«Il taccuino di Ginevra» tutta la vita!

«Atlante occidentale» di Daniele Del Giudice

Ho appena chiuso la quarta di copertina del romanzo intitolato «Atlante occidentale» di Daniele Del Giudice e la cosa che mi è piaciuta di più, che ho trovato più “autentica” e interessante e bella a modo suo e scevra persino di cliché è l’annesso, cioè l’inserto del «Taccuino di Ginevra» dove non c’è un tentativo di comprensione della città sul Lemano, non si percepisce la presunzione di fare discorsi alti, non ci sono letture filosofeggianti (che non tutte nel romanzo mi hanno convinta), ma soprattutto dove c’è un personaggio “scrittore” che riconosco come vero, anzi dove tutti i personaggi sono credibilissimi e non spolverati o imbellettati. «Il taccuino di Ginevra» mi è piaciuto molto. Ma il libro letto in verità è un altro e si intitola per l’appunto «Atlante occidentale». Non che sia un brutto libro, eh! No, no. Anzi. L’idea in sé mi piace molto: il confronto tra la concretezza di un metafisico del CERN e l’immaginazione di uno scrittore ha un fascino che subisco da tempo, e corrisponde ad esempio alla frizione che mette in moto il motore narrativo della serie tv “Castle, detective tra le righe”, cioè il confronto del modo di pensare di un poliziotto rispetto a quello di un giallista. (Divertentissimo). Realtà contro immaginazione.

Tuttavia, ci son cose che proprio non ho trovato piacevoli. Anzi a fronte di cose molto belle, ne ho trovate altre che mi hanno “irritata”.

LA TRAMA
È anzitutto un romanzo sull’amicizia. Sull’incontro di due persone che hanno una passione comune (l’aviazione da diporto) pur essendo di pensiero (formazione) opposto. E di come si cercano, incuriosisti l’un l’altro da ciò che non conoscono, e di come si vanno incontro con titubanza attraverso questa scoperta reciproca. Di come poco a poco prendono a fidarsi e poi a imparare l’uno dall’altro. È dunque una storia su come una relazione di amicizia possa nascere e arricchire. Complice l’essere stranieri a loro stessi, individui soli che si ritrovano in un luogo a loro anonimo e asettico (il loro punto di vista d’italiani in Svizzera, come lo percepisco io), due uomini uniti da un non luogo (il CERN) che li porta a cercarsi per sentirsi anche meno soli.

«…Brahe pensò che l’amicizia ha pudore delle cose più ingombranti, che sono implicite e di cui non si parla, e passa invece dove può passare, attraverso piccole attenzioni (…), che poco alla volta costituiscono un’abitudine e una memoria.»

Ho apprezzato molto questa descrizione che sintetizza il romanzo. L’ho apprezzata perché la condivido in pieno, e per niente. Per niente, perché credo che un’amicizia vada ben oltre alla relazione descritta nel libro (altrimenti è solo conoscenza), ma la condivido in pieno nel contesto perché difatti tra i personaggi non c’è amicizia ma per ora solo una conoscenza che sta diventando però poco a poco qualcosa in più, è insomma in corso un approfondimento reciproco e, in questo caso, è perfetto perché si intuisce la ragione di certa distanza e la cautela tipica di questi momenti iniziali, quando si cerca di conoscere l’altro e si devono prendere ancora tutte le misure. Momenti iniziali che possono durare anche anni.

Loro sono uno scrittore e uno scienziato (fisico del CERN). Gli incontri avvengono tutti a Ginevra e poco a poco si rivelano utili per conoscersi meglio, ma anche quali stimoli per nuove riflessioni. L’interessante è per l’appunto l’inevitabile, ovvero il confronto dello sguardo dei due rispetto alle cose del mondo. E il ribaltamento dello stesso: laddove si penserebbe che lo scrittore sia dotato di immaginazione mentre lo scienziato, di razionalità; si giungerà in fretta a intuire che lo scrittore ha la tendenza a descrivere cioè che vede ed esiste, mentre lo scienziato cerca ciò che non c’è! Ed è dunque ancora più immaginifico.
Vi è poi una serie di riflessioni su tempo e oggetti che vengono presentati al lettore mettendo come detto a confronto le due visioni.
Uno di questi momenti è ad esempio la descrizione dei fuochi pirotecnici, che personalmente ho saltata quasi per intero (dalla seconda o terza pagina in poi… ) davvero!, una noia imbarazzante che ridondava di quella ricerca romantica e paratecnica d’uso tra quelle penne che si divertono a tirarla per le lunghe, convinte, immagino, di raccogliere infine un bell’applauso per la bravura. Per me ne bastava un quinto se si voleva calcare la differenza tra i due sguardi.

C’è però una parte bellissima del romanzo ed è la fine: una meraviglia da pagina 158 a pagina 161!

OLTRELATRAMA
Sin dal primo capitoletto, ho fatto una riflessione ricorrente. Un ragionamento che mi è già capitato di fare anche in tanti altri libri.
Per un lettore svizzero (ticinese nello specifico, vista la lingua condivisa) è sempre “straniante” – così io, ma credo anche per altri – leggere romanzi ambientati in Svizzera scritti da altri, e in questo caso da italiani. È questione di punti di vista (culturali, di costume, sociali). Soprattutto nelle descrizioni. Perché anche nella totale sospensione di giudizio, subentra il paragone. Ad esempio, mi ha straniata la descrizione del traffico nel quale si immettono i due protagonisti, per strada in auto sul lungolago di Ginevra: «Entrarono in città da ovest, seguendo il senso delle nervature, tagliando lungo i viali larghi dove i cristalli delle banche e delle gioiellerie riflettevano spicchi di cielo azzurro in alto, e in basso l’immagine lunga della loro auto ferma a semafori con poca coda; seguirono linee di traffico fluido, ordinato, con macchine che giravano piano agli angoli o si incolonnavano dritte come su binari e guidatori così composti e protetti che le bande trasversali delle cinture sembravano soltanto un ornamento militare.>
Ecco: a me pare la descrizione di una situazione distopica. E per capire il motivo devo fare un doppio lavoro, pensare cioè che l’autore è italiano e che sta descrivendo qualcosa che per lui forse non è normale (cosa che è per me), per cui sottolinea qualcosa che a lui sembra un eccesso di ordine, mentre per me sarebbe la sua normalità ad essere eccessivamente disordinata. E così riesco a ricalibrare il tono. Se scrivessi io una frase simile, ambientata qui in Svizzera, lascerei intendere che ci sia uno spostamento verso un mondo altro e meccanizzato… Grazie al «taccuino di Ginevra», ho comunque scoperto che l’autore vi è stato sette giorni, periodo brevissimo che mi permette di comprendere meglio la percezione di un punto di vista «da turista di passaggio». Nel romanzo però non è chiarissimo. Anzi pare che entrambi abbiano una casa in cui vivono, e si lascia intendere sin dall’inizio che si sono già visti più volte incrociandosi nei cieli, e questo sposta molto la percezione della narrazione da parte di un lettore. Secondo me. In somma: se scrivessi un romanzo lasciando intendere che il punto di vista del narratore sia di un locale, di un residente, credo che il novanta per cento delle mie considerazioni da ticinese su Napoli andrebbero decisamente riviste. E guarda caso gli unici libri ambientati in Svizzera che ho letto senza avere annotazioni da “cliché turistici” (cioè cliché su come da fuori si vede la Svizzera) sono quelli di un autore che ha ambientato tutti i suoi romanzi in Svizzera, e che amo, e cioè quelli dell’elvetico Friedrich Dürrenmatt.

Riferire di un luogo attraverso confronti, invece, genera spesso dei possibili spostamenti o riduzioni e lo spiega paradossalmente bene lo stesso Daniele Del Giudice: “…da più di mezzo secolo – si legge nel romanzo – tutto era cambiato, eppure una straordinaria legge di conservazione dell’immaginario e della percezione riconduceva tutto a come era prima.”

È questo, per me, uno dei grandi limiti anche della comunicazione (dialogo) in molte relazioni. Riuscire a dire qualcosa di diverso rispetto a ciò che l’interlocutore si aspetta è spessissimo faticoso e deve giocoforza attraversare un percorso tortuoso, perché genera anzitutto una prima incomprensione o fraintendimento, poi di solito sopraggiunge il dubbio, e c’è dunque la messa in discussione di chi dice e della sua sincerità, a quel punto occorre un certo lavorio del “sincero-bugiardo” per ristabilire la fiducia cercando di spiegare il possibile fraintendimento (se lo si coglie), e dall’altra parte sarebbe auspicabile se non l’accettazione di qualcosa di diverso, almeno l’abbandono della diffidenza. Una piccola apertura. E solo a quel punto, magari si riesce a dire, facendosi forse capire. Ugualmente se non corrispondiamo alle convenzioni sociali standard.
Difficile mantenersi fuori dal “gregge”, frequentandolo. E qui intendo gregge non con accezione negativa, ma solo come collettività dall’immaginario o dall’esperienza e conoscenza omogenea.
È in fondo quello che capita quando si incontra qualcuno di altre culture. Spesso chi viene da fuori conosce già un po’ le regole interne, ma chi è dentro resta di solito al punto fermo della diffidenza. È faticoso. Ci sono “stranieri” anche in casa, a volte. Altri immaginari. Altri pensieri. Altri sentimenti. Altri diversi.
Ed è questa distanza che mi sono trovata ad affrontare leggendo «Atlante Occidentale», mentre non ce l’ho avuta per niente leggendo «Il taccuino di Ginevra».

Quelle riflessioni belle, però, alcuni confronti tra mente narrativa e mente scientifica che mi hanno fatto godere, mi hanno aiutata anche a superare i «cliché elvetici», ma non la scelta dei tempi verbali.
In questo caso proprio non sono riuscita, da lettrice, ad apprezzare il cambio dei tempi verbali negli stessi paragrafi. Cioè ogni volta che in due frasi descrittive di uno stesso momento, di stessa azione in corso, l’autore mi passava dal passato remoto, al presente e poi al passato prossimo, è sempre stato come se al tavolo di un ristorante mentre cercavo di mettermi in bocca un boccone di tagliata di tonno, mi avessero dato un calcio a una gamba della sedia. E io mi sono distratta ogni volta, e alla terza consecutiva mi veniva voglia di buttare boccone forchetta e piatto, alzarmi e uscire dal ristorante. Bloccarmi un’azione, smezzare un’immagine in costruzione per costringermi a rielaborarla (perché è questo che mi è capitato per tutto il libro) è paragonabile al coito interrotto. Poi certo mi è chiaro il motivo: «Quella simultaneità che l’autore traduce in scrittura, moltiplicando i tempi verbali (…) fino ad accavallarli uno sull’altro come fossero “distanze focali”, “profondità di campo”.» (lo scrive anche Enzo Rammairone nella prefazione delle pagine del “Taccuino di Ginevra” in calce al romanzo).
Sarà che amo una scrittura meno ragionata e più spontanea (come nel Taccuino).

TRA ALTRI CLICHÉ
La battuta sull’esorcizzazione della guerra in quanto paese di pace, come se i fuochi d’artificio si facessero solo a Ginevra, è pari al cliché americano che vorrebbe gli States sul podio dei paesi più avanzati e lo dimostrerebbe il fatto che per primi arrivarono sulla luna (eppure quasi li fregano i russi, dei quali la percezione che si ha non è esattamente quella di paese avanzato). Un “prima” che l’autore non ritiene però sufficiente a farlo sentire a suo agio, dice. Mentre a me vien da pensare che avrebbe potuto approfittare di un non minor cliché, ma forse più calzante per quel passaggio e per il romanzo in sé, e ricordare ad esempio la nota mancanza di radici storiche che pare sospendere l’America in un vuoto temporale, come se fino a poche centinaia di anni prima non esistesse nemmeno la terra stessa. (Che questo sì che lo si percepisce; e sì, ci sono stata, un pochino, ma ci sono stata: tre volte a New York, Philadelphia; Phoenix; tre mesi a Santa Monica L.A. e dintorni; Santa Barbara e San Diego. Non so come si facesse a pensare che fossero più avanti se non pensandolo come pregiudizio esterofilo, secondo me). Abbiate pazienza, è che ho trovato strane queste scivolate su banalità poco utili. Soprattutto a fronte di ciò che mi pare aspirasse questo romanzo.

CITAZIONI:
Alcuni passaggi letti su “Atlante occidentale” di Daniele Del Giudice mi sono comunque piaciuti molto. Esagero: moltissimo. Perché è sempre bene quando ci si identifica. Quando un qualcosa di nostro lo ritroviamo in qualcun altro diventa più vero, e in un qualche modo più “buono” e “giusto”. Ma soprattutto contengono ampie lezioni di scrittura in poche frasi: su paesaggio, ambiente, personaggi e relazioni, e pure sulla sospensione del giudizio. Cioè su tutto. Ma non dappertutto… purtroppo.

• «Tutta la mia vita, tutto il mio lavoro non è stato altro che raccordare le persone agli oggetti, e gli oggetti all’esperienza e ai sentimenti, alla percezione di sé, alle idee.»
• «Però è curioso, uno le chiede di vedere e lei vede una Chevrolet, un battello, un tomahawk, un tagliaerba. Le persone le vede solo dopo, e vede soprattutto le loro posizioni nello spazio o quello che fanno o i vestiti e dove sono. Però se uno le chiede di lei, lei pensa subito di essere qualcuno. Non le pare esagerato?»
• «Lei da ragazzo sarà stato portato per la matematica, o per le scienze. Io ero portato per le persone. Me ne intendevo per istinto, come un animale.»
• «…i libri di Epstein erano tutti insieme, ma in diverse lingue, e diversi per altezza e formato; era buffo che le stesse storie avessero vesti così variate. Guardò le foto nei risvolti delle copertine e gli sembrò che di libro in libro il suo modo di vestire diventasse più libero e naturale: spariva la giacca, spariva la cravatta, il collo della camicia diventava più aperto, e largo. Anche la faccia si modificava: più intensa e distaccata, più ironica e precisa, sempre più stupita, e solare».
Tre o quattro pagine più avanti…
• «…Gli sembrò che i manici fossero sempre più colorati, che si riducesse la porzione di ferro e la presenza del grigio. Gli piaceva che anche l’utile stesse diventando a colori, come le scarpe e i vestiti, gli sembrava che così fosse tutto più leggero, meno importante. Anche il significato, pensò, sta diventando sempre più leggero, probabilmente a colori».

IN CONCLUSIONE
Sono contenta di aver letto questo romanzo soprattutto perché ho avuto modo di ragionare su tutte queste cose che ho riassunto in questa nota. Per cui ringrazio Greta Bertella che lo aveva consigliato in un suo post su facebook. Di fatto quando un libro mi fa scrivere tanto un valore ce l’ha per forza! Ma non solo: tolte le sbavature e le irritazioni personali – lo consiglierei pure. Non per conoscere Ginevra o la Svizzera 😉 ma per tutto il resto – vale la pena faticare anche con i verbi – e soprattutto quale stimolo per riflettere sugli sguardi diversi.

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