Un gioco di narratori, di storie Matrioska

«Invisibile» di Paul Auster

Su “Invisibile” di Paul Auster. Mi trovo un po’ in difficoltà a mettere in chiaro le idee. Ci provo con delle domande.
Nel complesso mi piaciuto? Sì.
La storia? In verità non mi è parsa questa grande storia, ma l’autore è sempre riuscito a tenermi interessata e a incuriosirmi abbastanza per farmi continuare a leggere. Ultimamente noto sempre di più questa cosa, cioè che le “storie” non mi affascinano davvero, ad affascinarmi sono altre cose, dei particolari, dei meccanismi. Questo per dire che non saprei definire se la storia sia bella o brutta, ma non per colpa della storia; sento che sono io a non “subire” (almeno in questo periodo) il fascino di nessuna storia. Questa in ogni caso ti porta a continuare a leggere. 

I personaggi? Non mi sono affezionata a nessuno di loro, forse un po’ a Margot, che è però marginale e la meno “spiegata”. Degli altri avrei fatto anche a meno. Ma riconosco che ognuno di loro era talmente ben caratterizzato da essere assolutamente distinguibile senza cadere nei cliché.
L’intreccio? Be’ in questo Auster è un mago. Perché più che intrecciare le vite dei protagonisti, cosa che fa, eccome, intreccia le stesse storie narrate. Ed è la forza di questo libro. Non perché lo dico io, ma perché così è noto: peraltro proprio di recente ho assistito a una bella lezione sulle “Storie nelle storie” tenuta da Edoardo Zambelli (da leggere anche il suo libro: L’antagonista) e Giulio Mozzi, presso gli spazi della Bottega di narrazione; uno dei testi citati come esempio era proprio questo. 
Dunque? Dunque, restando in tema di ciò che mi interessa ho avuto l’impressione che in questo libro la magia creata dalla meccanica alla Matrioska fosse perfetta. Mi spiego. Quando io ipotizzo una storia nella storia, mi viene da ragionare al contrario, ovvero: partire dall’interno con il “pezzo piccolo” e man mano mostrare, svelare, il pezzo sempre più grande. Mentre qui si parte dalla storia “grossa” quella del “protagonista” per rimpicciolire il tutto a cominciare da sé stesso, quando la vita diventa testo di un capitolo ben sviluppato, poi di un secondo e quindi man mano diventa un testo sempre più misero, fino a focalizzarsi su poche pagine di diario di un altro personaggio. Il tutto tenuto insieme da un narratore interno che però pare anche lui solo d’appoggio: la mano che ricompone la bambolina russa. E secondo me è una cosa mica facile da fare. Ma è solo – come al solito – una mia impressione.

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