Il post-noir di sessant’anni or sono

«Il giorno della civetta» di Leonardo Sciascia

Avevo sentito dire che si trattava di uno dei suoi più noti romanzi brevi, ma non avevo capito il perché. Un altro giallo, credevo, e invece, mi viene da dire a libro chiuso, Sciascia potrebbe essere designato come il creatore di un sottogenere che sta prendendo piede solo di questi tempi, anticipandolo di ben cinquant’anni: il post-noir (neologismo apparso per la prima volta solo nel 2009). Non è ancora del tutto ben definito, questo sottogenere chiamato anche neo-noir; per molti potenzia “semplicemente” gli aspetti oscuri di degradazione già presenti nel noir; a me piace invece interpretarlo come narrativa del male, sì, ma dove non vi è un “cattivo” solo, bensì dove ci si trova confrontati con la corruzione di una società intera, con una povertà di spirito mascherata dall’omertà (che oggi chiamerei “convenzioni sociali”), con l’oscurità più subdola che oggi si trova nel mondo tecnologico, ad esempio, ma che in quella Sicilia di fine anni Cinquanta serpeggiava in tutte le vie e portava, e porta, il nome della Mafia.
Scioccante ad esempio leggere – oggi – di come l’esistenza della stessa mafia venisse addirittura negata dalle autorità.
Ma il punto è che Sciascia per primo decise di scriverne mostrandone gli ingranaggi interni.

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Tra malorose e comarine

«Le malorose» di Sara Catella

«Qualcuno dice anche che partorire in un villaggio senza prevosto porta male»

Sul numero 79 della rivista semestrale TreTerre, autunno-inverno 2022 è stata pubblicata la mia nota di lettura del libro d’esordio di Sara Catella, Le Malorose (Edizioni Casagrande). Ringrazio la redazione.

Un fantasma bianco nella terra dei tulipani neri

«Black tulips – Un quaderno nigeriano» di Vitaliano Trevisan

«…un vero e proprio carnet de voyage, con annotazioni sulle persone incontrate, sulle storture culturali, sui disagi creati da usi e costumi diversi, ma anche con molte descrizioni dei luoghi camminati, riflessioni sul colore della pelle, sui reciproci pregiudizi, e sugli inevitabili confronti tra i due mondi, bianco e nero, che si rincorrono in sequenze di immagini e note a piè pagina, pezzi non integranti ma parti del medesimo insieme di digressioni.»

Ho letto «Black tulips – Un quaderno nigeriano» di Vitaliano Trevisan (Einaudi, Stile libero Big, 2022) e ne ho scritto su Azione. La versione integrale del testo – per chi desidera leggerlo ma non ha accesso al cartaceo – si trova online (non richiede iscrizioni perché è un settimanale d’approfondimento gratuito).

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«Ci sono tre regole per scrivere un romanzo. Sfortunatamente, nessuno sa quali siano» (Maugham)

«Mazzi è al contempo: brillante, disillusa, poi di nuovo illusa, consapevole, feroce, ben provvista di blandizie, sul pezzo, decisa a imparare, decisa a insegnare, vivace, comprensiva, forte con i forti, debole con i deboli e, alla fine, riconoscente a tutti quei corsi che, magari anche sbandando, le hanno permesso (come a tanti altri) di focalizzarsi sul punto necessario ad ogni scrittore che voglia definirsi tale.»

Ringrazio Sergio Roic, che stimo in quanto critico, ma anche e soprattutto come scrittore, per le belle parole spese sul “Corriere del Ticino” a favore del mio ultimo pamphlet Tutti scrittori! Come difendersi dai corsi di scrittura creativa.

Un’isola in bianco e nero

«L’isola di Arturo» di Elsa Morante

Procida: un porto, un cimitero, un’ancora. Un romanzo in bianco e nero.

Sullo sfondo la stessa materia prima (un bambino, i venti di guerra, il Sud, una mezza famiglia, le tradizioni, la povertà), stessa materia, ma maneggiata in modo diverso.

Parlo de L’isola di Arturo di Elsa Morante per rapporto al suo romanzo più noto, La Storia (non lo ripeto quanto da me poco apprezzato): là, attorno a Useppe, un’adulta ha una voce bambinesca sciocca con un ingombrante tono lagnoso, qui un bambino, Artù, parla con la voce di un adulto che rispetta l’immaginario del protagonista in un’epoca altra.

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