Tra pavoni e grazia divina

«Nel territorio del diavolo – Sul mistero di scrivere» di Flannery O’Connor

I PAVONI
Alla fine ho capito. Ed è stato molto bello capire. Quasi un filino “magico”, passatemela, via. Parlo del significato dei pavoni protagonisti del primo capitolo del saggio “Nel territorio del diavolo – Sul mistero di scrivere” di Flannery O’Connor (Minimum Fax), al quale ho dedicato questi ultimi tre mesetti; volevo leggerlo senza fretta. È una raccolta di riflessioni e trascrizioni di incontri sul tema della scrittura tenuti dall’autrice negli anni Cinquanta-Sessanta.

Il 20 maggio 2018, quando ho iniziato a sfogliare questo libro, su fb scrissi il seguente post: “Cerco di capire il perché dei pavoni della O’Connor, e intanto anticipo la buona notte”. Non comprendevo l’utilità di parlare per sei pagine (e altre a seguire) di polli e pavoni in un libro molto breve che prometteva riflessioni sul mistero di scrivere.
Certo, era evidente il tratto biografico (ci mancherebbe): la O’Connor amò questi animali, tanto che ne fece un’occupazione dando vita a un allevamento di pavoni (le avevo lette, quelle pagine). Forse più che una passione divenne per lei quasi un’ossessione e potevo capire quindi che fosse un tema a lei caro, ma non la scelta di inserirlo in una raccolta di testi, lezioni, postille sulla scrittura, ponendo questo pezzo addirittura come primo capitolo. 
A questo punto, devo fare però una premessa. Per scelta, non leggo mai le prefazioni, mai prima di aver letto lo scritto dell’autore. 
Mentre voltavo pagina dopo pagina sono poi arrivata a una prima conclusione: se è vero che spesso gli scrittori sono mossi verso la scrittura da un’ossessione, allora i pavoni potevano avere davvero un nesso con la scrittura della O’Connor – doveva esserci per forza, altrimenti sarebbero potute bastare due pagine, per dire. 
Mi si è pure fatto notare che mica bisogna capire tutto, eh, ma io sono testarda. Abbiate pazienza. Tuttavia fino alla fine non sono riuscita a cogliere il punto, anzi, qualche giorno fa addirittura m’ero convinta che quel primo capitolo potesse anche non servire proprio.
Solo per una frazione di secondo mi è parso di intuirne il significato ed è capitato quando ho letto questa frase: “Molte persone, ho scoperto, sono congenitamente incapaci di apprezzare la vista di un pavone”, non so perché ma il mio cervello quel passaggio lo ha trasformato in lettura così: “Molte persone, ho scoperto, sono congenitamente incapaci di apprezzare la vista di Dio, della bellezza”. Non sempre però le mie “intuizioni” hanno una ragione d’essere, sono più che altro frutto di un “errore di pensiero” che a me si mostra come una specie di “visione”. Quindi ho poi archiviato la mia intuizione nella scatola delle scemenze e ho continuato a leggere il libro. (Non pensiate che stia divagando. Tutt’altro).

IL CONTENUTO
La prima parte è molto interessante al di là delle convinzioni della scrittrice e, se posso usare un termine improprio che mi facilita il lavoro, forse più tecnica o meno profilata; la statunitense O’Connor (nata a Savannah nello stato della Georgia) è una scrittrice cattolica e, se ho ben capito, con un credo quasi ortodosso. 
La seconda parte forse lo è ancora di più, interessante, perché riguarda molto questa sua doppia matrice: donna del Sud e cattolica convinta, per cui dedica molta passione a elogiare la ricchezza di storie della sua terra, che non va persa, e a mostrare il senso, la natura, la possibile espressione, il valore, lo scopo primo della sua scrittura che può fare da modello perché riesce a rendere la sua visione universale, comprensibile e soprattutto condivisibile. Mi ha insegnato parecchio e anche mi ha molto tentata (più diavolessa lei, che non altro). Molto. 
A questo proposito è interessante la sezione in cui passa in rassegna i propri racconti commentando le scelte che ha fatto. Spiega tanto. Va a fondo anche quando dice che non è utile farlo. E sono felice che poi si contraddica. In questa parte parla spesso di manifestazione della grazia in contrapposizione al peccato, al diavolo… Non è un discorso facile quello che fa, e vale la pena rileggere più volte. E magari fermarsi a riflettere su quel che dice, ad esempio su questa affermazione: “Il romanziere cattolico crede che il peccato distrugga la libertà; il lettore moderno (…) che sia quello il modo di ottenerla”.

Si parla di “grazia” quindi, ma anche di “verità”. Un’altra riflessione nata da una suggestione mentre leggevo il penultimo paragrafo di pagina 43 (per chi ha il libro; suvvia compratelo, che non posso mica trascrivere tutto): l’esistenza degli editori che ragionano anche (no, non solo, ma anche) in termini commerciali, e quindi tenendo in considerazione soprattutto il lettore, potrebbe non essere un male e addirittura essere un bene; l’àncora alla realtà per taluni autori che altrimenti potrebbero mandare in malora la natura della narrazione in difesa della sperimentazione “artistica” di cui si potrebbe infine abusare. Detta diversamente: si narra per fare arte (e mettere in mostra una sorta di bravura o sciocca sfida)?, o per raccontare qualcosa che va raccontato e che la O’Connor chiama in un certo qual modo “verità”? Per lei contava molto di più la storia, perché risponde – se non m’inganno – allo scopo originario del narrare. E io concordo.

E ALLORA I PAVONI?
Ah, già. Quando ho finito il libro me lo sono chiesto di nuovo anch’io. Poi ho letto la prefazione di Christian Raimo, tutta, fino all’ultima nota scritta in piccolo a pagina 20. È la nota numero 39, posta vicino alla parola “pavoni” e così recita: “Simbolo di Cristo, in quanto simbolo di immortalità (perché, secondo la credenza popolare e anche a quanto dice sant’Agostino, la loro carne non andrebbe mai in putrefazione) e di resurrezione (perché ogni anno rinnovano le piume).” Vi ho già detto che la scrittura della O’Connor è molto simbolica?

UN CONSIGLIO NON ANCORA SEGUITO
Mi è stato consigliato in questi mesi di leggere il suo romanzo intitolato “Il cielo è dei violenti”.

CITAZIONI
“Un buon racconto è letterale come è letterale il disegno di un bambino”

“Chiunque scriva narrativa di pubblico consumo non ha altra giustificazione se non l’essere stato chiamato a farlo da una presenza di un dono. È nella natura della narrativa non essere buona a molto se non è buona in sé”

“Ovunque vada mi chiedono se, secondo me, le Università soffocano gli scrittori. Il mio parere è che non ne soffocano abbastanza”

“La narrativa è la più impura, la più modesta e la più umana delle arti”

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