Un romanzo “fatto” di paesaggio

«Le otto montagne» di Paolo Cognetti

Mi è stato regalato da un’”amica del treno”, Sara, “Le otto montagne” di Paolo Cognetti. (Che ringrazio!)

Vorrei parlare di storia, ma più che di una storia ho letto cose di vita di appena fuori porta. Ma anche di casa, via, che levato il confine o confino, alla vecchia maniera, dato dalla lingua dialettale, la terra calpestata dai personaggi di questo romanzo è la stessa mia, quella delle preAlpi che si fanno Alpi e montagne rocciose.

LA TRAMA
Non me la sento da inventarne una, o di forzare quel che c’è per fare ipotesi o creare interpretazioni, ché non c’è storia, o intreccio in questo libro. Vengono presentate semmai le vite di persone che si incontrano, fanno dei pezzi di strada insieme, si concedono poco dandosi tutto, e poi si abbandonano, si spiegano poco, si amano tanto, si conoscono nei gesti, non si accettano nei pensieri. “Storie” composte più di silenzi che di parole, di vesciche ai piedi che di abbracci: le relazioni tra loro, mi pare vengano proposte più come uno strato di permafrost, dove lo scricchiolare della terra gelata corrisponde a micro conflitti piani, quasi inesistenti; una convivenza tra individui solitari, o quasi, che hanno maturato persino ricordi diversi, taciturni ma intensi; gente che si lascia vivere. Ecco.
Risolti i personaggi, ospiti di passaggio in questo mondo naturale, se proprio vogliamo, si potrà semmai leggere la storia di un territorio che vive con maggior consapevolezza degli uomini che lo abitano. Un “protagonista” che ha il passo più lento, respira profondo, sa rendere felici ma anche essere molto brutale, che un po’ se ne frega e altre volte ti scrolla di dosso.

OLTRELATRAMA
Alcuni libri non generano in me immedesimazione, altri sì per forza. In questo caso, un’immedesimazione esterna, d’ambiente, famigliare, radicale, nel senso di radici affondate, non necessariamente emotiva. Vi ho trovato le mie estati, tra ruscelli, campi, pietraie, boschi, alpi, bestie, laghi e piccoli nevai. I ghiacciai, no, non li ho mai scalati. Niente 4mila, al massimo 2,2. Io un po’ più come Bruno, ovvio, più che Pie(t)ro. O una via di mezzo tra loro, per essere onesti. 
E poi il Nepal… il suo, quello delle montagne eterne, il mio, altro, ma entrambi abbiamo riconosciuto in quel luogo, casa nostra, quella ancestrale, come se le nostre radici avesse attraversato la terra passando per il suo centro, per affiorare ai piedi della catena Himalayana.

Ho apprezzato la resa della desolazione delle cose umane in contraddizione con il vigore della natura. Eccezionale il senso di inevitabilità, ma anche un’ostinazione e un attaccamento al desiderio della “vita giusta per noi”.

Aggiungo due cose:
La costruzione della casa mi è piaciuta: è una grande metafora sia del sacrificio, ma soprattutto del tempo che serve a costruire una casa, un’amicizia, una vita.

La seconda osservazione: per fortuna che a un certo punto una specie di lavoro se lo trova, almeno per pagarsi il viaggio in Nepal, visto che non c’aveva una lira, ma se ne sta a zonzo per mesi e anni!

CONCLUSIONE: 
Ho fatto per anni sport, ma ho sempre detestato seguirlo; amo il giornalismo, ma detesto leggere i giornali; mi piace scrivere e leggo molto, ma detesto leggere; sono una figlia di montagna, metà di una valle e metà di un’altra, il tempo più bello della mia infanzia l’ho trascorso in montagna, ma… non amo averci che fare più di tanto. 
Questo libro mi è stato “giustamente” regalato da una persona che – per quanto io mi sia poco presentata – ha imparato a conoscermi; sa per dire lo stretto legame che ho con la mia terra. Tuttavia… 😊 
Preferisco leggere di cose che non so, perché ho necessità costante di nutrire la mia curiosità, la mia voglia di “imparare qualcosa”.
È tuttavia – non lo nego – un libro che ha del buono.

CITAZIONI: 
– “Ci vuole stile per essere lasciati, e lei ce l’aveva”.
– “Certe volte per andare avanti bisogna fare un passo indietro”.
– “Gli innamorati! Pensai. È bello che esistano al mondo ma dentro una stanza ti fanno sempre sentire di troppo.”
– “Le Alpi erano le avventure dei poveri”

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