Ragazzi, state vicino ai vostri vecchi

«Il vecchio e il mare» di Ernest Hemingway

Ecco, questo è un libro speciale e lo dice il mio corpo non io. Le prime dodici pagine le ho lette con la pelle d’oca costante. «Il vecchio e il mare» di Ernest Hemingway è di una tenerezza infinita. Quanta umiltà di pensiero è racchiusa già solo nelle prime venti pagine: l’accudimento del giovane verso il vecchio, i ricordi del passato, delle belle esperienze fatte insieme, pezzi di vita che mantengono in vita, e il pensiero che vaga nelle passioni verso il baseball, la cena servita, la notte senza sogni tempestosi… È così: questo romanzo mi ha fatto sciogliere lo stomaco. 
Lo so, eh, che dovrei dire che si tratta di un inno alla resistenza, alla caparbietà, alla lotta contro la fine… ma per me no, per me è l’esatto opposto: è una richiesta di attenzione verso gli anziani, a non abbandonarli perché sono preziosi: «“Devi metterti a posto in fretta (ndr: disse il ragazzo al vecchio), perché ho ancora molto da imparare, e tu puoi insegnarmi tutto…”»

LA STORIA, CIRCA:

È da parecchio tempo che ormai il vecchio pescatore Santiago non riesce più a catturare un pesce, tanto che la gente del paese lo indica come sfortunato. Siamo a Cuba. Solo un ragazzo crede ancora in lui. Gli darà un’esca buona, fresca, tra le altre, e il vecchio tornerà in mare. Da solo. Lui, i suoi remi, le sue esche, e la sua volontà di dimostrare a sé stesso e al mondo (al ragazzo) di essere ancora utile a qualcosa. Un vecchio a dirla tutta in gran forma a giudicare dall’estenuante lotta che oggi manco il ventenne più gagliardo riuscirebbe a reggere. Insomma. Non vi dirò come andrà a finire, ma il pesce enorme in un certo senso lo piglia, ma non basta fargli ingoiare l’esca, e i problemi cresceranno sempre di più…

OLTRELATRAMA:

Tre cose: è un libro come detto all’inizio – sempre secondo me, eh – che sensibilizza sull’indispensabile rapporto tra giovani e vecchi, ma anche sulle problematiche ambientali o se volete sul rapporto uomo-natura e che ha una forza narrativa molto speciale più che per ciò che ha “messo”, per ciò che NON ha “messo”.

Parto dal primo punto con una citazione di Santiago che si trova in mare: «”Come vorrei che ci fosse il ragazzo. Per potermi aiutare e per vedere questa cosa”. Nessuno dovrebbe mai restar solo, da vecchio, pensò.» (…) E parecchie pagine più avanti aggiunge: «”Pesce”, disse con sommessa voce “resterò con te fino alla morte”».
E non aggiungo altro perché sono certa che sia sufficiente.

In quanto al côté ambientalista, Hemingway pur mettendo in contrapposizione l’uomo e la natura, due forze estreme, mette allo stesso modo a confronto la natura contro la natura, in quell’espressione cannibalesca con cui ben inscena come “pesce mangia pesce”. Ed è forse questo un riscatto, un mettersi alla pari con la natura stessa restandone comunque alla fine vinto. Detto questo, vi è anche la parte dedicata alle tartarughe che sensibilizza molto: «“No” disse il ragazzo. “Ma vedrò qualcosa che lui non riesce a vedere, magari un gabbiano al lavoro, e lo farò venir fuori dietro a un delfino.” “Ha gli occhi così mal ridotti?” “È quasi cieco.” “Strano” disse il vecchio. “Non è mai andato a caccia di tartarughe. È questo che uccide gli occhi.” “Ma tu sei andato a caccia di tartarughe per anni e anni, lungo la Mosquito Coast, eppure hai gli occhi buoni.” “Io sono un vecchio strano.”»

«Molti sono spietati con le tartarughe perché il cuore della tartaruga batte per molte ore dopo che è stata tagliata e squartata. Ma il vecchio pensava: anch’io ho il cuore così e piedi e mani che assomigliano ai loro.»

Infine, la terza parte, il non detto. Quando pensavo a questo libro non potevo fare altro che temere un flusso di pensieri paranoici: insomma, un vecchio, da solo, in mezzo al mare, a lottare contro la natura, così viene di solito presentato, per cui mi dicevo, cavoli starà in paranoia tutto il tempo a pensare ai fatti suoi, alla sua vita, e a porsi tutte quelle domande filosofiche dell’essere e non essere, sul che cosa ha fatto di buono o di male nella vita e invece, invece no. Niente di tutto questo. C’è solo lui, il pesce, la stanchezza, la fame, le ferite, le bastonate: sono rimasta sbalordita. Non so come non abbia fatto a cedere alla tentazione di partire per la tangente.

Un grande libro, un gran bel libro, che mi ricorda tra l’altro una vignetta dove un Vecchio tiene per mano un bambino, spiegandogli le cose della vita.

LE CITAZIONI:

– «Non lo disse ad alta voce perché sapeva che a dirle, le cose belle non succedono.»
– «Mi piacerebbe vederlo. Mi piacerebbe vederlo un momento solo per sapere contro che cosa devo combattere.»
– «Ma sono degni di mangiarlo? No, no di certo. Non c’è nessuno degno di mangiarlo, con questo suo nobile contegno e questa sua grande dignità.»

– «Il vecchio lo prese e lo bevve. “Mi hanno battuto, Manolin” disse. “Mi hanno proprio battuto.” “Ma non ti ha battuto lui. Il pesce.” “No. Davvero. È stato dopo. (…) L’oceano è molto grande, e una barca è piccola e difficile da vedere” disse il vecchio: “Mi sei mancato”. (…) “Ora torniamo a pescare insieme” (…) “Non dimenticarti di dire a Pedrico che la testa è sua.” “No. Mi ricorderò.” Quando il ragazzo uscì dalla porta e scese la strada rocciosa di coralli consunti, ricominciò a piangere.”».

LA MIA SCIOCCA DEDICA:

Come ama un vecchio che vive per mare? 
Oceano, su ferite aperte, il sale,
briciole di iodio per far suggellare
la relazione tra uomo e il naturale.

E poi tuffarsi in cielo tra cumuli 
di nuvoloni, appesi a una gran lenza
gettata dal divin ai bei suoi emuli
per farne anima dalla terra assenza.

S’inclina il mondo e la navigazione
in controvento, a dir la tua Ave Maria
sul santo marlin in agitazione

morente come già il corpo in avaria
del pescatore che dà una lezione
al suo ragazzo sul senso di paria.

E ORA:
Ora sono curiosa di leggere la postfazione che ancora non ho letto, mentre ho letto le lettere da Cuba e, no, dopo il libro mi sono interessate di meno.

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