Opera Nuova n. 19, 2019/1

La copertina del nuovo numero di Opera Nuova

«Oltre i confini della realtà: il fantastico» è il titolo del nuovo numero (cartaceo) del volumetto «Opera Nuova», Rivista internazionale di scritture e scrittori, n.19, 2019/1 (www.operanuova.com) a cura di Luca Cignetti.

A lui, la mia (nostra) gratitudine per lo spazio che la rivista ha dedicato ai racconti di alcuni partecipanti al corso “La cura di un racconto che si è tenuto l’anno scorso a Locarno, sotto la guida di Giulio Mozzi; laboratorio di scrittura creativa che torna anche quest’anno.

Per la rivista – e ne sono lusingata – mi è stato chiesto di scrivere l’introduzione che copio/incollo qui di seguito (previa autorizzazione) anche perché contiene (nella parte finale) i titoli dei racconti e il nome degli autori, che ringrazio anche perché chi lavora e propone i propri racconti per Opera Nuova lo fa per passione.

Per questo ringrazio anche il comitato scientifico e di redazione:

Da ultimo ma non ultimo, in calce a questo articolo, mi permetto di inserire (sempre in segno di gratitudine) la copia della pagina con le informazioni per chi volesse abbonarsi a questa coraggiosa Rivista. 

Oltre i confini della realtà: il fantastico

di Ma.Ma.

“L’etimologia del lemma «fantastico» deriva dal greco phantastikòs, il quale a sua volta è un’estensione di phantasia, cioè immagine che appare, finto, non vero, immaginato. Già Sigmund Freud trattò in una conferenza del 1907 il tema legato alla fantasia di chi scrive (poi riportata nel libro «Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio», ed. Boringhieri). In un capitolo specifico sottolinea l’origine infantile della stessa, laddove il bambino si inventa storie per gioco, godendone fin quando viene «costretto» suo malgrado ad abbandonare la propria «immaginazione», ma come dice Freud: «chi conosce la vita interiore dell’uomo, sa che non vi è cosa più difficile della rinuncia a un piacere già una volta gustato. (…) Io ritengo – aggiunse – che la maggior parte degli uomini, in qualche epoca della vita, si dedichi a fantasie. È questo un fatto che è stato trascurato per molto tempo e di cui non è stata quindi valutata appieno l’importanza. (…) L’adulto si vergogna delle sue fantasie e le nasconde agli altri, coltivandole entro di sé come cose assolutamente private e intime: in genere preferisce confessare le proprie colpe piuttosto che comunicare le proprie fantasie» perché sa che da lui ci si aspetta che agisca nel mondo reale. Tra queste fantasie però non ci sono più i giochi del bambino che finge di essere adulto, ma verità nascoste nella realtà che trovano una loro voce. 
Da qui anche il perturbante (altro capitolo dedicato nel libro citato) o l’Horror, certe fiabe salvifiche che si fanno metafore di situazioni di vita, per non parlare delle profetiche paure nascoste nella fantascienza; tutte sfumature narrative che possono andare ben oltre il semplice intrattenimento. D’altronde è proprio nel nostro vissuto primordiale che risiedono le emotività più ataviche, e dunque più potenti. Che l’uomo non abbia mai smesso di dare forma alle proprie immaginazioni rielaborando la realtà, lo attesta la produzione mondiale e l’apprezzamento di chi legge il fantastico. E anche nel nostro piccolo, fanno onore al genere gli inediti qui pubblicati che spaziano dalla favola, con evidente intento morale esplicito, al cosiddetto realismo magico. Una dozzina di racconti ricchi di inventiva, ma non per questo privi di significati gravidi di spessore, a dipendenza del livello di lettura. Perché questo è spesso uno dei grandi meriti del fantastico: la stratificazione di significati più o meno impegnativi, ma tradotti con una certa semplicità, che nella scrittura è sempre un valore aggiunto e non è da confondersi con la banalità. Rendere un testo accessibile al lettore, anche laddove non si miri a veicolare una morale ma solo al turbamento o alla sollecitazione dei sensi, è la sintesi più pura di ciò a cui dovrebbe aspirare l’arte della scrittura. 
Un gioco, dunque, ma che si è fatto terribilmente serio e soprattutto credibile, cosa per nulla evidente quando ci si ritrova a manipolare materia fuori dal mondo del reale. «Il bravo scrittore», scrive Giulio Mozzi nel manuale «L’officina della parola – Dalla notizia al romanzo: generi, stili e registri di scrittura» (redatto con Stefano Brugnolo, Sironi Editore, 2014), «sa persuaderci della verità di una certa storia anche se essa è inverosimile. Il poeta inglese Samuel Taylor Coleridge scrisse che la “fede poetica” consiste in una “volontaria sospensione dell’incredulità.” Quando un romanzo ci dà quell’impressione di autosufficienza, di essersi emancipato dalla realtà reale, di contenere in sé tutto ciò che gli occorre per esistere, ha raggiunto la massima capacità persuasiva. Riesce allora a sedurre i lettori e a far credere loro ciò che racconta, qualcosa che i buoni, i grandi romanzi non sembrano raccontarci perché piuttosto ce lo fanno vivere, condividere mediante la persuasività di cui sono dotati.» 
Proprio sotto la guida di Giulio Mozzi (scrittore già pubblicato da Einaudi, Mondadori, e altri; docente di scrittura e fondatore della Bottega di narrazione di Milano; oltre che talent scout e consulente per Marsilio editore) hanno avuto modo di esercitarsi la maggior parte degli autori (esordienti e non) che sono presenti con i loro racconti in questa sezione tematica di Opera Nuova. Per dovere di cronaca li citiamo tutti, partendo dai titoli: Doc 498.000 di Sylvia Bagli; Le città circolari di Giovanni Bruno; Dies irae di Sabrina Caregnato; Il fiore rosso e la stella di Angela Curatolo (Angie Mary); Mosca in bocca di Wanda Luban; Il tram di Anna Maria Di Brina; La leggenda della grande carestia e La rondine e l’allocco» di Duilio Pariettii, L’ultima neve di Roberta Plebanini. Con loro, e una decina di altri corsisti, l’autunno scorso, si è tenuto un laboratorio di scrittura creativa, o come preferisco definirlo io, di scrittura narrativa, sotto il titolo La cura di un racconto. Un corso che ha permesso non solo di ragionare sui testi dei partecipanti provenienti da tutto il Cantone, dall’Italia e persino da Grono e Ginevra, ma anche di mettere in relazione gli stessi, in un ambiente che ha generato scambi reciproci di idee, lasciando ben intendere quanto sia sempre fertile il territorio della narrazione. 
Anche quest’anno si ripeterà il laboratorio, sempre a Locarno in Villa Scazziga. Da territorio in territorio, lo stesso plauso spetta a Opera Nuova che riunisce a sua volta in uno stesso contenitore più voci, alcune fresche altre più mature, nazionali e internazionali, mettendole giocoforza in relazione o a confronto (e, si sa, il confronto genera sempre crescita artistica). Ai racconti di chi già ha avuto modo di incontrarsi dal vivo, si sono qui aggiunti Lo smemorato di Federico A. Realino; Il silenzio del verbo di Tiziano Uria; Il castello di Agliè di Edoardo Moncada.”

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