. Io desidero alzarmi.” 

– “…a quell’epoca teneva già l’anima fra i denti”.

– “L’uomo non ha mica la pelle di tamburo, signori”.

– “Era il vostro orgoglio a farvi pensare che io fossi stupido”.

– “È cosa terribile cadere nelle mani del Dio vivente”.

L’IMPERDONABILE:
Ma alla fine di mille e rotte pagine non si saprà mai se la fuga di Mitja riuscirà oppure no. E questa cosa – anche se non è il punto – non so mica se gliela perdono… 

LA MIA SCIOCCA DEDICA:

Sciocco grassoccio danzi col sorriso
tra donnine e madri prive di amore,
se non per soldi o un neo in più in viso,
e lacchè fantocci senza pudore.

Come sconfiggere la bella frode?
Chiedilo al nostro grande confessore 
Sciogli le maschere, ascolta la lode
dentro le parole, annienta l’errore.

Chi non si lascia in suo volto guardare
è meno sospetto, semmai inibito,
di chi il saluto fa fatica a dare.

Che non sia facile è ormai stabilito.
C’è ovvio chi compra e chi si fa comprare 
ma anche chi d’amore ha già patito.

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