Quanto paesaggio…

«Il deserto dei tartari» di Dino Buzzati

Se nelle mille pagine dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij ho trovato molti personaggi così ben caratterizzati da mettere in ombra persino quel paio di luoghi descritti, ne «Il deserto dei tartari» di Dino Buzzati, ricordo praticamente un solo personaggio e la sua vita perfettamente rappresentata nell’apatico paesaggio raccontato in tutti i modi possibili, nonostante la sua apparente (ma neanche tanto apparente) immobilità. Quello che mi ha colpito, in fondo, è il gioco frustrante messo in atto: laddove le relazioni “dovrebbero” modificare una situazione, qui, ogni relazione – e iniziano tutte con un buon proposito – alla fine rimette sempre il pallone al centro; non si arriva mai nemmeno davanti alla porta, figuriamoci fare gol; la situazione non viene mai modificata, o quasi mai…

LA STORIA:
Ci sta questo Giovanni, un tipo, un giovane, un soldato attratto da una fortezza che funge da specchietto per le allodole: convinto da una specie di leggenda paesana che sia un onore far parte di quella guarnigione, si mette pure in testa che quell’esperienza sarebbe potuta essere il trampolino di lancio della sua carriera. Ci mette “mezza vita” – si fa per dire, ma insomma… – ad arrivare, e si accorge subito che là non accade niente, tuttavia si lascia convincere da un superiore di rimanerci per qualche mese, che diventerà qualche anno, e… be’, niente, il deserto non è solo una spianata, ci stanno pure delle montagne ai lati.

OLTRELATRAMA:
Ho fatto un po’ fatica all’inizio a entrare e seguire la “storia”, pur essendo scritto in modo semplice; eppur tuttavia è proprio la scrittura ad avermi affaticata. Ne sono abbastanza sicura. Forse Buzzati ci infila “troppe” immagini? In verità non è questo e nemmeno mi hanno disorientata i continui cambi di punti di vista (alla fin fine non so più neppure se abbia continuato con quell’altalena iniziale, se sì, nel corso della lettura mi ci sono abituata). Ma di fatto è scritto in modo “strano”, cioè le frasi mi sono sembrate costruite in modo “strano”. Nel senso: in un modo che non sono abituata. E mi sono anche resa conto che mi ha costretta a leggere con una certa “cantilena” da fiaba. Ecco sì, forse potrei dire che è stato scritto con uno stile fiabesco-poetico, creato con una voce dalla personalità colta, ma anche semplice, non pretenziosa, ma certamente distinguibile, non di per sé meno monotona, a dire il vero, proprio perché è una sola e si protrae per tutto il libro, sempre la stessa, pur essendo ricca di questi spostamenti, che ne caratterizzano l’andamento.

Detto questo, a me è parsa una riuscitissima allegoria del desiderio. Poco importa di che cosa: è applicabile a tutti i desideri, forse. Nel mio caso l’ho vissuto ad esempio come la condizione dell’aspirante scrittore che, arrivato “in cima” non ci trova niente, a parte qualche altro ostacolo e nonostante questo ancora spera di migliorare, di avanzare, di fare carriera, di diventare qualcuno, in fin dei conti: di avere uno scopo nella vita. Ecco, un’allegoria della ricerca di soddisfazione di uno scopo nella vita. Vita che, in questo libro, passa da stato di energia pura a stato di forma decrepita, in seguito a un continuo susseguirsi di fallimenti e immobilità. Una vita profondamente insignificante e noiosa, anche se alla fine parrebbe voler lasciar intendere che, in ogni caso, servono anche questi “gregari”, questi soggetti sacrificabili che tengano in piedi il sistema, la società, così da permettere semmai ad altri di arrivare laddove non si è arrivati noi, sempre per il bene della società. Ma la frustrazione supera di gran lunga il senso d’appagamento del dovere; e l’ego usato fino allo sfinimento cede a fatica la gloria all’ultimo arrivato. «Dietro quel fiume – dirà la gente – ancora dieci chilometri e sarai arrivato. Invece non è mai finita». Sì, il messaggio è chiaro: ogni passione legata a una sorta di desiderio (per la maggior parte, non per i più fortunati) rischia di giungere in un deserto dei tartari seguendo pari pari tante descrizioni trovare nelle pagine lette. Descrizioni che comprendono la percezione del tempo in modi diversi, l’allontanamento da altre realtà a causa della dedizione, un certo spaesamento, la perdita per strada di compagni che rinunciano o prendono altre vie, il riscontro diverso e solitamente meno interessante rispetto alle aspettative… e allora? Che sia un ammonimento a non avere aspirazioni? A vivere rassegnati? A non incamminarsi nemmeno? Non so. Se questo doveva essere, personalmente non ho imparato la lezione, anzi: non voglio imparare questa lezione. 
Poi, sì, volessimo filosofeggiare potremmo inneggiare all’etica del taoismo che aborra i desideri e…, niente, siamo in Occidente e questo non è Siddharta.

Tornando al libro, ammetto che dopo il secondo falso allarme, il terzo mi è venuto un po’ a noia. Sì, a partire dal suo ultimo ritorno alla fortezza, si è tutto così tanto rallentato e appiattito che la metafora con la vecchiaia mi ha depressa non poco. Ecco, dovessi ideare un’avvertenza ai lettori, attraverso un ipotetico bugiardino non li metterei in guardia dalla noia, ma dalla depressione (Controindicazioni ed effetti collaterali: Durante il trattamento con “Il deserto dei tartari” si raccomanda di evitare la sospensione di antidepressivi, perché si possono manifestare delle conseguenze spiacevoli come perdita di stimoli, sudorazione, giramenti di testa, forte desiderio di mettere fine alla propria esistenza, defecazione di feci ricche di aspirazioni morte, e qualche altro disagio marginale. La somministrazione del Deserto dei tartari è fortemente sconsigliata a quei pazienti che nutrono ancora speranza e abbiano – per loro danno – uno o più sogni e/o desideri e/o obiettivi di vita).

La mia, di marcia, anche se a piccoli passi continua. C’è chi nel deserto dei tartari decide dopo un paio di anni di non fermarsi oltre, ma nemmeno di tornare indietro. Io ce la metterò tutta per attraversare ‘sta pianura, per vedere che cosa c’è dall’altra parte, cercando di non venir abbattuta da fuoco amico, come accade nel romanzo… (spoiler di poco conto, a dire il vero).

CITAZIONE:
– «Pensò di essere nel mondo dell’aldilà, apparentemente identico al nostro, solo che le belle cose si avverano secondo i giusti desideri e dopo essere stati soddisfatti si rimane con l’animo in pace, non come quaggiù dove c’è sempre qualcosa che avvelena anche le giornate migliori».

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