«Fin che c’è abbandono (lavoro?!), c’è speranza»

«Works» di Vitaliano Trevisan

«…in un lavoro come questo le divagazioni non esistono, o meglio sono l’opera»

Ecco, per dire del contenuto di “Works” di Vitaliano Trevisan, parafraserei questa sua citazione: «…in un lavoro come questo, la realtà, la vita, la biografia, la verità del narratore non esistono, o meglio sono l’opera». Non storia, ma autobiografia attraverso i lavori e i mestieri di cui il narratore ha fatto esperienza.

TRAMA
E ne ha fatti di mestieri e ne ha cambiati di datori di lavoro!
Formatosi geometra, farà di tutto per non esercitare questa professione, quasi a voler fuggire da un destino segnato dalla volontà di altri. Finisce così a farne di ogni: da disegnatore di mobili a manovale, da muratore a lattoniere, da spacciatore a gelataio, da magazziniere a portiere di notte, da sceneggiatore a scrittore.
Lavori perlopiù che permettono al narratore di far parte degli «invisibili», cioè di coloro che si prestano a fare tutti quei lavori che nessuno vuole fare ma che poi qualcuno fa, lasciando scoprire al lettore che il problema non è il lavoro in sé – di solito – ma i datori e i luoghi di lavoro, che gli operai li fanno scappare generando il luogo comune. Un cul de sac.
In mezzo a questa dannazione (la necessità di doversi guadagnare il pane) scorre la vita, con i suoi fallimenti, le sue idiosincrasie, la costante incapacità di piegarsi ai modi e alle aspettative della società o a quelli di certi ambienti, alle debolezze ricercate, all’autodistruzione quale estrema affrancazione dalla massa, dalla vita, la necessità di perdersi grazie alla perdita di sé, e di esserci proprio per via dell’assenza. Alla fine appare così, il narratore: uno che non molla la propria posizione senza mai sapere quale sia e senza mai fermasi. Coerente fino all’ultimo, fino all’autocritica, fino ai rimpianti, che non lo cambiano ma, anzi, rendendolo sempre più consapevole lo imprigionano dentro la sua stessa dinamica: schiavo della propria ricerca di libertà. Ma non è tutta colpa sua. L’idealismo di un certo senso di giustizia assoluta poco si addice a questo mondo. C’est la vie.

OLTRELATRAMA

Dopo poche pagine, ammetto, l’avevo abbandonato. Quel narratore lì, un po’ tanto egocentrico che non racconta una storia ma cose quotidiane di poco conto, molto simili a quelle che accadono a tutti, ecco mi pareva s’appoggiasse troppo sulla voce, che a dirla tutta – forse dopo 650 pagine una ci fa l’orecchio – oggi mi appare assai familiare, dicevo non mi ha invitata a continuare a girare le pagine. Cosa che ho ripreso a fare circa due anni dopo l’acquisto. Detesto abbandonare i libri.
Oggi sono contenta di averlo ripreso in mano.
Forse proprio per l’averci trovato tanto di familiare.
Oddio, non mi pare perfetto, ci sono alcuni passaggi che mi sono sembrati persino stonati. Non tanti. Ma alcuni troppo troppo famigliari (con la “gl”, e non con la “l” in questo caso) e sentiti così tante volte che mi sono parsi cliché se non nella forma nel pensiero. Come quando dice che va sempre bene picchiare una donna, ché tu non sai perché ma lei sì, o come quando fa il commento agli anni che ancora spettano di pensione alla sorella (“Un quadro idilliaco, non c’è che dire”), e qualche altro passaggio che mi ricorda troppo le solite frasi di casa, che diventano “pose” per niente in linea con la personalità eccentrica o straniante che emerge dalle pagine.
Una critica? No, non davvero, ma una constatazione: non ho mai pensato infatti «ah, cliché da scrittore principiante», ma «ah! Nonostante l’estrema ribellione non è mai riuscito a ripulirsi dalla sua origine, dall’educazione, dalle convenzioni sociali, da quello che gli è stato impresso».
Lo dico diversamente: è come quando rendendomene conto solo in seconda battuta, a me scappano delle espressioni che diceva mia madre, del tipo «Non è un albergo questa casa». Altre volte arrivano anche solo come pensiero che poi censuro, tipo «E io chi sono? La figlia della serva?»… sono automatismi, ecco, che non sopporto, mi danno a noia.
E con questi ci metto anche l’inglese: non ho amato per niente le frasette alla «tu vuò fa’ l’americano». So che l’autore (l’ho letto in un paio di suoi commenti sui social) ritiene l’inglese sua seconda lingua madre, tuttavia non trovo il senso di mostrarlo nel libro (cioè: un inglese tradotto in italiano, non ci lascia espressioni materne; e manco il turco, e che ne so io…). Secondo me non fa nemmeno stile o cifra di scrittura, fa solo «posa». E personalmente mi sono anche sentita irritata perché io, l’inglese, non lo conosco (e sì, esistono persone come me che capiscono meglio il veneto “inutilmente” tra dotto nelle note a pié pagina, che non l’inglese di cui viene data per scontata la conoscenza facendomi sentire inadeguata). Ma ho capito che fa parte di lui. Ecco.
Ho notato in somma che alcune espressioni parassite sono rimaste (immagino in parte per scelta è un po’ per sbaglio) a ingolfare il pensiero del narratore che pare in costante ribellione proprio contro questi automatismi. Un’impressione, solo questo, s’intende. Un’impressione che, però, fa gioco, come se la forma confermasse il contenuto.
Un’altra cosa che ho notato nella prima parte è invece una specie di intento che mi ha intenerita, una sorta di autocensura credo involontaria: quando a volte pare presuntuoso al lettore (o quando rischia di diventarlo troppo), sembra che il narratore si renda conto di esagerare, e così – pur non modificando il pensiero di sé, cioè pur non tradendosi – effettua un transfert passando a descriversi in terza persona, e se all’inizio non ne capivo il gioco, la ragione, a lungo andare mi è parso di identificarci l’espediente per consolare una sua forma di pudore. Pudore, che forse è ciò che in chiusura il narratore chiama vergogna.
C’è poi una parte dedicata alla questione della realizzazione del sé attraverso il lavoro (che mi ricorda la citazione di Charles Darwin – tipo: il lavoro nobilita l’uomo) con l’aggravante dell’«involontario» pregiudizio sugli handicappati – non dell’autore, ma della società. Una parte interessante, che fornisce punti di vista condivisibili ma anche contestabili, fino almeno alla conclusione dove lo stesso autore si interroga: «(…) Ma nessuna volontà di realizzazione attraverso il lavoro, solo la necessità di lavorare per vivere, chiaro, semplice e senza infingimenti. Che fosse in quella necessità la mia realizzazione? Non so nemmeno se la domanda abbia senso. Se ce l’ha, mi è oscuro». Ecco, secondo me sì, ha senso, e sì, forse sta proprio in questa necessità la propria realizzazione: rendersi indipendenti e poter soddisfare le proprie esigenze di vita basilari è una forma di realizzazione mica da poco, e lo dico perché ho visto e so come stanno alcuni che non essendo riusciti ad affrancarsi dal sostegno famigliare si sentono mantenuti e dunque non realizzati. Aggressività e depressione sono loro sorelle quotidiane.
Un’altra annotazione riguarda la parte centrale, per un centinaio di pagine. Purtroppo affatica. Non so bene perché, penso che possa trattarsi di una combinazione di cose: ormai s’è capito l’andazzo e i lavori descritti sono i più monotoni, così come anche le relazioni appaiono come ripetitive e meno interessanti, ma a questo proposito vi invito a non smettete di leggere, perché poi si riprende alla grande. Anzi tutta la seconda parte mi ha proprio catturata.
Bello bello il capitolo «Un uomo giovane in buona salute» compresa la nota di pagina 462, che non riporto per lasciarvela leggere sul libro quando ci arriverete.
A proposito di note: sì, sono gustose, spesso divertenti e interessanti. Qui il narratore gioca sempre ad autodefinirsi “l’autore” in una specie di giochi di rimandi a sé stesso.
NB: Works contiene anche un paio di suggerimenti circa lo sviluppo di una rete di prostituzione legale nel Vicentino e soprattutto in merito alla rivalorizzazione di una struttura abbandonata in un paese che non ricordo, ma ricordo bene che mi sono parsi due progetti geniali! Io appoggerei entrambi e mi auguro che qualcuno li metta in atto.

CONCLUSIONE

Ciò che più ho apprezzato di questo libro? Mi ci sono spesso riconosciuta, in tante, tantissime cose – non in tutte! – ma nelle sensibilità, in certe posizioni, nelle riflessioni, in molte conclusioni, in alcuni tentativi, in quasi tutte le considerazioni, nella propria percezione rispetto al resto, e pure in parecchi lavori, anche se il narratore li ha estremizzati tutti, mentre io ne ho avuto a tratti piccoli assaggi, qb, penso a certi cantieri dove aiutavo nei lavori da elettricista, sulle solette, o a strattonare fili da sostituire, o sospesa a decine di metri su ponteggi mica tanto sicuri, coi piedi penzoloni, o quando facevo la guardiana notturna e le notti e i giorni che si confondono, o lavoravo come cassiera e a sistemare la merce sugli scaffali… esperienze comuni, portano a diventare più solidali. E se queste esperienze non rientrano nel vostro curriculum credo possa essere forse ancora più interessante la lettura di questo libro.

SULLA LINGUA/VOCE

All’inizio la voce del narratore mi aveva colpito, ma dopo un centinaio di pagine non sono più riuscita a farci caso. Come quando vado in Veneto: l’accento all’inizio mi è molto poco famigliare ma il giorno dopo rischio di prenderne già la cadenza, e quando mi diventa famigliare non mi rendo più conto. Magari potrei persino aver preso in questi due mesi un po’ del suo “modo”. Diverso mi è invece capitato ad esempio con la voce di Buzzati, che fino all’ultima è stata particolare, o quella di Arbasino.
Per il resto temo di non avere gli strumenti per fare un’analisi stilistica approfondita e dettagliata. Purtroppo. Ho notato solo alcuni salti nei tempi verbali, che spostano certe azioni più vive dal passato al presente, con una meccanicità un po’ forzata ma non artificiosa, perché il salto avviene con l’aumento della tensione narrativa (in quanto contenuti), aumentandone l’effetto; e questo con una certa ricorrenza; ho notato anche parecchi discorsi indiretti liberi che tendono a portare sulla scena il lettore stesso, rendendolo partecipe alla tensione narrativa del momento. La scelta di modificare l’io narrante a tratti – come ho già scritto – crea quel distacco invece utile a permettere al narratore di mettersi di fianco al lettore, e prendere la distanza da sé stesso, e questo in particolare è un agire sulla pagina che finora non avevo mai notato (purtroppo ho poche conoscenze e non riesco dunque a trovare eventuali esempi filologici da confrontare, ma in Works funziona). Ci sono pochi flash back, e spesso autoreferenziali circa opere già scritte o rimandi a capitoli già letti o che si incontreranno strada facendo, una forma audace, ma che non genera l’effetto incensario come capita a volte, perché qui viene percepito come un aiuto al lettore, ed è apprezzabile, sempre secondo me. La sintassi è semplice e diretta, di facile comprensione non pretenziosa, sempre secondo me, ma allo stesso tempo è stato usato un lessico molto preciso, dettagliato, non casuale e molto tecnico, cioè un linguaggio che aderisce alle circostanze narrate e ai mestieri descritti conferendo autenticità alla scrittura. Ho trovato pochissime metafore, mentre qualche similitudine mi pare di ricordare che ci fosse, più tra un’esperienza con l’altra che non tra una espressione e l’altra. E questa credo sia una cifra stilistica volta a valorizzare – di nuovo – l’autenticità della scrittura e la rinuncia alla manipolazione, cosa abbastanza rara come scelta narrativa. Scelta che mi azzarderei dire che vada a braccetto con l’assenza di quella tendenza al sovraccarico di retorica. Non ho individuato un sistema di immagini forte, se non quella della periferia che fa da sfondo non solo ambientale ma anche sociale e soprattutto narrativo. Questa forse la metafora costante che resta sottotraccia, e ha una potenza non irrilevante. Anzi. Ecco, direi che sono le uniche cose che ho notato, ma forse non c’entrano niente… e ho sbagliato tutto.

CITAZIONI

⁃ «È triste essere un osservatore, rende malinconici. Anche viceversa.»
⁃ «Resta il diritto, per chi resta fuori, di non essere compreso in quel tutti»
⁃ «Del resto, quando si cammina ai margini, non c’è spazio per gli assembramenti, si incrociano solo individui.»
⁃ «Un buon venditore dovrebbe essere sempre in grado di tirar fuori un cinque per cento dalla manica, per così dire. È come giocare a poker, fare il venditore, o peggio ancora a scacchi. Non fa per me, che ho una natura violenta, questo sì, ma non così violenta»

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