Che voce oltretombale!

«A misura d’uomo» di Roberto Camurri

Ecco: sembra proprio questo, sembra che il narratore provenga da un altrove sospeso, da dove ci racconta ciò che sa, perché di fatto a Davide, Valerio e Anela è già accaduto tutto. Parlo dei tre personaggi del romanzo di Roberto Camurri: «A misura d’uomo».

LA TRAMA
Non saprei davvero riassumerla, o forse non voglio. Si parla di amore, di amicizia, di passioni, di vita, di tentazioni, di accudimenti, di memoria, di dolori emotivi, di colpa, di ingenuità, di bisogno di leggerezza…

OLTRELATRAMA
Ci ho messo un po’ a prendere tra le mani questo libro. Non mi piace che mi si imponga un’immagine reale su una copertina (non può essere il personaggio “vero” della finzione, quello ritratto; potrei accettare un’illustrazione, un dipinto, ma una fotografia, no, una fotografia mi irrita perché presuppone l’inganno, anche se svelato. E io non so prendermi per il culo da sola così tanto da attribuire a una faccia “vera” il volto di un personaggio finzionale; lo trovo intollerabile) e poi non mi piaceva l’idea che si trattasse di un romanzo composto da racconti come ovunque dicevano tutti, al momento dell’uscita di questo romanzo, che – no – non è un insieme di racconti, ma è un romanzo vero e proprio. Anzi, proprio non considerando i capitoli come racconti, si rende onore – secondo me – al talento contenuto nell’intero testo narrativo, che è dato dalla manipolazione dello spazio-tempo.

Spazio, un altro punto su cui non concordo con quanto letto in giro: a me del paesino di Fabbrico interessa poco o niente. È uno come potrebbero essere cento altri paesi anche più piccoli, anche più grandi. Qui conta la percezione del non luogo, non spazio, non tempo, che prende forma attraverso un rimescolamento possibile solo con il «già accaduto»; come dire che un puzzle lo si disegna prima per intero, e solo in seguito lo si spezza e – a quel punto, siccome esiste già l’immagine – quei pezzi possiamo anche permetterci di disporli disordinatamente, ed è quello che ha fatto Camurri, o che a me sembra abbia fatto Camurri; cosa non facile.

«A misura d’uomo» sembra dunque una sceneggiatura dove il narratore compone scene attraverso l’elencazione di immagini, o frammenti delle stesse, viste da un occhio solo, e montandole come gli pare. Tipo: interno notte, lui la guarda alzarsi, poi si dà una grattatina. Però tutto all’imperfetto e al presente (pochissimo passato remoto), cosa che lascia una percezione di finto passato, o falso oggi. E resta tale, la voce, per tutto il libro con una coerenza e ripetibilità tali da renderla monocorde quasi, grazie anche ai rinforzi delle azioni che passano spesso attraverso il pensiero o lo sguardo di un personaggio, e poi riportate dal nostro narratore,anche con elenchi veri e propri di inquadrature precise, fotogrammi immobili. 
L’effetto è straniante, perché invece di vedere e sentire il film, è come se ce ne desse un riassunto in tempo reale, ma falsato. Addirittura a volte pare fare la moviola come a pagina 115 quando descrive un pugno dato e ricevuto, con dettagli da cronaca impersonale. Una cronaca in verità, anche in questo caso, non lineare. Quasi la scaletta e non il romanzo, dove il tempo non esiste e i suoi pezzi sono intercambiabili. Un tipo di narrazione che qui funziona proprio per la frammentazione della storia stessa e dall’idea di una voce d’oltretomba. Così non fosse, forse sarebbe troppo sterile, perché se da una parte mi piace molto l’assenza di quella retorica carica di enfasi, quest’altra modalità potrebbe risultare forse un po’ meccanica non solo nell’alternarsi delle immagini e nell’intreccio ma persino per quel che riguarda le relazioni tra i personaggi (scene di sesso a parte, che sono riuscitissime). 
Una percezione che resta fino a pagina 37, quando la voce ti prende per mano e ti porta al cimitero. Quattro righe splendide che ti danno un calcetto alla gamba della sedia, facendoti capire che non ti trovi nel mondo della routine, ma su un altro piano percettivo.
Il regista in ogni caso non perde il controllo, resta con il punto di vista focalizzato anche mentre mostra l’ambiente che il personaggio “non vede”, e ce lo dice.

Il capitolo di Giuseppe, e di come Valerio si prende cura di lui, è molto tenero. Dolcissimo. Senza drammatizzazioni, come piace a me. Com’è la vita.
È un libro da leggere? Io sono contenta di averlo fatto.

CITAZIONI
«…perché a me son sempre piaciuti più quelli che ci provano di quelli che ci riescono».
«Sa, però, che a volte il tempo per le parole è un tempo sbagliato, e allora resta zitta e aspetta…»

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