Gente in caduta libera

«La buona e brava gente della nazione» di Romolo Bugaro

Ho letto la prima edizione – uscita alla fine degli anni Novanta – del romanzo «La buona e brava gente della nazione» di Romolo Bugaro, di cui se ho ben capito uscirà presto una nuova edizione.

Faccio una premessa: ogni giudizio e persino qualche pregiudizio (potrebbe capitarmi in questo contesto) presente nella nota che segue non è stato maltrattato e manco enunciato nel libro di Bugaro; la colpa è tutta da attribuire a me.

A Bulgaro va invece il plauso di essere riuscito a stare dalla parte dei suoi personaggi, pur mostrando la corda del gioco: di ogni cosa, scelta, pensata, sciocchezza, «avventura» che viene narrata, si resta inevitabilmente ma anche apparentemente passivi (che sotto la pelle un po’ di lavorio si da) come passivi restano loro, che hanno un sacco di voglie, soddisfatte le quali si trasformano in miserie di ricordi. Dove non c’è mai una vera eccitazione di quelle che esaltano anche dalla cintola in su. Così almeno è tutta la prima parte, fin quando – a me è parso quasi per caso – qualche emozione più sentita, direi chimicamente sentita, c’è. 
Per il resto ogni approccio pare funzionale, cioè non c’è mai una volontà di conoscere l’altro, nemmeno tra gli amici, ma solo di usarsi a vicenda. Non mi pare ci sia mai unione ma solo qualche momentanea sovrapposizione, talvolta solidale, ma troppo spesso per caso, come se ogni tanto uno che passa da quelle parti mentre si fuma una sigaretta allunga distrattamente la mano per tirarne in piedi uno scivolato nel fango, e via alla prossima. La scena che più mi ha colpito è quella in cui, durante una sorta di orgia adolescenziale uno di questi si scoccia con una delle sottoposte – cacciatrici di cuori-dotati attraverso cazzi semiillustri – perché gli sembra che esageri nel far sentire il suo godimento e la sollecita a stare più nella parte di quella calma, insomma, del tipo: godi come gli altri in silenzio, se proprio devi, che dai fastidio… direi che fossi stata io gli avrei spaccato la faccia, ma non riesco ad immedesimarmi tanto… E infatti non si perde la verginità con il libro di Bugaro, ma semmai è l’“astemietà” a venir messa a durissima prova, ché in mezzo a tanta tristezza e noia me la sarei presa anche io una ciucca per non pensarci.
Mai sentito tanto distacco dal proprio essere personaggi, una superficialità tale che manco da bambina credo di avere mai avuta. Ha che fare con una sorta di leggerezza spensierata da intontimento che fa scomparire dal vocabolario la parola “consapevolezza”. E sembra non se ne rendano conto: come se invece di vivere si facessero vivere dal caso (sì, di nuovo “caso”, che se sostituito al caos regge ugualmente). È come se nessuno di loro avesse occhi. Sembrano ciechi che avanzano a tastoni con il sorriso da ebeti in faccia mentre calpestano tutto e tutti quelli che capitano che tanto non vedono e se non vedi e non sai, allora non soffri, ma anche non vivi.

«Comprese che lei gli stava parlando da quel luogo del distacco in cui ciò che separa smette semplicemente di crescere, e noi, andando incontro alla tristezza siamo già soli».

C’è alla fine un capitolo bello a modo suo, incomprensibile a modo mio, e assurdo a modo del protagonista che dopo un intero libro di scopate gratuite e non impegnative, di uomini che usano corpi senza considerazione per le aspettative e le emotività di quei pezzi di carne fatti di buchi un po’ coppe d’alcol e molto coppe da eiaculazioni, accusa l’inglesina di mancanza di maturità e responsabilità verso l’amico con il quale ha avuto un’avventura di un’estate. Anzi un mese. Ed è qui che la follia raggiunge il più livello basso di bestialità, della brava e buona gente della nazione.

Per una volta ho mescolato trama e oltrelatrama, ma non credo di aver fatto danni. È un libro che pure non potendo in nessun modo coinvolgermi da un punto di vista identitario, dato che sono descritte cose lontanissime dal mio vissuto, ecco, devo dire che mi è comunque piaciuto. È scritto con una voce che nella prima pagina mi ha generato un piccolo spaesamento ma che poi si è fatta «ascoltare» molto bene. Quello spaccato di vitelloni più disperati che non fortunati come parrebbe è triste e allo stesso tempo disgustoso, e il libro è riuscito a renderlo in modo direi quasi genuino. Ora voglio vedere l’effetto che mi fa il nuovo libro a distanza di trent’anni da questo. L’autore veneto nel frattempo ha infatti pubblicato diverse altre opere, tra le quali, l’ultima che odora ancora di tipografia si intitola: «Non c’è stata nessuna battaglia», già sul comodino tra le prossime letture.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...