Il delirio di un saggio ubriacone

«Antichi Maestri» di Thomas Bernhard

Ubriaco, sì! Se di alcol, di vita, di dolore, di malinconia, di solitudine, di rabbia, disperazione o di arte è uguale… Ho letto gli «Antichi Maestri» di Thomas Bernhard. Per una volta concordo davvero con tutto il bene e il bello che ne ho sentito dire. Anzi. A me pare ci sia anche di più. Non solo voce, non solo forma, ma pure contenuto, perché c’è, tanto che io ci ho trovato una storia molto commovente.
Qui di seguito dico un po’ di cose, qualche pensiero a caldo; ne dico anche troppo, lo so, ma comunque non abbastanza. So che all’inizio ho avuto opinioni divergenti tra loro, dalla sorpresa alla noia del ridondante, dal sentirmi divertita al dirmi interessata. Poi tutto ha preso un suo senso.

LA TRAMA
(Spoilero tutto! Attenzione: anticipo proprio tutto; ma il bello della lettura è non sapere, quindi vi invito a saltare questa parte e ad andare direttamente a OLTRELATRAMA se non lo avete ancora letto. Vi chiedo solo – se inizierete mai a leggere questo libro – di non smettere fino almeno a pagina 151)

Che poi di trama, ce n’è mica tanta. Mi pare trascorrano tre ore narrative, e una vita. Anche se in verità passa solo il tempo di mandare Irrsigler, cioè il sorvegliante del Kunsthistorisches Museum, a prendere un giornale dall’altra parte della strada (vado a memoria). In quel momento lì, Reger, ottantaduenne musicologo, racconta ad Atzbacher, narratore interno che si fa personaggio, il motivo per cui sono più di trent’anni che si siede sulla panca della sala Bordone a osservare l’Uomo dalla barba bianca di Tintoretto. Mentre lo fa, trova tutti i modi, anche ironici, o sarcastici per sfatare tutti i miti, criticare lo Stato, gli antichi maestri, filosofi, artisti, scrittori, politici, musicisti, finanche i cessi di Vienna… In apparenza sembrerebbe uno sfogo senza soluzione di continuità, ma arrivati a pagina 150 avviene la svolta che fa comprendere tutto.
Perché è così, bisogna arrivare a pagina 150 e leggere quelle che seguono per capire; non tutti finiscono di leggere gli «Antichi maestri» di Thomas Bernhard, molti si fermano prima e invece bisogna per forza oltrepassare pagina 150, per capire, e magari commuoversi.

Non è vero, infatti, che non vada a parare da nessuna parte.

Da questo punto in poi, si scopre che la moglie è morta “per colpa dello Stato” che non ha messo il sale sul ghiaccio della strada sul quale lei è scivolata e si è rotta il femore; i medici non sono intervenuti nel modo giusto; tra loro anche esponenti appartenenti alla Chiesa, non meno criticata di tutto il resto, e così si capisce che tutti quegli sfoghi sono in realtà l’espressione della rabbia per la morte di sua moglie che il marito superstite – che si danna per non essere morto prima di lei, ne era sicuro – addebita a tutti e a tutto. Persino alla gioia di quel filosofo che tanto prende in giro, per come appariva pubblicamente con l’amore famigliare, con quella sua moglie con la quale sembrava viverci tanto bene con tanto amore. Ma lui ora una moglie non ce l’ha più. Si capisce anche l’avversione per tutte quelle opere d’arte che – al momento del bisogno – pur essendo capolavori non hanno la forza di consolarlo. Il loro potere svanisce tanto da poterli ridicolizzare. Imperfetti più della vita già di suo schifosa. Come lo è diventato tutto. In particolare tutto ciò che amava la moglie e che ora lui non sopporta più, quasi fosse colpa loro sempre lì a ricordargliela, lei che ormai non c’è più. Un blocco unico, come un blocco unico appare il testo, senza un solo andar a capo.
In somma, io mi sono commossa da pagina 150 in poi. Se prima mi dicevo che ok, l’ho capita, ce l’hai con il mondo intero, e sei bravo a vomitare giudizi, tanto che questo tuo rigurgito pare contenere il senso ultimo del libro, appena ho iniziato a leggere l’ultima parte, mi sono resa conto che tutto prende forza e si giustifica e commuove. E in effetti lo si può iniziare a intuire già prima se non ci si lascia distrarre troppo dal riuscitissimo esercizio di stile, ecco. Ma da pagina 150 in poi, non si riesce più neppure a pensare allo stile come un esercizio, ma lo si pensa come l’unico modo possibile della lingua di mettersi al servizio della storia, e infatti diventa la carne dell’anima distrutta del personaggio. In quel momento lì sale su una profonda pena e comprensione che ci si sente di voler stare dalla sua parte in tutto e per tutto, e come fa infine Atzbacher, pure io, pure noi, lo avremmo accompagnato a teatro… ad assistere alla brocca rotta, pur consapevoli del fatto che, si sa, niente può riaggiustare una brocca rotta.

OLTRELATRAMA
Incontestabile. E affilatino, l’austriaco. La sua mi è parsa sin da subito una voce nevrotica, e ipnotica. Di quel nervoso che mi fa correre rincorrendo le ripetizioni. Ho subito riconosciuto lo stile con cui è stato scritto Works (non in toto, ma a tratti), anche se quel nervosismo non c’è nella voce del narratore di Trevisan, non in quello di Works, che invece è calmo. Sì. Non lento, ma decisamente calmo. Come uno che si sposti facendo movimenti non agitati.
Apparentemente questo libro non si fonda su uno sviluppo narrativo, ma appare più che altro un contenitore di riflessioni tematiche che riguardano principalmente la critica verso Vienna in generale e certi comportamenti dei viennesi in particolare. Oltre ad altro…

A voce alta, leggere a qualcuno che ci ascolta, le cose che leggiamo prendono una forza che sottovoce non hanno. Dopo una ventina di pagine di «Antichi maestri» ho ottenuto prima due addormentati sul posto (cioè il cento per cento degli auditori, occhi chiusi, bocche aperte, muscoli a scatti brevi, forse sotto ipnosi, ma non ho mollato!) e poi un effetto alla Minnie the moocher di Cab Calloway, o meglio ancora l’ora pro nobis dopo il Kyrie eleison, cioè io dicevo artisti e loro ripetevano “di Stato”, io dicevo persone e loro “di Stato” io dicevo arte e loro “di Stato” io dicevo… in somma, avete capito. Secondo me Bernhard ha inventato il lavaggio del cervello. Il fatto di far ripetere al narratore ogni volta i concetti, sempre gli stessi, per pagine e pagine ricostruendo ogni volta frasi diverse per dire la stessa cosa con le stesse parole ma in modo diverso ha della follia e del genio. Folle chi legge e ingenuamente geniale chi ci prova a farsi leggere così. E lo sarebbe davvero se prima di questa “esasperazione” non avesse introdotto quella che a me è parsa una premessa: «io in vita mia non ho mai letto un solo libro da cima a fondo, il mio modo di leggere è quello di uno sfogliatore di grande talento» e aggiunge che non legge ma quando lo fa, magari solo per tre pagine in tutto un libro lo fa «con una profondità ineguagliabile e con la più intensa passione per la lettura» godendosela tutta. E conclude sostenendo che il lettore normale che legge tutto un libro lo fa «a vol d’uccello, leggono tutto e non conoscono niente» questi lettori normali, cioè ogni lettore di oggi, così lui, «alla fine conosce il libro che ha letto come uno che viaggia in aereo conosce il paesaggio che sorvola. Non ne percepisce neppure i contorni.» Ecco non solo spiegato ma anche giustificato – secondo me – il motivo per cui la voce è tanto attenta a ripetere e ripetere e ripetere sempre lo stesso concetto fino al prossimo.

L’unico problema è che io sono una che legge tutto con la massima concentrazione… e pagine così, ecco, come dire, sono martelli pneumatici nel cervello. Ci ho messo quattro mesi a leggere questo libro e sono contenta di averlo fatto. Mi pare di conoscere benissimo Reger e il suo mondo.
In verità poi questo “stile” alla fine prende altri significati, ma in questo spazio (al di là della Trama) preferisco fingere di non sapere quel che accade alla fine. Per cui ho registrato alcuni passaggi molto belli come fossero tutti fini a loro stessi. Come bello è il discorso sul buon gusto rispetto al carattere, dove con buon carattere il narratore intende carattere incorruttibile. Per cui debole di carattere equivale a cattivo gusto.
Oppure il discorso sulla storpiatura – quella scaturita dall’affrontare le cose, le letture, l’arte… fino in fondo – che è molto, ma proprio tanto interessante, e qui il concetto ripetuto asseconda lo scopo perfettamente e non sembra più nemmeno un martello pneumatico, perché anzi dà il tempo di moltiplicare le sovrapposizioni esperenziali e quindi di comprendere davvero più a fondo il senso della riflessione: quanto è utile o invece addirittura deleterio avere competenze specialistiche per godere di un’opera?

E vogliamo parlare della critica ad Heidegger «un ruminante della filosofia», e la disanima sull’ammirazione, dote utile solo agli idioti?, ho dovuto fare una pausa. Perché non so cosa mi sia capitato, ma mi ha divertita da matti, anche se poi alla fine ha preso anche questo un significato diverso.
Reger in verità, pur risultando talvolta squisitamente divertentissimo, è cattivo e spietato, acuto e amaro, a volte un po’ pesante (dipende il trip del momento) altre volte rabbioso.
Ed è tutto giustificato. Ma lo dico nella Trama.

IL NARRATORE
Non è assolutamente Reger, ma neanche davvero Atzbacher, perché c’è un intermediario in più. Forse lo stesso Bernhard che vede Atzbacher a scrivere il libro che stiamo leggendo, anche se poi è lui stesso, il narratore intermediario che si chiama allo stesso modo Atzbacher ad andare a teatro…

LA MUSICALITÀ
Mi è stato segnalato più volte di notare la «chiave musicale» di quest’opera. In particolare ringrazio Vitaliano Trevisan che mi ha aiutata a capirne il senso.
Infatti, non riuscivo a capire. La “musica” di cui tanti parlavano o che “sentivo” era più che altro per me un suono rabbioso, con vuoti che si rifacevano a loop ipnotici. Il tutto mi rimandava più che a una “melodia”, a un carattere. E non del narratore ma del personaggio… Tanto che mi veniva da leggere di filato, di corsa, in modo nervoso. Non per il contenuto ma per la ripetizione che toglie il fiato, come capita ai pazzi… o agli ubriachi nervosi. Vitaliano Trevisan mi ha spiegato anzitutto che sebbene il ritmo sia, talvolta, serrato, il «tempo è largo». Mi ci sono impegnata con altri consigli e alla fine ho capito. E ammetto che capire un’opera, una scrittura, leggere con calma, osservarla con una guida precisa, ragionarci sopra, maneggiare il libro per qualche mese, be’, ha un valore che va molto al di là del piacere di una lettura. E io ringrazio.

UNA CURIOSITÀ
Mi manca solo una risposta: che cosa aveva di tanto speciale il ritratto dell’Uomo con la barba bianca?

CITAZIONE
– «Naturalmente un imbecille come lui lo sfruttiamo in quanto essere umano, ma d’altra parte è proprio sfruttandolo che facciamo di un simile imbecille un essere umano, trasformandolo nel nostro portavoce e cacciandogli in testa i nostri pensieri.»
– «Lei ha una mente libera, disse Reger, e al mondo non c’è cosa più preziosa. Lei è un originale che ha conservato la sua originalità, mi raccomando, la conservi finché vive, disse Regger. Io mi sono infilato di soppiatto nell’arte per sfuggire alla vita(…)»
– «I loro libri non sono altro che la metà di due o addirittura tre generazioni che non hanno mai imparato a scrivere, perché non hanno mai imparato a pensare, tutti questi scrittori scrivono una merda epigonale totalmente sprovvista di ingegno fingendosi filosofi (…). I libri di questi scrittori, che sono tutti opportunisti (…) non sono altro che libri plagiati, disse Reger, ogni riga nei loro libri è una riga rubata, ogni parola una parola predata. (…) Questi artisti contemporanei, infatti, non sono falsi soltanto nelle loro cosiddette opere, sono falsi anche nella vita (…)»

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